Zero The Story of Terrorism – Recensione (da Gnosis n. 3/2017)

Robert Payne (1911-1983), in questo libro, pubblicato più di sessant’anni fa ma sempre attuale per comprendere le cause “metapolitiche” del fenomeno terroristico, ha costruito un vero e proprio incubo che definisce “Mostro Nečaev” (è questo il titolo del primo capitolo del libro), il leitmotif attraverso il quale egli spiega la natura e gli scopi del moderno terrorismo e la sua connessione con il nichilismo (che Payne denomina “zero”).

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Sergej Nečaev (1847-1882) era il rivoluzionario russo che, ispirato alle idee di Michail Bakunin, quasi certamente, elaborò il Catechismo del Rivoluzionario (1869), un breve testo anonimo che influenzò direttamente non soltanto Lenin, Stalin e Trotsky, ma anche Hitler e che, insieme al romanzo Che fare? di Černyševskij, è stato annoverato tra il “patrimonio stabile della rivoluzione russa” ed è, perciò, una delle scaturigini del leninismo, come afferma Besançon (v. A. Besançon, Le origini intellettuali del leninismo, Sansoni, Firenze, 1978). I precetti dello scisma leninista, infatti, erano già contenuti nella catechesi nichilista che si fondava su due capisaldi: il rivoluzionario di professione (“Il rivoluzionario è un uomo perduto in partenza. Non ha interessi propri, affari privati, sentimenti, legami personali, proprietà, non ha neppure un nome. Un unico interesse lo assorbe e ne esclude ogni altro, un unico pensiero, un’unica passione: la rivoluzione” – p. 7) e l’organizzazione (nečaevščina) che, “sognata” da Nečaev, si materializzerà nel partito bolscevico, così come descritto da Lenin in Che fare?, plasmando, successivamente, il Comintern e il Cominform dell’era sovietica. Per Nečaev l’obiettivo del rivoluzionario era la “distruzione terribile, totale, generale e spietata” (p. 13) delle istituzioni statali esistenti per favorire il ritorno ad un originario barbarico primitivismo; una vera e propria “scienza della distruzione” (p. 8) da cui egli derivò il piacere intellettuale della violenza, in senso ponerologico, così come, in Francia, era stato reclamato da Blanc, Blanqui, Proudhon e, più tardi, da Sorel. Egli si era fatto “il monaco crudele di una rivoluzione disperata” (cit. in A. Camus, L’homme révolté) perché, come stigmatizzò Bakunin, si era “incapricciato del sistema di Loyola e di Machiavelli, dei quali il primo si proponeva di ridurre in schiavitù l’umanità intera, mentre il secondo cercava di creare uno Stato potente” che conduce inevitabilmente alla “schiavitù del popolo” (v. lettera del 2 giugno 1870 di Michail Bakunin a Sergej Nečaev, cit. in M. Confino, Il catechismo del rivoluzionario, Adelphi, Milano, 2014, p. 173). Nel secondo capitolo Payne analizza la “natura della mente nichilista” descrivendola come il prodotto finale di un lungo sviluppo storico che s’inizia con la figura dell’eroe romantico, tormentato dinnanzi all’incedere della società industriale dove “l’immaginazione non ha posto e tutto è calcolato con leggi matematiche” (p. 44); nel Giaurro di Lord Byron, nel Demone di Lermontov e nel Dandy di Baudelaire si esalta la celebrazione della volontà umana e l’eterna autodeterminazione della libertà, quali che ne siano le conseguenze, alla stessa stregua di quanto perseguito attraverso il nichilismo anarchico di Nečaev. La fisionomia del terrorista-nichilista, per Payne, è quella che Dostoevskij illustra ne I Demoni, non solo in rapporto al tema della violenza, ma soprattutto rispetto al tema della finzione. In particolare, nel capitolo “una notte tormentata” (parte terza, cap. 6) Dostoevskij descrive la natura della “mente nichilista”, che porterà poi, nel XX secolo, alla logica dei campi di concentramento: Kirillov uccide lo studente Shatov esattamente nella stessa circostanza in cui Nečaev uccise lo studente Ivanov, e Piotr Verchovenskij suggerisce i metodi con i quali si realizzerà la “rivoluzione della distruzione”, gli stessi metodi utilizzati da Nečaev. La frase che Dostoevskij fa pronunciare a Šigalëv mostra, più di ogni altra, il dilemma del nichilismo: “la mia conclusione è in diretta contraddizione con l’idea iniziale, dalla quale sono partito. Partendo da una libertà illimitata, finisco con un illimitato dispotismo” (p. 52).

La figura del nichilista si presenta ancora con il gesuita Leo Naphta, uno dei personaggi del romanzo La montagna incantata di Thomas Mann, per il quale occorre “incutere il terrore nel mondo per salvare il mondo” (p. 54), e con Chang Hsien-chung (1606-1647) che, alla fine della dinastia Ming, conquistò la ricca provincia del Sichuan massacrando centinaia di migliaia di persone. Nel capitolo dedicato a “Hitler e Nečaev” Payne ha enfatizzato troppo il raffronto ed è stato fortemente influenzato dal libro di Hermann Rauschning The Voice of Destruction (tradotto in italiano con il titolo Hitler mi ha detto, che lo storico Wolfgang Haenel ha dimostrato essere un centone di frasi riunite da libri e discorsi diversi), autore, peraltro, di Die Revolution des Nihilismus che Payne, però, non prende in considerazione. Hitler dimostra che la volontà umana può essere annichilita attraverso il terrore, che l’uomo può essere ridotto ad una cosa insignificante attraverso gli strumenti del terrore spirituale e gli strumenti del terrore fisico: il giuramento di lealtà fu uno dei suoi principali strumenti di terrore. Hitler manipolava la paura delle folle ed il suo scopo era la totale disintegrazione dell’individuo, lo stesso scopo che informava i campi di concentramento dove l’uomo subiva un processo di espiazione sacrificale. Il terrore – continua Payne – può essere reso travolgente e irrefrenabile ma è destinato a fallire quando produce apatia (p. 139). Il libro si chiude con un opportuno richiamo al grande filosofo russo Vladimir Soloviev che profetizzò l’avvento del “Mostro Nečaev” nella figura dell’Anticristo: entrambi nascondono completamente la propria rabbia nichilistica, non sembrando affatto ciò che essi realmente sono. E l’accostamento alla figura dell’Anticristo, in quest’ottica, non può che rafforzare la derivazione, proposta da Payne, del nome Nečaev dal russo nyet, che significa “no”: perciò, egli è “colui che nega”.

 

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Paul B. Henze (1924-2011), assistente di Zbigniew Brzezinski presso il National Security Council sotto il Presidente Carter ed esperto di terrorismo internazionale, in un paper del 18.05.1982, reso accessibile on line il 17.01.2017 (v. CIA CREST Archive), dal titolo “International Terrorism – The Russian Background and the Soviet Linkage”, così sottolineava l’importanza della figura di Sergej Nečaev: “Bakunin, Kropotkin, Nechaev, the People’s Will, the Social Revolutionaries, […], are all part of a line of development which culminated in Lenin, ‘the High Priest of Terror’. […] ‘The centrality of Lenin to modern terror is now beyond dispute…Lenin believed capitalism to be violence; the revolutionary use of violence was not more than a wholly proper counterviolence’ [cit. in Albert Parry, Terrorism: From Robespierre to Arafat, Vanguard Press, New York, 1976, p. 131]. It is the same argument used by the Baader-Meinhof gang and the Italian Red Brigades. Most of the philosophy of these and other modern terrorist groups can be found in Nechaev’s Catechism of a Revolutionary [sottolineato nell’originale]. Is it merely accidental?”. Inoltre, sussiste più di un’analogia, a ben guardare, tra i rivoluzionari russi di fine ‘800, “questi uomini selvaggi e brutali fino alla crudeltà” che “hanno una natura fresca, forte, incontaminata e inesausta, e di conseguenza suscettibile di essere influenzata da una propaganda viva, se con una propaganda veramente viva e non dottrinale si osa avvicinarli e vi si riesce” (v. lettera del 2 giugno 1870 di Michail Bakunin a Sergej Nečaev, cit. in M. Confino, op. cit., p. 155), e quella che è stata definita, con Olivier Roy, la “generazione ISIS”, poiché un elemento sostanziale li accomuna: il nichilismo. Non è, tuttavia, l’Islam che si sta radicalizzando, ma è il nichilismo che si sta islamizzando: il nostro nemico non è l’Islam, è il nichilismo (v. Olivier Roy, Le Djihad et la mort, Éditions du Seuil, Paris, 2016; trad. it., Feltrinelli, Milano, 2017). Il terrorismo è l’apice del nichilismo: il vuoto assoluto di chi uccide e distrugge senza nulla creare; esso è l’emblema della nostra epoca e della vacuità che la contraddistingue strutturalmente. Ecco il nostro mondo: hic Rhodus, hic salta.

Fonte: Pubblicata in versione ridotta su Gnosis n. 3/2017