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NewsLa geopolitica dei vaccini. Implicazioni strategiche e approcci differenti

La geopolitica dei vaccini. Implicazioni strategiche e approcci differenti

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I riflessi a livello geopolitico nella produzione e distribuzione dei vaccini contro il Covid-19, lungi dall’entrare nel merito di questioni medico scientifiche, investono gli effetti che la pandemia ha prodotto sugli equilibri mondiali, con particolare riferimento a come siano stati utilizzati per accrescere e/o perfezionare le sfere d’influenza delle principali potenze mondiali, specie nelle aree meno sviluppate.

Tracciando un quadro generale, molte delle politiche hanno finito per dare priorità a scelte strategiche, piuttosto che mirare alla tutela delle nazioni meno fortunate. Un’altra questione sulla quale ci soffermeremo è il successo e/o fallimento della cosiddetta strategia unilaterale (messa in atto da singole realtà nazionali), rispetto a quelle multilaterali (e qui assumeremo come paradigma l’Unione Europea). La diffusione del Covid-19 a livello globale ha prodotto conseguenze importanti nello scacchiere internazionale, in particolare nei rapporti tra Oriente e Occidente, producendo innegabili benefici per alcune nazioni – è il caso di Russia e Cina – che si sono “intestate” politiche di aiuto a paesi terzi, talvolta a scapito delle loro stesse popolazioni. 

La strategia vaccinale non investe solo profili sanitari, ma anche economici: basti ricordare che a gennaio 2021 circa 100 milioni di persone in tutto il mondo sono precipitate in condizioni di povertà estrema proprio a causa del Covid-19 e sta avendo ripercussioni su settori vitali come produzione agricola e industriale, turismo, trasporti.

Approccio multilaterale e bilaterale nella produzione e distribuzione dei vaccini. Russia e Cina

L’approccio bilaterale all’emergenza è prevalso rispetto a quello multilaterale, per via dei tempi di risposta assai più rapidi. In altri termini, i singoli stati nazionali hanno garantito tempistiche, in termini di filiere produttive e distributive, assai più celeri rispetto ad entità sovranazionali, come l’Unione europea, spesso lacerate al proprio interno, che hanno finito per dividersi, muovendosi “in ordine sparso”, vuoi per l’incapacità di trovare una soluzione unitaria, vuoi per la constatazione che l’Unione non ha specifiche competenze in merito. 

Nella prima fase della pandemia (anno 2020) non si disponeva ancora di vaccini, arrivati solo alla fine del primo anno di emergenza, ma era ampiamente prevedibile che, una volta che fossero stati pronti, il focus si sarebbe spostato sulla produzione e distribuzione degli stessi; il loro impatto era ritenuto di tale importanza, che alcuni osservatori sono arrivati a paragonarli  sullo scenario internazionale a quella avuta dagli ordigni nucleari nel secondo dopoguerra. Fin da subito è divenuto chiaro che prima ancora che la produzione del farmaco, avrebbe assunto rilevanza la sua distribuzione, specialmente quella indirizzata a paesi terzi in difficoltà (pensiamo alle nazioni con reddito medio basso), che si poteva tradurre – come poi effettivamente è avvenuto – in uno straordinario strumento per accrescere la propria influenza e maturare un forte credito politico (ed economico-commerciale) da parte del paese “donatore”. 

Consapevoli di questo e approfittando della netta predominanza del settore statale nella produzione e distribuzione dei farmaci che caratterizza paesi come Russia e Cina, si è dato avvio ad un rapido processo di ricerca e sperimentazione che ha potuto contare su generosi sostegni pubblici e sul fondamentale know-how del settore militare, interdetto ai privati. 

Inoltre, il settore pubblico, a differenza dell’imprenditoria privata, non obbedisce a regole come equilibrio tra costi e ricavi e/o perseguimento di un margine di utile e può agire senza preoccuparsi dell’economicità del proprio operato, il che ha contribuito a snellire ulteriormente iter e procedure rispetto alle nazioni occidentali. In regimi come quelli al potere in Russia e Cina preoccupazioni come il rispetto di logiche e/o iter burocratici, l’ossequio alla trasparenza e la necessità di render conto all’opinione pubblica sono praticamente inesistenti, fattori che al contrario rallentano in Occidente l’azione dei pubblici poteri; un discorso analogo potrebbe farsi per i tempi della ricerca e della sperimentazione. 

In estrema sintesi, questa è la storia del vaccino russo Sputnik V, il cui stesso nome ha una forte valenza simbolica, ricordando il primo satellite sovietico lanciato nello spazio, celebrato da Putin in persona come il primo contro il Covid, la cui scoperta risale al mese di agosto 2020, anticipando di circa due mesi quelli di Big Pharma. Un discorso analogo può essere fatto per il vaccino cinese, il cosiddetto Sinopharm. Molti hanno ritenuto che i tempi rapidi di scoperta del nuovo farmaco siano stati consentiti dal ricorso a tecnologie militari proprie della guerra batteriologica, coperte ovviamente da segreto militare, il che contribuirebbe a spiegare il diffuso scetticismo e la ritrosia delle cancellerie occidentali ad autorizzarne l’utilizzo. 

Non va escluso che i primi aiuti russi all’Italia (pensiamo a quelli diretti alle province di Bergamo e Brescia) possano aver rappresentato per le equipe di Mosca l’occasione per raccogliere dati ed informazioni sulle sequenze virali, poi utilizzate negli studi per il vaccino; analoghe iniziative sono state attuate dai cinesi in altre nazioni, che hanno permesso ai tecnici di Pechino di raccogliere informazioni biometriche sulla popolazione, per sviluppare le proprie tecnologie, specie nel settore del MrNA. Più ancora che per la produzione, come dicevamo, si è rivelato decisivo il monopolio pubblico russo e cinese nella distribuzione dei nuovi farmaci, tanto all’interno (senza dover passare per il tramite di organismi sovranazionali, come l’EMA), che all’estero (stesso discorso). 

Naturalmente la scoperta scientifica è stata sfruttata propagandisticamente sul fronte interno, consentendo ai regimi russo e cinese, che si piccavano del primato vaccinale, di avviare le prime campagne per l’immunizzazione di massa, con generose celebrazioni all’indirizzo dei leader (Vladimir Putin o Xi Jinping), preoccupati della salute e incolumità del proprio popolo. Il maggiore impatto, però, è stato quello internazionale, talvolta, al di là dei proclami ufficiali, a discapito dei propri cittadini: basti ricordare che la produzione per l’esportazione russa e cinese è stata assai più solerte rispetto alla campagna vaccinale interna, senza dimenticare la ritrosia della popolazione russa ad aderire alla campagna. 

Riferendoci al vaccino russo e per parlare di fatti a noi vicini, pensiamo alla Repubblica di San Marino che a febbraio 2021 è stato il trentesimo paese al mondo ad approvvigionarsi con lo Sputnik V, poi somministrato alla quasi totalità dei cittadini. 

Il vaccino cinese ha coinvolto sinora circa 60 Paesi, collocati geograficamente in diverse aree del mondo come Medio Oriente, Europa, America latina e Oceania; in Vietnam, duramente colpito dalla pandemia dall’estate 2021, gli USA hanno tentato a più riprese di insidiare la preponderanza vaccinale cinese. Diversi osservatori hanno visto giustamente nelle strategie di aiuti russo-cinesi un nuovo modello di soft power, che hanno colto così l’occasione per incrementare rapporti economici e politici e magari per distrarre l’opinione pubblica internazionale da questioni critiche come i diritti umani.

Occidente e Unione Europea

Nelle nazioni occidentali le cose sono andate in modo specularmente opposto. Il settore privato e le logiche multilaterali (UE) e commerciali hanno prevalso, con un importante coinvolgimento delle grandi industrie private (cd. Big Pharma), tanto per la ricerca sui vaccini che nella successiva fase della produzione e distribuzione, limitando fortemente le prerogative dei governi occidentali rispetto a quelli di Mosca e Pechino

Non avendo il controllo sulle quantità disponibili (di fatto deciso dalle imprese produttrici) è stato praticamente impossibile elaborare strategie di respiro internazionale, privilegiando la produzione a favore dei cittadini comunitari, come dimostrato dal sostanziale fallimento dell’iniziativa Covax. Sembrano lontanissimi i tempi, risalenti alla guerra fredda, quando le due superpotenze collaborarono per la sperimentazione e produzione del vaccino contro la polio o anche solo l’epidemia di Sars del 2003 quando si registrò perfino una cooperazione tra Cina e Taiwan. 

In Italia critiche ha suscitato la decisione dell’EMA di non autorizzare lo Sputnik, nonostante la sperimentazione presso l’Istituto Spallanzani di Roma, è stata contestata, tenuto conto del successo di San Marino. Tale decisione è stata letta da molti osservatori più come una scelta politica, che sanitaria, come quella di non proseguire con gli studi per il vaccino italiano Reithera.

Conclusioni.

Emerge da quanto sopra che la premessa iniziale non solo risulta confermata da una serie di fatti, ma perfino rafforzata, se si pensa che pure nelle decisioni strategiche delle nazioni più sviluppate è indubbio che la geopolitica abbia giocato un ruolo preminente nelle scelte operate a livello nazionale e sovranazionale, segnando oltretutto – come dicevamo all’inizio – un sostanziale (ed ennesimo) fallimento delle istituzioni europee, tanto da indurre molti degli attori coinvolti a “sganciarsi” da Bruxelles per perseguire in modo più efficiente ed efficace i propri interessi. Se è vero, come ha ricordato recentemente la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, che l’Unione non ha specifiche competenze in ambito sanitario, resta il fatto che ogni tentativo di agire in modo unitario, ancora una volta, non ha prodotto risultati incoraggianti.

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