Zone economiche esclusive: uno strumento inadatto per il Mediterraneo

Un argomento di primo piano all’interno del Mediterraneo, in questo 2020 colmo di eventi storici, è quello delle Zone economiche esclusive (Zee). L’esistenza questo istituto è prevista dal diritto internazionale consuetudinario grazie alla Convenzione di Montego Bay del 1982. È stabilito, in sintesi, che spetta alla negoziazione tra Stati contigui o frontisti la delimitazione delle proprie Zee fino ad un massimo di 200 miglia dalla propria costa, seguendo un principio di equità.

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Quest’ultimo risulta, però, paradossalmente soggettivo e poco può fare il diritto internazionale di per sé, poiché non adeguatamente disciplinato. In mari aperti ed oceani la risoluzione di controversie tra Stati – dallo sfruttamento di risorse alla stessa navigabilità – risulta semplificata per ovvi motivi di spazialità; invece, in mari chiusi come il Mediterraneo o in golfi in presenza di Stati frontisti risulta complessa per i potenziali interessi nazionali collidenti. I principali attriti spesso nascono dal famelico “modus operandi” degli Stati verso le risorse energetiche.

Dall’equilibrio politico al balance of power: una nuova competizione

Dagli anni’90 in poi, la continua scoperta di giacimenti di idrocarburi nel Bacino levantino ha portato progressivamente Cipro, Grecia, Turchia, Israele, Egitto, Libano, Siria, Libia a valutare l’istituzione di proprie Zee. A causa delle crescenti ostilità tra i governi nel Mediterraneo orientale, le Zee hanno assunto un carattere strategico-militare, lungi quindi dal loro scopo iniziale di mero sfruttamento delle risorse ittiche ed energetiche. Il motivo va ricercato nel collasso dell’equilibrio preesistente che ha incoraggiato la ricerca incauta del balance of power. Per comprendere meglio questa fine dell’equilibrio politico nel Mediterraneo, è utile riprendere le parole di P. Schroeder (1983) sulle condizioni per cui collassò l’equilibrio politico di inizio ‘900: “[…] equilibrium is gone, when a minimal balance of rights, status, security, and satisfaction among the participants in the system no longer exists and no one does anything about it. It is too pointed a formulatio, but the essential truth is that the nineteenth century European system collapsed when it

finally ceased to rest upon political equilibrium and operated solely as a balance of power system […]”. La regione del Mediterraneo orientale ha vissuto dalla fine della Seconda Guerra mondiale una perenne instabilità soprattutto sulla terraferma. Negli ultimi trent’anni i conflitti tra Marine sono stati pressochéinesistenti: le flotte sono state sempre allarmate, ma mai coinvolte in un vero conflitto a fuoco. Il Mediterraneo ha goduto di un (precario) equilibrio politico in cui gli Stati sono riusciti a mantenere una generale sicurezza marittima.

Il punto di rottura sono state le Primavere arabedimostratesi un vero tornado. Queste hanno spazzato via alcuni dei regimi garanti dello status quo – primo tra tutti quello di Mu’ammar Gheddafi in Libia – e hanno creato le condizioni per il sorgere ed il diffondersi di movimenti nazionalisti e jihadisti, azzerando i tradizionali schemi. Altresì la “ritirata” decisa da Trump dalla regione ha lasciato in loco un vuoto di potere. Questa minore ingerenza diretta degli Stati Uniti nel Vicino oriente, a favore del rinnovato “Pivot to Asia” inaugurato da Obama, ha prodotto una nuova corsa al ruolo di “Potenza regionale”. La candidatasembrerebbe essere la Turchia, un membro Nato particolare. È uno Stato revanscista e di fede islamica, i cui interessi sono stati ritenuti dagli europei sempre secondari – mai pienamente soddisfatti se non sotto ricatto, si veda la questione dei migranti – generando così una perdita di fiducia verso l’Unione Europea e un diffuso rimpianto delle passate glorie ottomane.

La Geopolitica delle Zee: Turchia contro Grecia

La Turchia,fra i Paesi mediterranei,è quella più insoddisfatta dell’attuale status quo, motivo per cui Erdogan ha sentito il bisogno di far uscire la Turchia da un’apnea lunga decenni attraverso una politica di stampo neo-ottomana. Per proiettare il Paese verso il ruolo di Potenza regionale sono stati necessari investimenti in settori strategici, rendendo la Turchia un’esportatrice di tecnologie, e un afflusso costante di risorse energetiche (Il Paese ha una superficie di 785.347 Km² con una popolazione di 80 milioni circa, dati geopoliticamente rilevanti). La geostrategia turca è stata riformulata di conseguenza: la difesa degli Stretti (Dardanelli e Bosforo) e dei litorali è stata ritenuta obsoleta, a favore di una profondità strategica improntata anche al riarmo navale e all’estensione delle proprie Zee; l’occupazione di uno spazio geopolitico turco prevede un’iniziale proiezione di forza nel Mediterraneo orientale con un’ingerenza diretta nei vari scenari, attraverso cui può estendere una rete di controllo spaziale sui traffici marittimi passante per lo strategico choke point di Suez. Non molto differente dalla visione del “Mediterraneo allargato”.

Si prenda ora in esame la cartina delle Zee rivendicate nel Mediterraneo orientale da un punto di vista turco (clicca qui). È evidente come le loro Zone risultino quasi compresse, fino ai loro litorali. Paragonandole con quelle degli Stati del Bacino levantino, dall’Egitto alla Siria, si può notare che sono ben definite e proporzionate all’estensione delle proprie coste. Parimenti la Libia avrebbe una Zee ben definita e ampia, ma il dossier libico si è dimostrato del tutto imprevedibile. L’intervento turco in gennaio a sostegno del Governo d’Accordo Nazionale, presieduto da Fayez Al-Serraj, ha inciso anche sulla definizione delle Zee libiche. I recenti sviluppi in Libia, in primis la riconquista della strategica Tarhouna, creano le condizioni per la futura costituzione del corridoio turco-libico, fonte di preoccupazione in particolare per Grecia e Cipro. Come dimostra la cartina (clicca qui), questi svolgono un ruolo di contenimento dell’espansionismo turco. Il governo di Atene, come risposta alla crescente influenza turca, ha stabilito un accordo pro-futuro con l’Italia (è stato esteso l’accordo del 1977) per la delimitazione delle reciproche Zee nel Mar Ionio. La mossa preventiva dei due governi è nata perché l’Italia sarà la destinazione dei gasdotti del progetto EastMed, in cui partecipano Israele, Cipro e Grecia, tutti e tre ostili all’espansionismo turco. L’Ammiraglio Fabio Caffio, reputa l’accordo con Roma parte di una strategia più ampia: l’obiettivo di Atene è definire le proprie Zee anche con l’Egitto in maniera da contrastare le pretese di Ankara; mentre rimarrebbe aperto il discorso nel Mar Egeo per cui una soluzione diplomatica rimane alquanto difficile.

Conclusioni

Ad oggi, nessuna delle condizioni indicate da Schroeder per il conseguimento di un equilibrio stabile è rispettata. Bisogna riflettere sulle implicazioni derivanti dal perseguimento di politiche poco lungimiranti nel Mediterraneo. L’invito è quello di una maggior considerazione da parte dell’Unione Europea, ma soprattutto, della Nato di prendere in mano la situazione e mediare cercando una soluzione che soddisfi tutti gli interessati. Come si è visto l’operazione EunavforMed “Irini” si è dimostrata totalmente inefficace, inoltre, il futuro passaggio del comando operativo dall’Italia alla Grecia non farebbe ben sperare. L’utilità dell’istituto delle Zee potrebbe essere di dubbia natura, uno strumento pernicioso, più di creazione che di risoluzione delle controversie in mari chiusi. Il Mediterraneo orientale sembrerebbe indirizzato a divenire uno spazio geopolitico turco, in cui Erdogan, finché al potere, diverrebbe un “neo-gendarme del Mediterraneo orientale”, ostile però ai più. La Turchia, una “Potenza dormiente”, ha nei suoi geni l’assertività e lo spirito nomade-guerriero, ha dimostrato capacità di pianificazione e acume tattico-strategico. Infine, riformulando le conclusioni del Generale Carlo Jean, l’intenzione del Pentagono sembra esser quella di lasciar che i membri della Nato si diano una propria gerarchia interna, ai cui vertici rientreranno Francia e Turchia, mentre l’Italia diventerebbe un attore geo-strategico secondario, con funzione da collante – inteso come un ruolo prettamente da mediatore (?) – tra il lato occidentale ed orientale del Mediterraneo.