Why Counterinsurgency Fails

All’inizio del secondo capitolo di questo splendido volume, Dennis de Tray, descrive quanto sta per scrivere nel resto del capitolo come qualcosa che è in “parte diario di viaggio, parte lezione di storia, parte porsi interrogativi, parte ricerca di soluzioni, e tutto visto attraverso le lenti dello sviluppo internazionale” cosa niente affatto sorprendente se si considera che Dennis de Tray dal 1983 in poi ha lavorato per la Banca Mondiale.

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Le parole che de Tray usa per descrivere il secondo capitolo di Why Counterinsurgency Fails forniscono una descrizione perfetta dell’intero volume che nel tentativo, a nostro avviso riuscito, di spiegare perché la counter-insurgency in Iraq e in Afghanistan non abbia funzionato, è effettivamente biografia, cronaca di viaggio, lezione di storia e di sviluppo.

De Tray spiega, molto chiaramente, che la counter-insurgency si compone di tre elementi: una campagna militare volta a mettere in sicurezza un paese, una fase in cui si creano delle istituzioni in grado di funzionare e di fornire se non buon governo almeno una governance che sia abbastanza buona, e, infine, una strategia di uscita.

Quello che emerge dal bel volume di de Tray è che due (creazione di istituzioni funzionanti, strategia di uscita) dei tre pilastri su cui la counter-insurgency si fonda non hanno funzionato né in Iraq né in Afghanistan per motivi che de Tray discute con notevole acume e in considerevole dettaglio.

Quello che de Tray non teme di definire il fallimento della counter-insurgency in Iraq e in Afghanistan è stato il risultato di una lunga serie di errori: la tendenza ad utilizzare l’esercito come se fosse un’agenzia per lo sviluppo (development agency); l’assenza di coesione, coerenza e continuità nella gestione delle attività di counter-insurgency; il non aver fatto di più per promuovere il buon governo dal basso e per consolidare i legami fra i cittadini e lo stato; l’aver sommerso di fondi per lo sviluppo governi che, a causa delle proprie debolezze, non erano in grado di fare buon uso di queste risorse; il fatto che le agenzie (internazionali o quantomeno straniere) deputate a promuovere lo sviluppo si siano impegnate direttamente a fornire beni e servizi ai cittadini anziché far sì che beni e servizi, per quanto più lentamente e inefficacemente, venissero erogati dalle nascenti istituzioni che avrebbero così avuto modo di acquisire una qualche o maggiore legittimità. A questi errori, ne vanno aggiunti altri che de Tray discute puntualmente.

Il volume di de Tray, ricco di spunti, di riferimenti, e di aneddoti spesso gustosi, fornisce tre lezioni fondamentali –una su cosa serve per far funzionare e bene la counter-insurgency, una su chi o cosa debba essere fatto per assicurare lo sviluppo politico in paesi in via di sviluppo e con un fragile assetto istituzionale, e una relativa al ruolo che la comunità internazionale può svolgere per promuovere il buon governo e il successo della counter-insurgency.

Per quel che concerne la counter-insurgency la lezione, fondamentale, di de Tray è che il terrorismo può essere sconfitto, che le insurgencies possono essere soppresse, e che gli stati possano essere creati ma che quel che serve per raggiungere ciascuno di questi obiettivi è una soluzione politica e non una soluzione militare. La soluzione militare serve nella prima fase della counter-insurgency, ma non nella seconda né, tantomeno, nella terza.

Per quel che riguarda lo sviluppo, la lezione fondamentale è che lo sviluppo politico, la creazione di uno stato funzionante e di istituzioni adeguatamente istituzionalizzate, richiedono tempo e non possono essere imposte dall’esterno. Per i problemi locali servono soluzioni locali.

Per quello che riguarda il ruolo della comunità internazionale, de Tray è molto chiaro: la comunità internazionale “può lavorare con i governi per dare ai paesi il tempo necessario per creare stati funzionanti” (p. 25). Ma, a tal proposito, de Tray fornisce delle indicazioni preziose su come procedere. Posto che le organizzazioni internazionali e la comunità internazionale non si possano sostituire ai governi nazionali, e posto che i governi centrali, oltre ad essere inefficienti siano anche, potenzialmente, corrotti cosa si può fare per ovviare il problema e assicurarsi che i fondi siano spesi per migliorare le condizioni di vita dei cittadini? Si deve lavorare con i governi locali che, scrive de Tray sono molto più capaci di quanto in genere si ammetta, si deve erogare fondi destinati a specifici progetti di sviluppo, si deve essere trasparenti a far sapere ai cittadini quali e quanti fondi sono stati messi a disposizione per quale scopo, e i cittadini vedendo cosa viene e non viene fatto con i soldi erogati, possono far sì che i governi locali rendano conto del proprio operato e del denaro speso.

Questo bel volume di de Tray non si limita a confermare quanto Samuel H. Huntington aveva teorizzato in Political Order in Changing Societies (1968) e cioè che lo sviluppo politico, la creazione di istituzioni funzionanti e rispettate, siano condizioni necessarie per il buon governo e lo sviluppo socio-economico, ma mostra come e a quale livello l’istituzionalizzazione possa essere perseguita con successo.

Il volume di de Tray è fondamentale perché assicura che le lezioni apprese dal conflitto in Iraq e in Afghanistan non vadano perdute, e, leggendolo, non si può far a meno di pensare come sarebbero andate queste due counter-insurgencies se si fosse saputo allora quello che si può apprendere oggi leggendo il volume di de Tray.