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Il Windsor framework e la sua importanza per la stabilità dell’Irlanda del Nord

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Il 27 febbraio 2023 nella celebre location di Windsor, il primo ministro inglese Rishi Sunak e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno aggiornato l’intesa sulla gestione del confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del nord a seguito di Brexit. L’accordo tra Bruxelles e Regno Unito rappresenta un segnale importante, in quanto l’intesa commerciale raggiunta comporta un tentativo di stabilizzazione dell’area nord irlandese, entrata in crisi a seguito della vittoria dei leavers nel referendum del 23 giugno 2016.

L’isola d’Irlanda è tagliata in due da un confine politico, protagonista di due delle vicende che in modi diversi hanno plasmato la storia europea degli ultimi 80 anni.

La prima è stata il periodo di tensioni e violenza tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento, in cui si fronteggiavano le due comunità, i cattolici indipendentisti da una parte e i protestanti unionisti dall’altra per le strade delle cittadine nordirlandesi. Dopo l’apice raggiunto con la presidenza Thatcher, il conflitto è stato risolto con la firma del famoso Accordo del Venerdì santo nel 1998. Il trattato ha garantito la creazione di un’assemblea parlamentare nordirlandese e di un governo condiviso dai cattolici (prevalentemente rappresentati nel partito Sinn Fein) e dai protestanti (prevalentemente rappresentati nel partito Democratic Unionist Party, DUP). 

Il secondo evento storico è stato Brexit. La decisione britannica di uscire dall’Unione europea ha comportato la necessità di ricostruire un confine fisico tra la Repubblica di Irlanda e il Regno Unito, Nord Irlanda compresa.

I due eventi sono legati tra loro a doppio filo. Infatti, l’essere parte delle Comunità europee (poi UE) ha contribuito al graduale attenuarsi del conflitto irlandese grazie ad una serie di fattori. In primo luogo,  il progressivo sviluppo del mercato unico europeo ha permesso all’economia nordirlandese di vivere un’importante fase di slancio, grazie al suo fungere da ponte commerciale verso la repubblica d’Irlanda. Inoltre, la libera circolazione degli individui, dei servizi, delle merci e dei capitali ha reso maggiormente porosi i confini tra gli Stati membri. Di conseguenza, per esempio, le spinte secessioniste nordirlandesi si sono mitigate grazie alla possibilità di viaggiare, vivere, studiare e lavorare presso la Repubblica d’Irlanda data agli abitanti della regione di Belfast. 

La possibilità di una ricomparsa del confine irlandese, dovuta a Brexit, ha comportato una destabilizzazione della società nord irlandese. Per questo motivo, i governi di Londra, Belfast e le istituzioni europee hanno cercato di evitare, con successo, quest’eventualità. Tuttavia, l’uscita dall’UE ha impattato le dinamiche politiche nordirlandesi tanto che, il partito cattolico nazionalista, Sinn Fein, ha trionfato nelle ultime elezioni per la prima volta, mentre a partire da metà 2020 (ovvero da quando Brexit si è definitivamente concretizzata) il partito unionista DUP ha iniziato a boicottare sistematicamente il parlamento di Stormont non presentandosi in aula. 

Contemporaneamente, a sud del confine, verso Dublino, le paure non sono minori. La Repubblica d’Irlanda è sempre dipesa in misura importante dalle importazioni provenienti dal Regno Unito. Nel corso del 2021 le esportazioni da Londra verso l’UE sono diminuite del 46.5% rispetto all’anno precedente (secondo uno studio dello UK Trade Policy Observatory), e ad oggi “solo” il 27% del totale delle importazioni irlandesi proviene dalla Gran Bretagna. L’uscita di Londra e Belfast dal mercato unico, dunque, sembra aver comportato un incremento della difficoltà e del costo del commercio verso Dublino. Questo è stato percepito come un fattore di rischio dalla società e dal governo irlandese.

Per queste ragioni, sin dall’apertura dei negoziati tra Bruxelles e Londra, la questione irlandese ha sempre giocato un ruolo chiave. L’allora presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha sottolineato numerose volte come gli interessi della Repubblica di Irlanda sul confine e la tutela dell’accesso di Dublino al mercato unico fossero due asset strategici chiave per l’UE. 

Al momento dell’entrata in vigore degli accordi Brexit è stato raggiunto un accordo ad hoc per regolare il flusso commerciale infra confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Il Northern Ireland Protocol spostava la frontiera nello stretto di mare tra il resto del Regno Unito e il Nord Irlanda. Le merci e i servizi che viaggiavano verso l’Irlanda erano tenuti a rispettare standard e dazi tali per cui potessero accedere al mercato unico. Di conseguenza, nonostante Brexit, la regione di Belfast rimaneva sostanzialmente all’interno del mercato interno, eliminando il problema del confine fisico tra le due entità statali dell’isola. 

L’accordo non ha mai soddisfatto una parte della società nordirlandese. La componente unionista lo ha percepito come un allontanamento da Londra, essendo più complesso ricevere beni e servizi provenienti dal resto del Regno Unito, nonché viaggiare verso l’isola britannica. Per questo il DUP ha sistematicamente boicottato le riunioni parlamentari, aumentando così le tensioni sociali e portando alcuni osservatori a parlare di una riapertura della questione irlandese nel XXI secolo.

Si aggiunga che nel corso della destabilizzazione della regione, a Londra la carica di primo ministro era ricoperta da Boris Johnson, il quale è sempre stato schierato tra le file degli hard brexiters, la frangia maggiormente radicale del partito conservatore favorevole all’uscita dall’Unione europea, e coerentemente ha cercato di far passare una serie di atti legislativi volti a rimodellare completamente gli accordi tra Regno Unito e UE siglati dal precedente esecutivo di Theresa May

Dunque, a partire da febbraio 2020 la regione dell’Irlanda del Nord è progressivamente entrata in una crisi economica e sociale dovuta ad una Brexit differenziata, ad un rapporto compromesso con Londra e alla concomitante pandemia di Covid-19. Questo ha dato nuova forza alla questione identitaria che nel passato ha profondamente diviso la popolazione. Di conseguenza, è comprensibile, quindi, il continuo negoziato tra Bruxelles e Londra volto a migliorare la situazione. 

L’arrivo di Rishi Sunak a Westminster ha probabilmente aiutato la ricerca di un compromesso. Il nuovo primo ministro si è posto come un attore pragmatico e ragionevole. L’accordo verbale trovato, il c.d. Windsor agreement, istituisce due linee di accesso al mercato nordirlandese. Una prima linea dedicata a beni e servizi diretti verso Dublino, i quali devono rispettare gli standard del precedente protocollo. Una seconda, dedicata a beni e servizi diretti a Belfast, i quali devono rispettare gli standard del solo mercato britannico. Lo scopo dell’intesa descritta sembra provare un riavvicinamento della regione a Londra, in modo da mitigare le preoccupazioni della componente unionista della popolazione ed evitare un secondo scoppio della questione identitaria nord irlandese. 

I due maggiori partiti inglesi (Conservatori e Laburisti) hanno accolto con fiducia il progetto, garantendo il voto favorevole in parlamento per la ratifica. Tuttavia, il DUP si è detto non soddisfatto del lavoro portato avanti. Lo scorso 22 marzo 2023 il parlamento londinese ha approvato l’accordo proposto dal governo Sunak con una maggioranza di 515 voti favorevoli contro 29 a sfavore. Tra i parlamentari contrari figurano i 6 rappresentanti DUP, in linea con la promessa del partito unionista di boicottare il draft presentato, e 22 esponenti conservatori e dell’ala radicale dello European Research Group, tra cui gli ex primi ministri Boris Johnson e Liz Struss, ed un indipendente. Il voto conservatore presenta, dunque, una frattura, sintomo di una divergenza di visioni all’interno del partito. Tuttavia, sono stati 280 i voti conservatori a sostegno dell’accordo. I numeri alti potrebbero essere sia un segnale di apprezzamento della leadership di Sunak, sia un indicatore della volontà di mitigare gli effetti della scelta di uscire dal sistema comunitario.

Quello che risulta chiaro è che i negoziati tra Londra e Bruxelles non verranno interrotti ora. Appare, infatti, evidente che due eventi contingenti dei nostri tempi comportino una convergenza di interessi tra l’Unione europea e il Regno Unito. Da un lato la crisi economica attuale richiede un rapporto amicale tra Londra e il mercato unico europeo al fine di rafforzare le interdipendenze tra i due attori. Dall’altra parte, la situazione deteriorata delle relazioni internazionali e la guerra in Ucraina ha fatto sì che gli Stati membri UE abbiano tutte le intenzioni di ricercare una collaborazione strategica con Londra, in quanto il Regno Unito è la principale forza militare, convenzionale e nucleare, del continente europeo. 

Proprio il peso strategico del Regno Unito nelle relazioni internazionali (e in particolare in quelle transatlantiche) fa risaltare la questione nordirlandese,  visto che una riapertura di quel conflitto identitario sarebbe in grado di delegittimare la posizione di Londra. Adottando quest’ottica, è possibile immaginare che i rapporti tra Londra e Bruxelles non siano ancora del tutto definiti, e che nei prossimi anni il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord sarà al centro di altri compromessi.

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