Yemen: una guerra che non può più essere ignorata

Da oltre quattro anni in Yemen si consuma una tra le più gravi crisi umanitarie degli anni duemila: una guerra ignorata ma destinata ad attirare in misura crescente l’attenzione della comunità internazionale.

Yemen: una guerra che non può più essere ignorata - Geopolitica.info

È il 19 marzo 2015 quando la guerra civile irrompe in Yemen, preannunciando l’inizio di una delle catastrofi umanitarie peggiori del nuovo millennio. Un conflitto tanto cruento quanto ignorato, relegato a una posizione di estrema marginalità a livello mediatico. Certamente non sorprende che le vicende dello Stato più povero del Medio Oriente abbiano sempre trovato poco spazio nei libri di storia occidentali. Quello che stupisce è il fatto che nonostante gli occhi della comunità internazionale siano puntati sull’escalation della tensione nel Golfo Persico, il suo sguardo continui a rimanere inerte dinanzi alla crisi umanitaria che si consuma appena più ad ovest, nella penisola arabica. Sconvolge il fatto che neppure lo scoppio della più grave epidemia di colera documentata in epoca moderna abbia permesso allo Yemen di venire alla ribalta.

Quella che devasta lo Yemen è senza dubbio una guerra ignorata, ma non necessariamente destinata a rimanere tale in futuro. In primis per l’importanza geopolitica del Paese, che occupa un’intera sponda dello stretto di Bab el-Mandeb, dal quale transita l’8% delle forniture mondiali di petrolio. In secondo luogo, per la forte presenza di al-Qaeda e dell’Isis all’interno della penisola, che giustifica i continui interventi aerei e gli attacchi con i droni statunitensi. E infine per il ruolo che il conflitto in Yemen ricopre nella “guerra fredda” mediorientale, rappresentando una delle principali valvole di sfogo delle tensioni tra l’Iran e l’Arabia Saudita.

Comprendere cosa stia accadendo a Sana’a significa andare oltre le ostilità tra il governo legittimo di Abdrabbuh Mansur Hadi e i ribelli Houthi. Significa fare chiarezza su un conflitto decisivo per l’equilibrio geopolitico mediorientale, ma soprattutto per l’attuale e futura stabilità della penisola arabica.

Cosa sta accadendo in Yemen?
Tra antiche rivalità tribali, divisioni regionali e intolleranze religiose, la guerra in Yemen dipinge uno scenario bellico complesso e difficile da raccontare. Un conflitto troppo ampio per rimanere ancorato all’immagine di una mera guerra civile. Per questa ragione, uno dei modi più efficaci di ricostruire le vicende belliche è l’analisi degli interessi che muovono i singoli belligeranti.

Il primo attore da prendere in considerazione è il movimento “Ansar Allah”, meglio noto come Houthi. Presenti in Yemen sin dagli anni ’90, gli Houthi rappresentano un’entità eterogenea capace di raggruppare sotto un’unica bandiera interessi estremamente diversi tra loro. Pur nascendo come movimento della Gioventù Credente, gli Houthi sono ormai molto più di un gruppo di seguaci dello zaidismo – una corrente della religione sciita diffusa esclusivamente in Yemen – intenzionati ad arginare la minaccia salafita (sunnita). Come dimostra la presenza di un nutrito gruppo di sunniti tra le file dei suoi combattenti, il movimento Ansar Allah è soprattutto un’organizzazione politica e paramilitare, insorta con l’obiettivo di assicurare al Paese un governo meno corrotto.

Il casus belli dell’attuale guerra civile è proprio l’insurrezione degli Houthi, che il 21 settembre 2014 hanno occupato la capitale Sana’a costringendo il Presidente della Repubblica Abdrabbuh Mansur Hadi a rifugiarsi ad Aden, seconda città più importante dello Stato.

Adottando una visione semplicistica, la guerra in Yemen potrebbe essere ricondotta allo scontro tra questi due importanti attori, i ribelli Houthi e il governo legittimo, ma per comprendere appieno la situazione attuale occorre ribadire il ruolo di altri soggetti rilevanti.

Non è un caso che la comunità internazionale riconosca come data di inizio del conflitto quella del lancio dell’operazione Decisive Storm, un intervento militare condotto da una coalizione di Paesi arabi in risposta alla richiesta d’aiuto del Presidente Hadi nel marzo 2015. Questa evidenza consente di capire come la guerra civile yemenita abbia immediatamente assunto dimensioni transnazionali, trascendendo i confini dello Stato e mettendo in campo interessi ben diversi da quelli degli Houthi e del governo di Hadi.

In primo luogo, l’intervento dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo – con l’unica eccezione dell’Oman, vicino pacifico dello Yemen – ha luogo per soddisfare alcuni precisi interessi dell’Arabia Saudita. Questa non interviene semplicemente in qualità di Paese limitrofo, intenzionato a mantenere stabili i propri confini meridionali. Il Regno di Salman si schiera in prima linea per bloccare l’insorgenza di un attore così ideologicamente vicino all’Iran come gli Houthi. Il supporto evidente di Teheran al movimento zaidita, attraverso la vendita di armi e tecnologie militari, viene interpretato dai sauditi come un tentativo minare il loro ascendente sulla penisola arabica, da sempre considerata come parte della loro esclusiva sfera di influenza.

In questo senso, spesso, la guerra civile dello Yemen diviene un pretesto per giustificare l’escalation della tensione tra le due grandi nemesi del quadrante geopolitico mediorientale: la monarchia sunnita di Riad e la repubblica sciita di Teheran.

Dalla prospettiva saudita, l’intervento della coalizione araba in Yemen è strettamente legato anche alle ambizioni personali del Ministro della Difesa del Regno. La partecipazione attiva alla guerra civile yemenita è infatti la più importante tra le politiche che hanno consentito a Muhammad bin Salman di scalare la gerarchia reale e superare il cugino Muhammad bin Nayef nella linea di successione, divenendo così legittimo erede al trono della monarchia saudita.

Se per Riad l’insorgenza degli Houthi in Yemen costituisce al contempo una minaccia e una grande opportunità, per Teheran rappresenta un ottimo diversivo. L’Iran continua a mantenere un profilo basso. Pur essendo evidente il supporto che la Repubblica di Hassan Rouhani fornisce ai ribelli zaiditi, l’endorsement iraniano rimane implicito per almeno due ragioni. Innanzitutto, per l’eccessiva instabilità dello Yemen che richiederebbe degli sforzi eccessivi per assicurare un intervento realmente efficace. In secondo luogo, perché gli interessi dell’Iran nella regione sono comunque molto limitati. Lo Yemen non è una priorità di Teheran, come lo sono invece la Siria, il Libano e l’Iraq, ma resta un buon diversivo per tenere impegnata su più fronti la nemesi saudita.

Al di là dello scontro tra gli Houthi e il governo legittimo, e della proxy war tra l’Arabia Saudita e l’Iran, un ultimo fronte – ma non per importanza – è quello aperto dalle rivendicazioni del movimento indipendentista al-Janub al-Hurr, che rivelano con chiarezza la fragilità di uno Stato di recente formazione come lo Yemen. Affermatosi come entità statale indipendente nel 1990, la repubblica yemenita rappresenta il risultato di un lungo processo di unificazione tra due Stati, lo Yemen del Nord e lo Yemen del Sud, da molti considerato come la mera annessione del secondo da parte del primo.
In quest’ottica l’obiettivo del movimento indipendentista è quello di assicurare la secessione della Repubblica dello Yemen del Sud, riportando lo Stato ai confini preunitari. L’organizzazione secessionista sfrutta l’attuale debolezza del governo per perseguire il proprio obiettivo e i finanziamenti che riceve dagli Emirati Arabi Uniti non possono che complicare la situazione.

Quella in Yemen è dunque una guerra combattuta da più parti, tutti contro tutti, per soddisfare interessi assolutamente antitetici tra loro. Come ogni conflitto contemporaneo, non è solo difficile da raccontare ma soprattutto da risolvere, specialmente in un momento in cui l’escalation delle tensioni nel Golfo Persico rischia di peggiorare la situazione. L’unica certezza risiede nella necessità di porre fine alla crisi umanitaria che devasta il Paese da oltre quattro anni. Una catastrofe che secondo l’UNDP potrebbe contare 233.000 vittime entro la fine del 2019: cifra che per il 60% sarebbe composta esclusivamente da bambini al di sotto dei 5 anni d’età.