Aperta a Taipei la XXIX Universiade: il più grande evento sportivo internazionale mai svoltosi a Taiwan

11400 partecipanti, di cui 7639 atleti (350 italiani), provenienti da 3000 università di 141 paesi, impegnati in 14 discipline obbligatorie (atletica, basket, scherma, calcio, ginnastica artistica, ginnastica ritmica, judo, nuoto, nuoto all’aperto), 7 opzionali (tiro con l’arco, badminton, baseball, golf, sport su rotelle, sollevamento pesi e wushu) più uno dimostrativo (biliardo). Sono questi alcuni dei numeri della Universiade 2017 di Taipei, l’Olimpiade universitaria ideata e organizzata dall’italiano Primo Nebiolo nel 1959, arrivata alla sua XXIX edizione.

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Detentori di medaglie olimpiche, atleti rinomati e altri sportivi dalla comunità universitaria mondiale, si confronteranno per la prima volta nella capitale taiwanese, a partire da oggi fino alla fine di agosto. Gli atleti e gli spettatori vengono accolti con gadget in ogni angolo della città, spot pubblicitari nelle stazioni della metropolitana, tabelloni pubblicitari nelle stazioni ferroviarie, video di presentazione delle discipline e delle regole, tutte attività mirate a rendere questo evento sportivo un’esperienza condivisa e condivisibile. Inoltre, Taipei si è fatta trovare pronta per l’occasione anche grazie ad alcune trasformazioni urbane, come aree e complessi sportivi riammodernati, nuove infrastrutture e nuove aree verdi. Opere di costruzione e riqualificazione non solo realizzate per rendere la città all’altezza dell’evento, ma volte a offrire nuove infrastrutture alla cittadinanza e alle università della Capitale.

Un evento di grande importanza per il suo significato sportivo, per il suo impatto urbano e sociale, ma anche per il suo evidente significato politico, dato che la particolare condizione di Taiwan sul piano della comunità internazionale – condizione causata dal tetragono ostracismo cinese – e la questione centrale del suo panorama politico – ossia la contrapposizione tra indipendentismo e unionismo – si sono inevitabilmente riflesse anche su questa Olimpiade.

Bisogna ricordare, infatti, che a partire dagli anni ’70 Taiwan è rientrata a far parte del Comitato Olimpico Internazionale e ha partecipato alle varie Olimpiadi sotto il nome di “Chinese Taipei”, un titolo di compromesso adottato, anche in altre sedi internazionali, per convivere con le pretese del regime di Pechino.
Il titolo, tuttavia, negli ultimi anni, è stato oggetto di crescenti critiche perché ritenuto – specialmente dalle forze politiche indipendentiste – lesivo dell’identità nazionale taiwanese. Per questo motivo, negli ultimi mesi e giorni – pur mantenendo un atteggiamento responsabile verso gli sforzi della città per la perfetta organizzazione dell’evento – attivisti di varie organizzazioni politiche hanno dato vita a diverse iniziative, come ad esempio una raccolta di firme volta a promuovere l’utilizzo di “Taiwan” per le Olimpiadi di Tokyo nel 2020. Raccolta che sta avvendendo anche in Giappone dove le simpatie per Taiwan sono da sempre molto aperte a tutti i livelli della società nipponica (basti ricordare che il totale delle donazioni taiwanesi dopo il disastro di Fukushima fu il più alto al Mondo) e dove, in quel Parlamento, opera un forte gruppo di amicizia bipartisan con frequenti scambi di visite.

Tutto questo arriva in un momento politico e diplomatico delicato per la vibrante democrazia asiatica. Nell’ultimo anno e mezzo, infatti, Taiwan è stata vittima del crescente bullismo della Repubblica popolare cinese che, in odio al partito Democratico Progressista vincitore delle elezioni presidenziali e parlamentari del 2016 – odio che è in realtà verso ogni forma di espressione democratica come vediamo giornalmente nella durissima repressione di ogni voce del dissenso sia sul Continente sia ad Hong Kong – ha sfruttato la propria influenza economica e politica per pretendere e ottenere la esclusione taiwanese da alcuni consessi internazionali – ICAO e AMS – nei quali Taiwan aveva partecipato in qualità di osservatore. Una pretesa che, da un lato, ha i caratteri del razzismo politico e dell’apartheid e, dall’altro, è totalmente insensata e assurda in quanto le tematiche proprie di tali consessi, la sicurezza aerea e la salute, non hanno ovviamente colore politico e non conoscono frontiere nazionali. E dobbiamo pure considerare il tradimento, da parte di tali Organismi multilaterali, delle loro stesse finalità statutarie che escludono categoricamente le questioni politiche, razziali, religiose ed economiche dall’influenzare le loro attività. Un comportamento, dunque, spregiudicato e sprezzante verso il popolo taiwanese che ha infervorato ulteriormente gli animi dell’opinione pubblica dell’Isola caricando inevitabilmente di significato politico l’evento sportivo.

Nonostante tutto questo la democrazia taiwanese, con la brillante vetrina della Universiade, afferma ancora una volta la sua apertura e la sua disponibilità nei confronti del mondo, la sua accettazione incondizionata dei valori universali di libertà, fratellanza e uguaglianza, reificati – sul piano sportivo – nelle Olimpiadi, cosí come, da sempre, essa li declina con la sua proficua e generosa cooperazione umanitaria, ospedaliera, sociale e formativa in tanti Paesi dell’America Latina, del Pacifico e dell’Africa.

L’Universiade di Taipei può, infine, essere anche interpretata come l’ennesimo appello di Taiwan a una sorda e rammollita comunità internazionale. Un appello volto a ribadire che, su un versante dello Stretto di Formosa, c’è una società libera, aperta, pluralistica, rispettosa e promotrice di tutti i diritti umani, civili, religiosi dei suoi 23 milioni di cittadini democraticamente protagonisti della loro vita e del loro avvenire.
Una società che, nonostante le ingiuste e assurde vicissitudini diplomatiche provocate dal suo ingombrante vicino, ha tutte le carte in regola per svolgere il suo ruolo, la sua responsabilità e i suoi doveri a livello internazionale.