Zelensky e Putin, la guerra nel Donbass per Kiev e Mosca: intervista ad Anna Zafesova

Per approfondire l’evoluzione delle relazioni tra Federazione Russia e Ucraina, abbiamo incontrato Anna Zafesova, giornalista e analista specializzata nello Spazio post-sovietico, in occasione del numero speciale di Matrioska – Osservatorio sulla Russia. Nel corso dell’intervista, sono stati toccati numerosi temi, dalla recente concentrazione di forze russe ai confini con l’Ucraina, allo stato dei negoziati di Minsk sul Donbass fino alla politica ucraina.

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La recente concentrazione di forze russe al confine con l’Ucraina ha riacceso l’attenzione internazionale sul conflitto nel Donbass, un conflitto considerato congelato ma che periodicamente torna ad accendersi. Come è possibile interpretare quest’ultima escalation del conflitto nella regione? Il ventilato rischio di una prossima invasione russa è da considerarsi realmente concreto?

Riprendendo le parole di Volodymir Zelensky, che avrebbe potuto essere il più interessato ad urlare all’invasione, interpreterei quanto è avvenuto al confine tra Russia e Ucraina come un “gioco di muscoli”, come una volontà russa di mostrare la propria forza e alzare la tensione. Quindi possiamo dire che è stata un’iniziativa volta a segnalare dei paletti insuperabili, nel senso che la Russia ha risposto, in un gioco di triangolazione, a una presa di posizione molto chiara e molto netta dell’Amministrazione di Joe Biden a favore dell’Ucraina. Presa di posizione assolutamente attesa e scontata, considerando il ruolo dell’Ucraina nel tentato impeachment di Trump. È opportuno ricordare infatti le pressioni di Donald Trump su Zelensky e sul governo ucraino in generale, per aprire delle indagini su Hunter Biden, durante la campagna per le presidenziali. Quindi c’era anche del personale. Considerato quindi che Trump ha mostrato una eccezionale ostilità nei confronti dell’Ucraina, al limite della maleducazione, e che Joe Biden, quando era Vicepresidente  nell’Amministrazione Obama, era il responsabile della questione ucraina, era abbastanza scontato, fin dal 20 gennaio del 2021, che Zelensky avrebbe ricercato un più grande sostegno a Washington. Un secondo fattore da considerare per comprendere la recente escalation, e qui iniziamo ad inoltrarci nel terreno della politica interna ucraina, è stata una serie di mosse molto dure di Zelensky contro degli esponenti filorussi all’interno dell’Ucraina, attraverso delle sanzioni, con la chiusura di canali televisivi legati a personaggi vicini al Cremlino. Quindi questo movimento di truppe è stato un da un lato un segnale volto a rimarcare una “linea rossa” invalicabile e dall’altra un modo per saggiare il terreno. 

Questo movimento di truppe ha generato la ferma protesta dell’Unione europea e degli Stati Uniti, con diversi governi che si sono schierati a fianco dell’Ucraina non solo a parole ma  anche impegnandosi a inviare armamenti nel caso di un’escalation. La Russia ha fatto capire il limite oltre il quale non avrebbe più tollerato ingerenze o iniziative occidentali, sostanzialmente il messaggio che è stato mandato da Mosca è stato: “L’Ucraina resta un Paese a sovranità limitata”. Secondo la Russia ci sono cose che l’Ucraina non può fare, come aderire all’Unione europea o alla Nato, assumere una posizione apertamente filoamericana o provare a riprendere, più o meno con la forza, i territori annessi dalla Russia, cioè la Crimea, annessa in via anche formale e definitiva per Mosca, e alcune regioni del Donbass, che tecnicamente restano all’Ucraina, ma che di fatto sono controllate sia militarmente che politicamente dai russi, direttamente o attraverso dei proxy locali. 

Detto questo, sicuramente all’interno della leadership russa ci sono anche movimenti, personaggi ed esponenti di gruppi di pressione che hanno provato a spingere per una recrudescenza del conflitto nel Donbass, attraverso convegni e manifestazioni pubbliche, anche nel Donbass medesimo. Un altro aspetto da considerare è l’emissione di passaporti russi nelle regioni separatiste, che procede a ritmi altissimi. Parliamo di circa 200.000 passaporti emessi, che, in potenza, potrebbero permettere a Mosca di ripetere il l’escamotage utilizzato, nel 2008, con l’Ossezia del Sud e l’Abcasia in Georgia, ovvero quello di intervenire militarmente a difesa dei propri cittadini, pur essendo cosciente di non avere i margini né militari, né politici, né economici per farlo. 

Detto questo si tratta sempre di una situazione pericolosa. Chiaramente, quando si mobilitano 150.000 soldati, il rischio che la situazione sfugga di mano e che faccia precipitare degli equilibri già fin troppo fragili è realistico. Aggiungo che questa escalation ha provocato anche una controffensiva propagandistica molto forte di Zelensky che, forte della solidarietà internazionale, ha lanciato un monito esplicitamente indirizzato verso il “vicino settentrionale”, parlando in russo: egli infatti ha affermato: l’Ucraina non cerca la guerra ma è pronta alla guerra”.

Nel confronto tra l’Occidente e la Russia, l’Ucraina sembra avere la posizione più fragile, pressata dalla minaccia militare e politica russa da un lato e da un Occidente incerto nel sostenere fino in fondo le ambizioni atlantiche di Kiev dall’altro. Il Presidente Ucraino Zelensky ha richiesto apertamente il sostegno degli Stati Uniti e della NATO, spingendo per l’ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica. È secondo lei una prospettiva realistica oppure è destinata a rimanere un’ambizione priva di reali possibilità di consolidamento?

Innanzitutto ci tengo a sottolineare come per l’Ucraina l’adesione all’UE e alla NATO è un obiettivo che è stato dichiarato praticamente fin dall’indipendenza, sebbene spesso venga presentato dai media come un obiettivo recente e sebbene sia stato perseguito con intensità diversa da Presidente a Presidente. Ricordo che la peculiarità dell’Ucraina è quella di essere l’unico paese post-sovietico, tranne l’ovvia eccezione dei tre Paesi baltici che fanno già parte dell’Unione europea, ad aver avuto sei presidenti, anche molto diversi tra loro, eletti democraticamente, configurandosi coì come l’unico paese post-sovietico dove ci sia stata una reale alternanza non violenta al potere. Singolarmente, negli anni precedenti all’Euromaidan era nato un dibattito su quanto l’Ucraina dovesse rimanere neutrale tra Russia ed Occidente, dibattito che ovviamente dopo l’invasione e l’annessione russa della Crimea si è praticamente estinto. 

Quindi se l’obiettivo di Mosca era quello di impedire una deriva filoccidentale dell’Ucraina ha ottenuto l’esatto contrario: in realtà ha sottratto all’equilibrio elettorale esattamente quei territori e quelle componenti della popolazione che erano portatori delle istanze più filorusse. Quindi non solo il Paese è stato straordinariamente compattato da un’invasione, perché ovviamente essere in guerra contro qualcuno consolida sempre delle opinioni pubbliche altrimenti divise, ma ha anche estromesso dal dibattito interno ucraino esattamente quelli che potenzialmente potevano diventare i maggiori “avvocati” del legame con la Russia. Quindi l’ambizione ha divenire membro della UE e della NATO è per l’Ucraina è un obiettivo ovviamente scontato. L’unica cosa che impedisce all’Ucraina di procedere è l’articolo 5 della Patto Atlantico, poiché teoricamente una volta entrata potrebbe invocare immediatamente il meccanismo di difesa comune. Un secondo ostacolo è quello che molti Paesi, già membri della NATO, hanno paura appunto di una sovra-reazione della Russia. Mi sembra quindi evidente come che molte iniziative dell’Ucraina siano ipotecate inevitabilmente a quello che richiede il regime russo, così come sta diventando sempre più evidente che una soluzione finale di questo problema ci sarà soltanto con regime change a Mosca. Fino a quel momento, l’obiettivo prioritario è il mantenimento di questo fragile equilibrio cercando di non peggiorare le cose e cercando di non provocare troppo la Russia, o per meglio dire, di far capire alla Russia che in caso di colpi di mano militari il prezzo sarebbe tanto grande per Kiev quanto per Mosca.

Se ci ricordiamo la famosa frase che Putin avrebbe detto a Barroso nel 2014 “se voglio prendo Kiev in due settimane”, sicuramente la potenza militare russa, se concentrata tutta, permette di prendere Kiev in due settimane, ma a quale prezzo? E soprattutto, come gestire questa cosa? Perché è una guerra nel centro d’Europa, gli ucraini certamente non si faranno prendere senza opporre resistenza e nessuno potrebbe tollerarne il prezzo, neanche la Russia, che sarebbe immenso non solo in termini di isolamento internazionale, ma anche economico, nel dover controllare un enorme territorio. Ricordo che l’Ucraina, della quale spesso si parla nei media italiani come di un piccolo paese europeo, è il più esteso paese d’Europa escludendo proprio la Russia, che vede comunque gran parte del proprio territorio in Asia. Si tratta quindi di operare un contenimento in attesa di un cambiamento a Mosca e dell’arrivo di una leadership con la quale con la quale si possa negoziare.


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Sul fronte politico interno Zelensky vive una situazione indubbiamente complessa, insediatosi con la promessa di una soluzione negoziata della guerra nel Donbass in ottemperanza degli accordi di Minsk, oggi questo obiettivo sembra sempre più lontano. La ricomposizione del conflitto e il consolidamento dello stato ucraino sono obiettivi realmente perseguibili dal Presidente? Inoltre, Zelensky si è affermato come una figura anti-establishment, seppur con singolari legami con alcuni magnati ucraini, a metà del suo mandato presidenziale come è possibile valutare la sua esperienza di governo?

Gli accordi di Minsk hanno un limite evidente, sono stati stipulati quando il conflitto era ancora nella sua fase più dura e violenta e con la costante reticenza della Russia a dichiararsi controparte. Gli accordi di Minsk hanno la Russia come supervisore, come patrono, ma non come controparte. Sebbene sia evidente che la guerra sia tra Ucraina e Russia, Mosca insiste che sia una guerra civile interna all’Ucraina e che Kiev debba negoziare con le leadership delle cosiddette Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, che a loro volta rispondono a Mosca. L’altro ostacolo è la famosa “formula Steinmeier”, che prevede che le elezioni locali nelle zone occupate devono tenersi prima che la Russia restituisca all’Ucraina il controllo del confine, il che è chiaramente una condizione irricevibile per Kiev, frutto delle condizioni in cui il trattato fu firmato. Ulteriormente, la conduzione di elezioni locali in presenza di un’occupazione di fatto di forze russe o filorusse è impensabile, inoltre Mosca continua a spingere affinchè a questi territori vengano concesse delle autonomie speciali molto ampie. Tale soluzione potrebbe essere concretamente implementata, se non fosse che l’Ucraina è già un paese con delle realtà molto diverse e dove le Regioni godono di grandissima autonomia. Evidentemente, tutti i Presidenti post-Maidan, indipendentemente dal loro grado di “filorussismo”, hanno sempre temuto che accettare l’autonomia di Donetsk e Lugansk porterebbe un’escalation secessionista che coinvolgerebbe prima Leopoli e poi Odessa per poi espandersi a tutto il paese, rendendo così necessario rinegoziare un rapporto centro-regioni, in un Paese che ha appena conquistato una fragile stabilità. Quindi questi sono i due motivi per i quali gli accordi di Minsk non hanno avuto e non hanno tutt’ora un grande futuro, ma, insisto, se Mosca volesse rispettarli sarebbe un importante passo verso la ricomposizione del conflitto.

Le prospettive di Zelensky invece sono estremamente difficili da ipotizzare, soprattutto dopo l’ultimo anno. La presidenza Zelensky aveva già avuto un decorso prima del Covid, ma l’avvento della pandemia rende estremamente complesso parlarne. Possiamo invece parlare di cosa abbiamo visto finora. Abbiamo osservato un Presidente che si è affermato come un outsider, che è stato anche il frutto di una guerra e di una delusione per quella che era stata una rivoluzione, come quella del Maidan. Zelensky è stato quindi tante cose e ha cercato, ed è riuscito in parte, di tenere insieme le anime diverse di un Paese, ma ha inevitabilmente visto erodersi la sua popolarità, non di certo consolidata, dato che è stato eletto al secondo turno con il 61% ed è evidente che era un consenso che non poteva mantenere. Adesso la sua popolarità si è ridotta di più della metà, sebbene resti il politico più popolare del Paese, con un margine piuttosto ridotto. Il suo partito “Servo del popolo” è sceso tantissimo da quello che era il suo valore nominale, intorno al 42%, adesso credo che oscilli intorno al 20%. Vorrei però ricordare che, a differenza di altre cosiddette democrazie post-sovietiche, in Ucraina, tranne con Zelensky nel 2019, non c’è mai stata una prevalenza netta di una forza politica. l’Ucraina tradizionalmente ha una struttura partitica molto più europeo, c’è stato quasi sempre un governo di coalizione, questo è uno dei motivi per cui è rimasta una democrazia, poiché dopo ogni tornata elettorale nessun partito era in grado esprimere un governo e, di conseguenza, è sempre stata necessaria una mediazione tra i diversi interessi.

Malgrado le vittore riportate, soprattutto a livello regionale, contro oligarchi e mandarini che governavano da quattro mandati, vittorie sintomatiche di una diffusa rabbia e insofferenza da parte della popolazione verso le vecchie elite, è evidente che “Servo del Popolo” si sia affermata come una formazione populista, composta da figure spesso prive di una solida esperienza politica, di conseguenza quel tipo di consenso politico era ed è molto incline a sgretolarsi rapidamente. 

Quindi il partito di Zelensky è sicuramente in crisi, soprattutto per gli scandali di corruzione e per vari incidenti in cui è emersa l’incompetenza di alcuni esponenti del partito. Basti pensare che molti deputati sono stati comprati all’ingrosso, o al dettaglio, dagli oligarchi, gli stessi oligarchi che Zelensky aveva promesso di contrastare. Fin qui possiamo parlare di un processo già preannunciato, quasi inevitabile, come ha formulato qualcuno, anche di recente, “in occasione del secondo anniversario dell’elezione di Zaleski resta la domanda se abbia fatto meglio un presidente inesperto, ma in qualche modo sincero, rispetto a personaggi molto più navigati in politica come Petro Poroshenko”. Infatti, è giusto registrare che Zelensky , su questa ondata di popolarità, è riuscito ad approvare una serie di riforme che fino a quel momento stentavano ad essere approvate: come la riforma sulla proprietà privata della terra, diversi provvedimenti anticorruzione, riforme molto discusse, e discutibili, come la legge sulla banca centrale. Complessivamente quindi possiamo parlare di un bilancio abbastanza positivo. Evidentemente però non è riuscito a raggiungere quello che era il suo obiettivo principale, cioè aprire un negoziato di pace con la Russia. Ciononostante, alcuni hanno parlato di un tentativo di negoziato solo di facciata, sostenendo quindi che il vero obiettivo di Zelensky fosse quello di procedere verso un ulteriore allontanamento dalla Russia e dalle regioni filorusse. Rispetto a tale eventualità, è opportuno considerare un aspetto economico non irrilevante. Con la perdita di fatto del Donbass, oltre che della Crimea, l’economia ucraina, dopo un crollo terrificante a causa della guerra, si è ripresa, cambiando profondamente la propria struttura, passando cioè da un’economia ancora di industria novecentesca, come quella siderurgica del Donbass sostenuta da forti sovvenzioni statali, a un’economia di esportazioni agricole. Quindi, in realtà, il segreto inconfessabile della politica interna ucraina è che il Donbass, forse, costa meno perderlo che provare a ricondurlo sotto il controllo di Kiev. Questo perché riconquistarlo significherebbe dover integrare diversi milioni di persone, molte dei quali estremamente ostili nei confronti di Kiev, e soprattutto rintegrare una regione devastata dalla guerra, per la quale servirebbero fondi immensi di ristrutturazione. A questo aggiungo un’ultima componente nel quadro della politica interna del paese, ovvero l’inversione di marcia, in senso nazionale, non propriamente nazionalista, di Zelensky. Inizialmente accusato di essere un “traditore filorusso”, soprattutto dai sostenitori dell’ex presidente Poroshenko, in quest’ultimo periodo, Zelensky ha fatto quello che nessuno dei suoi predecessori aveva osato fare, cioè togliere gli averi e silenziare le tv degli oligarchi filorussi, in particolare di Viktor Medvechuck, considerato l’uomo del Cremlino a Kiev, nonché ha riaperto il dibattito sul maggiore uso della lingua ucraina, cosa che irrita sempre tantissimo Mosca. Tale svolta, pur essendo uno strumento importante per il consolidamento della sua figura, è però sintomatica di una sostanziale difficoltà che Zelensky registra sul fronte interno.