Le minacce di Xi, la replica di Tsai e le opinioni dei taiwanesi sulla democrazia e il regime cinese

In un recente discorso ai “compatrioti taiwanesi” il presidente “a vita” cinese Xi Jinping ha ribadito la volontà del suo regime di arrivare, anche con l’uso della forza militare, all’unificazione con Taiwan, proponendo come carota il modello applicato ad Hong Kong. Un discorso al quale Tsai Ing-Wen, presidente taiwanese, ha replicato ribadendo l’esistenza di una Taiwan libera e democratica, respingendo al mittente la prospettiva di una unificazione secondo il modello proposto da Xi i cui esiti negativi sono sotto gli occhi di tutti. Ma cosa ne pensano i cittadini di Taiwan, del proprio regime democratico, della Cina comunista, e dell’ennesimo botta e risposta tra Pechino e Taipei?

Nel discorso dedicato al quarantesimo anniversario della fine del confronto militare tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica di Cina (Taiwan), il presidente della Cina comunista, Xi Jinping, ha rivolto un messaggio ai “compatrioti taiwanesi”, definendo la “riunificazione” come l’unico esito possibile dello status quo relativamente pacifico instauratosi tra le due sponde dello stretto di Formosa. Nel suo discorso, Xi ha dichiarato di voler perseguire i suoi obiettivi seguendo il modello “un paese, due sistemi” – ossia, il regime relativamente tollerante ma non democratico imposto all’ex colonia britannica di Hong Kong, la cui amministrazione è controllata ed eterodiretta da Pechino – e che la Cina non rinuncerà all’uso della forza nel caso in cui Taiwan dovesse spingere verso l’indipendenza formale. A stretto giro, la presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, ha replicato che la riapertura dei negoziati tra le due parti non potrà partire senza il riconoscimento dell’esistenza della democrazia taiwanese, e ha ribadito il suo rifiuto del “1992 consensus”, ossia l’accordo ufficioso tra il regime di Pechino e l’allora governo di Taipei guidato dal Kuomintang (KMT), in cui era stato coniato il principio dell’esistenza di una “unica Cina”. Non una novità, dato che il mandato della Tsai, iniziato nel 2016, era stato segnato proprio dal non riconoscimento di quell’accordo variamente inteso e interpretato da entrambe le sponde dello Stretto, a seconda delle proprie necessità politiche. Il capo di Stato taiwanese, nella sua risposta, ha poi affermato che la maggioranza dei cittadini dell’Isola è fermamente contraria al modello proposto da Pechino e che il regime cinese, piuttosto che cercare di influenzare con minacce e pressioni la vita democratica della società taiwanese, dovrebbe rispettare l’attaccamento ai valori liberali, fondati sul fondamentale principio del “Rule of Law“, dimostrato negli ultimi decenni dai cittadini di Taiwan. Ma qual è l’opinione dei taiwanesi? La democrazia rappresenta il loro regime politico preferito? Quali sono i loro punti di vista sul decennale confronto tra Taipei e Pechino e, più in generale, nei confronti della Cina popolare? Come si identificano i cittadini di Taiwan? Si sentono cinesi, taiwanesi o qualcosa a metà strada tra le due identità?

Il dibattito sulla democrazia taiwanese e sul reale sostegno popolare alle sue istituzioni da parte della popolazione dell’Isola, come altre discussioni relative all’identità nazionale, culturale ed etnica dei cittadini di Taiwan, rappresentano alcuni dei classici temi del confronto politico tra Taipei e Pechino, e interno ai due Paesi. Questi temi sono di conseguenza entrati nell’agenda di accademici, ricercatori e commentatori interessati al quadrante Asia-Pacifico, che negli ultimi decenni ne hanno analizzato le caratteristiche, cause e implicazioni per mezzo delle più diverse metodologie d’indagine, provocando dibattiti non meno intensi – concettualmente parlando – di quelli osservati in ambito politico.

All’interno di questa discussione, non raramente sviluppata sul confine tra accademia e arena politica, è possibile inserire un recente articolo pubblicato sul portale di Channel AsiaNews della professoressa Yew Chiew Ping, dell’Università delle scienze sociali di Singapore, in cui la docente singaporiana ha sostenuto che il recente discorso di Xi – come anche le altre azioni e pressioni diplomatiche e politiche intraprese dalla Cina negli ultimi due anni, ossia a partire dall’elezione dell’amministrazione Tsai – potrebbe aver provocato reazioni del tutto opposte a quelle sperate dalla nomenclatura comunista di Pechino. Consultando i dati di diversi sondaggi condotti a Taiwan negli ultimi decenni – principalmente, a partire dalla transizione democratica completata con le elezioni presidenziali del 1996 – la professoressa Yew, ha infatti mostrato come i cittadini di Taiwan si riconoscano sempre di più nell’attuale dinamico sistema democratico, si sentano sempre più taiwanesi – piuttosto che cinesi – e abbiano sviluppato un’opinione sempre più scettica e refrattaria nei confronti della Cina. Le rilevazioni più recenti, del 2018, mostrano infatti come il 55,8% degli intervistati si ritenga “taiwanese” (piuttosto che “cinese”, 3,5%, o “sia taiwanese sia cinese”, 37,2%); il 76,4% pensi che la democrazia (anche se segnata da problemi di lieve entità) sia la miglior forma di governo possibile, e che il 68,1% di essi ricorrerebbe alle armi nel caso in cui Pechino attaccasse l’Isola.

Seppur non disponendo di informazioni così aggiornate, i dati consultati da Geopolitica.info sembrano confermare il “trend” proposto dalla professoressa Yew, ma con alcune sfumature rispetto ai dati presentati dall’accademica singaporiana. I sondaggi presi in esame – ossia, la banca dati dell’Asian Barometer Survey (ABS), prodotta dal Center for East Asia Democratic Studies dell’Università Nazionale di Taiwan (NTU) – affrontano due delle tematiche menzionate precedentemente, offrendo la possibilità di guardare il supporto per la democrazia tra il 2001 e il 2014, e le valutazioni dei taiwanesi sulla Cina tra il 2010 e il 2014.

Osservando i primi tre grafici, è possibile notare che durante i 15 anni presi in esame la maggioranza assoluta e/o relativa degli intervistati ha sempre espresso un’opinione positiva sul funzionamento e l’efficacia del proprio regime democratico e lo ha sempre preferito a uno di natura autoritaria. Bisogna però notare come le risposte in favore della democrazia, sia intesa come sistema di governo ideale che riferite al funzionamento del sistema taiwanese, abbiano avuto un andamento non lineare.

Il primo grafico (Fig. 1) mostra come vi sia stato un leggero peggioramento delle opinioni degli intervistati nei confronti del funzionamento della democrazia taiwanese nel 2014 rispetto al 2010, seppure con percentuali di risposta positiva al di sopra della media delle quattro rilevazioni prese nel loro complesso.
Nel secondo grafico (Fig. 2), l’andamento delle opinioni dei taiwanesi a proposito delle preferenze per un sistema democratico (sempre e comunque) o autoritario (in alcune circostanze) ha seguito un andamento simile al precedente, con una lieve flessione dei “democratici”, e un aumento degli “indecisi” e degli “autoritari”.
Infine, anche il terzo grafico (Fig. 3), riguardante una domanda sull’efficacia della democrazia nel risolvere i problemi del Paese, sembra seguire lo stesso trend crescente fino al 2010 e decrescente nel 2014.


Difficile dire se queste oscillazioni siano state determinate dal clima politico del 2014 – estremamente polarizzato e segnato, ad esempio, dalla sconfitta alle elezioni amministrative del KMT e le conseguenti dimissioni dell’allora presidente in carica, Ma Ying-jeou, da segretario del partito nazionalista -, o sia il segno di un aumento, peraltro contenuto, della sfiducia dei taiwanesi nei confronti del loro assetto istituzionale, o sia il frutto di altri fattori. Il quadro presentato dai dati a disposizione sembra però suggerire un leggero raffreddamento delle opinioni dei taiwanesi nei confronti della democrazia – idealmente e concretamente parlando – nel 2014.


A queste variazioni, va poi aggiunto un dato apparentemente incoerente rispetto agli altri: ossia una maggioranza degli intervistati (una media del 76,24% lungo le quattro rilevazioni) che ritengono più importante lo sviluppo economico rispetto alla possibilità di avere un regime democratico (Fig. 4). La domanda, più precisamente, recita (traduzione nostra, nda): “Se si trovasse a scegliere tra democrazia e sviluppo economico, cosa riterrebbe più importante?”. Com’è facile notare, si tratta di una questione molto astratta, che implica una scelta tra due concetti che non si escludono a vicenda, e che potrebbe essere stata inserita nel questionario per “catturare” le preferenze dei taiwanesi nei confronti di una situazione più concreta: ossia, la possibilità che essi rinuncino ai propri diritti politici in cambio di un maggior sviluppo economico che potrebbe essere offerto dalla ipotetica unificazione con la Cina popolare. Tuttavia, non è detto che gli intervistati abbiano interpretato la domanda secondo le (possibili) intenzioni dei ricercatori dell’ABS. Come già sottolineato, la questione appare posta in maniera astratta ed è possibile, quindi, che molti intervistati non abbiano realmente colto la concretezza che la domanda sottintende o, meglio, potrebbe sottintendere.

D’altronde, passando al tema delle opinioni dei taiwanesi nei confronti della Cina, va ricordato che la maggioranza dei taiwanesi intervistati da altre organizzazioni – come è possibile evincere dall’articolo della professoressa Yew – si sia esplicitamente espressa per un mantenimento dello status quo tra i due Paesi, ossia un mantenimento dell’indipendenza di fatto di Taiwan rispetto alla Cina comunista che, va ricordato, dalla sua nascita nel 1949 mai ha esercitato alcuna giurisdizione sul territorio, sullo spazio aereo e marittimo, e sulla popolazione di Taiwan.
Inoltre, come mostrano gli ultimi due grafici, le opinioni dei taiwanesi sul ruolo di Pechino come attore regionale (Fig. 5) e nei confronti di Taiwan (Fig. 6) non dimostrano una gran “simpatia” dei taiwanesi verso la Cina, anche se, nel secondo caso, le opinioni negative e positive sono rimaste complessivamente stabili tra il 2010 e il 2014, con posizioni meno radicali nella seconda rilevazione rispetto alla prima.

È chiaro che semplici percentuali di risposta ad un sondaggio non possano offrire indicazioni univoche rispetto a tematiche al centro del dibattito politico e accademico. Tuttavia, quel che traspare da questi dati è che esista una stabile larga maggioranza del popolo taiwanese fondamentalmente democratica. L’unico dato che potrebbe lasciare spazio ad una interpretazione diversa è rappresentato dalla domanda relativa alla preferenza tra sistema democratico e sviluppo economico (Fig. 4). Tuttavia, come già sottolineato, appare arduo interpretare quel dato come il segno di una maggioranza dei taiwanesi disposta a rinunciare al proprio assetto libero e pluralista, sia guardando alla natura della domanda sia considerando i risultati delle altre domande poste agli intervistati. Appare inoltre assai difficile e improbabile che questo dato segnali una qualche forma di accettazione del processo di unificazione con la Cina comunista.

È chiaro che di fronte ad un eventuale tracollo dell’economia taiwanese si possa intravedere un calo delle opinioni favorevoli al regime politico democratico e l’apertura di un periodo di sua regressione. Ma ad oggi un fenomeno del genere appare lontano e, soprattutto, è ancor più difficile pensare che i taiwanesi, sperando di salvare la propria economia, si consegnino nelle braccia di Pechino. Anche perché – nonostante Xi jinping abbia espresso la volontà di rispettare i costumi, il sistema sociale ed economico dell’Isola – i taiwanesi conoscono benissimo quanto valgano le promesse comuniste e hanno sempre presente la vicenda di Hong Kong e il significato autentico del modello “un paese, due sistemi”: una formula che ha portato l’ex colonia britannica a ottenere un livello di tolleranza superiore rispetto alla dura realtà imperante nel resto del territorio cinese, ma che ha consentito al regime comunista di controllare con i suoi noti sistemi le vicende della città, in barba a tutte le promesse di liberalizzazione politica fatte dalla Cina alla comunità internazionale, prima dell’annessione.

Leggi anche