0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheCina e Indo-PacificoWolf warrior diplomacy: cos’è e come va interpretato il...

Wolf warrior diplomacy: cos’è e come va interpretato il nuovo corso della diplomazia cinese

-

La presenza sempre più ingombrante della Cina nel novero delle grandi potenze ha aperto la strada, negli ultimi anni, a un cambiamento nell’atteggiamento del personale diplomatico di Pechino. Analizziamo le principali cause, chiavi di lettura e prospettive di questa trasformazione.

“Non possiamo trattarci ancora come un bambino di tre anni se siamo diventati un ragazzo di un metro e ottanta”: così Lu Shaye, ambasciatore cinese in Francia, spiega il recente cambiamento dello stile diplomatico del suo Paese. Il distacco, in effetti, è evidente: solo durante il regime di Mao la Cina aveva conosciuto un approccio aggressivo e rapace alla diplomazia, mentre a partire da Deng la sobrietà, l’accoglienza e il “basso profilo” erano stati i tratti distintivi dei diplomatici di Pechino. Questa politica ha cominciato ad essere gradualmente accantonata dopo il 2008 – con la crisi di Lehman Brothers e, più tardi, il sorpasso dell’economia giapponese da parte cinese, che hanno infuso alla Cina più sicurezza sul piano dell’economia internazionale -, per poi essere ribaltata con l’arrivo di Xi Jinping al potere e con la pandemia da Covid-19. 

Che cos’è, dunque, la “Wolf warrior diplomacy”?

Il nome “Wolf warrior” è tratto da una saga cinematografica campione d’incassi in Cina, che ha provocato un’ondata di orgoglio nazionalista narrando la storia di un agente delle forze speciali cinesi impegnato a combattere contro mercenari stranieri. Il termine indica quindi un modo di fare diplomazia più aggressivo e assertivo, sia nella retorica che nella pratica. Gli esempi pratici non mancano: dal caso emblematico del Mar Cinese Meridionale alla questione di Taiwan, passando per le sanzioni all’Australia, la repressione di Honk Kong, l’attivismo nella disputa per le Senkaku/Diaoyu e molto altro.

Particolarmente rilevanti, però, sono anche gli aspetti della narrazione e della comunicazione. Alcuni dei classici pilastri della narrazione cinese, come il senso di rivalsa nei confronti del “secolo dell’umiliazione” e dell’Occidente imperialista e il confuciano spirito di armonia tra le nazioni, vengono ora convogliati attraverso nuovi canali e con un nuovo approccio. L’uso dei social, ad esempio, è del tutto inedito per i diplomatici cinesi: se fino al 2020 vi erano quasi del tutto assenti, ad oggi si contano quasi 200 account istituzionali sul solo Twitter, che hanno visto il loro seguito aumentare, nel giro di pochi anni, con percentuali a tre cifre. E proprio i social rappresentano il canale comunicativo privilegiato per i “wolf warriors”. Il primo caso significativo di successo è quello di Zhao Lijian, portavoce del Ministero per gli Affari Esteri di Pechino, che nel 2020 cominciò a ribattere in maniera aggressiva alle critiche al suo Paese per la diffusione del coronavirus e a divulgare notizie false secondo cui la vera origine del virus sarebbe stata nel Maryland, negli Stati Uniti. Era questa una risposta all’amministrazione Trump, che era solita usare l’espressione denigratoria “virus cinese”. Proprio le dinamiche della comunicazione social possono aiutare a fare luce su possibili interpretazioni di questa nuova tattica diplomatica.

Una tattica aggressiva o difensiva?

La wolf warrior diplomacy nasce quindi come difesa da attacchi dall’esterno, ma viene subito declinata come un’estensione del nazionalismo cinese. In un capovolgimento della classica strategia cinese di gestione dell’informazione, tradizionalmente limitata al controllo e alla repressione del dissenso, gli account legati al Partito Comunista Cinese lanciano ora campagne di hashtag contro gli Stati Uniti (significativo l’uso estensivo di #BlackLivesMatter dopo la morte di George Floyd), diffondono teorie del complotto supportati da orde di troll e account falsi e creano contenuti virali che spaziano dai meme satirici ai video di panda alle storie di “uiguri felici” per migliorare la propria immagine all’esterno. 

Tuttavia l’audience di riferimento è raramente l’opinione pubblica estera. Più spesso sono gli stessi dirigenti del PCC: lo stesso Xi sembra apprezzare e premiare gli atteggiamenti più assertivi, anche quando questi finiscano per rivelarsi controproducenti, danneggiando ulteriormente l’immagine del Paese all’estero. Celebre è diventato, in questo senso, il discorso con cui il leader cinese si è rivolto alla nazione in occasione del centenario del PCC, nel 2021: la minaccia, cruda e violenta, è che chiunque proverà a “opprimere o soggiogare” la Cina, si troverà “la testa rotta e il sangue che scorre su un grande muro d’acciaio fatto della carne e del sangue di più di 1.4 miliardi di cinesi”. 

La Cina, dunque, non si vede più in dovere di rassicurare la comunità internazionale della sua “ascesa pacifica” e di giustificarsi per la propria crescita e il proprio sistema di governo. La maggiore fierezza ed assertività conducono però a una maggiore esposizione e quindi a nuovi rischi per la sicurezza: questa commistione di sciovinismo e crescente insicurezza sembrano essere la base su cui si innesta il nuovo stile di comunicazione diplomatica cinese.

Il futuro della diplomazia cinese

Non tutti i diplomatici di Pechino sono wolf warriors. I membri più tradizionalisti del corpo diplomatico criticano la nuova strada e invitano a un ritorno alla pacatezza e all’armonia. Tra questi, spicca l’ex ambasciatore di lunga data a Washington Cui Tiankai, che in un discorso d’apertura di una conferenza nel dicembre 2021, davanti a numerosi suoi colleghi, ha criticato l’aggressività, la “pigrizia e l’incompetenza” in diplomazia, invitando ad “avere sempre un’idea della nazione in grande nella mente, piuttosto che pensare sempre a diventare celebrità su internet”. Lo stesso Xi, in un’altra occasione nel maggio del 2021, ha richiamato all’importanza di “allargare il cerchio di amici” della Cina e riformare l’immagine del Paese in senso “affidabile, amabile e rispettabile”. Alcuni dei più celebri ed agguerriti wolf warriors hanno recentemente perso i loro incarichi – come l’ex ambasciatore in Svezia Gui Congyou, dimessosi dopo delle accuse di aver minacciato un giornalista, o il direttore del Global Times Hu Xijin – mentre alcuni diplomatici tipicamente più moderati hanno ricevuto promozioni, come Xiao Qian, più sobrio e professionale, recentemente passato dall’ambasciata d’Indonesia alla delicata ambasciata australiana. 

Sono forse questi segnali di un parziale cambio di rotta dello stile diplomatico cinese dopo la brusca virata seguita alla pandemia. Non bisogna aspettarsi, tuttavia, un abbandono completo della nuova tattica diplomatica. La recente distensione può essere letta alla luce di alcuni delicati appuntamenti che la Cina ha visto o vedrà nel 2022, tra cui le Olimpiadi invernali appena trascorse e il 20esimo Congresso del PCC in cui Xi cercherà la rielezione in tutte le sue cariche: si tratta di eventi che spingono Pechino alla ricerca di una stabilità esterna al fine di concentrarsi sulle questioni domestiche. L’invasione russa dell’Ucraina, inoltre, potrebbe portare la Cina a un ulteriore allentamento momentaneo dell’aggressività diplomatica verso l’Occidente: ciò le permetterebbe di conservare un’immagine neutrale pur fornendo un più o meno velato supporto a Mosca. Al di là delle situazioni contingenti, tuttavia, la wolf warrior diplomacy sembra essere qui per restare. Essa si inscrive in una più ampia presa di coscienza da parte della Cina del suo potenziale e del suo ruolo nel contesto internazionale, e allo stesso tempo rappresenta una difesa da attacchi esterni reali o presunti che sembra far presa efficacemente sul nazionalismo del governo e della popolazione cinesi.

Corsi Online

Articoli Correlati

Pechino vs Canberra: partita a weiqi nel Pacifico sud-occidentale

L’interesse di Pechino nei confronti del Pacifico Sud-Occidentale non è cosa nuova. La Repubblica Popolare da diversi anni a...

China’s Pacific Island Venture – a mission failed?

Chinese Foreign Minister, Wang Yi, started his multi-country journey to the Pacific Island countries (PICs) on May 26th, 2022,...

Il Sud-Est Asiatico e la competizione economica tra Cina e USA: tra Nuove Vie della seta e IPEF

Sempre più circolano grandi aspettative e speculazioni a seguito dell’annuncio di grandi impegni di natura economica da parte di...

Lo scontro Usa-Cina accelera la normalizzazione del Giappone

Nelle ultime settimane si è discusso molto dell’Indo-Pacifico, in quanto principale terreno di scontro tra Usa e Cina.  In questo...