Why America Misunderstands The World

Nel suo ultimo libro “World Order” (Penguin Books), Henry Kissinger ci ricorda quanta importanza abbia il contenimento delle ambizioni di ciascun Paese per ristabilire l’equilibrio mondiale: non è un caso che proprio uno dei padri della diplomazia americana si soffermi sull’ego delle nazioni, sul loro posto nel mondo e sulla necessità di ricreare un ordine internazionale.

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Perché in fondo è tutta una questione di “percezione”, come spiega Paul R. Pillar nel suo “Why America Misunderstands The World. The World National Experience and Roots of Misperception” (Columbia University Press): la cultura di una nazione, il suo ruolo sulla scena internazionale sono plasmati da una serie di condizioni naturali, geografiche e storiche. La cultura americana è come un “prisma”, sostiene Pillar, in grado di alterare, spesso in modo significativo, ciò che gli americani osservano al di fuori della loro realtà. I confini sono le linee invisibili che la politica statunitense oltrepassa, estendendo al resto del mondo incognite e problemi diffratti. Non occorre guardare troppo lontano per accorgersi che le distorsioni americane sono un meccanismo difensivo dal retroterra psicoanalitico: tutto ciò che fa paura o non è desiderabile viene spostato sull’Altro.

Ma non solo: all’origine dell’incomprensione degli Stati Uniti ci sarebbe, secondo l’autore, la tendenza a sopravvalutare l’importanza della percezione interna a discapito delle dinamiche esterne. Ma la percezione statunitense non è solo il risultato di processi psicologici: l’eccezionalità storica e geografica ha contribuito alla creazione di un’ideologia e di un sentimento americani, nei quali la straordinarietà è diventato l’elemento costitutivo e identitario. La creazione di una mitologia, basata sull’eccezionalità e sull’autocoscienza, è stata tramandata e interiorizzata, impedendo al Paese di operare un’analisi introspettiva dolorosa, ma forse necessaria. La consapevolezza della propria unicità ha dato origine all’illusione di poter diventare creatori della realtà e della Storia. D’altronde ciò che ha contribuito maggiormente ad alimentare l’etica della straordinarietà dell’America è stato l’isolamento geografico nel quale si trova.

Lo spazio e l’identità

L’abbondanza di terra libera è alla base della cultura dello spazio e della frontiera, che ha caratterizzato la storia politica e sociale degli Stati Uniti. Il concetto di frontiera è stato la spina dorsale del Paese, dalle sue origini fino alla dottrina della “New Frontier” sostenuta da Kennedy durante la convention democratica del 14 luglio 1960. La necessità di porre limiti, umani o leggendari, è il frutto dell’apparente illimitata abbondanza della quale l’America si è nutrita, non solo a livello pratico, ma soprattutto a livello culturale. Il mito della frontiera con i suoi confini elastici e perennemente estendibili ha rafforzato la percezione degli Stati Uniti come Paese immune dagli ostacoli e dai dubbi che affliggono il resto del mondo. Il successo americano è il risultato di un processo inevitabile, di un destino inesorabile: le abilità individuali sono il mezzo per ottenere dei buoni risultati, mentre l’insuccesso è solo il risultato di situazioni complesse, indipendenti dalla volontà. Il concetto calvinista di provvidenza ha creato non solo un’etica spirituale e culturale, ma anche, ci avverte Pillar, un’etica sociale e politica. La democrazia, vista dagli Stati Uniti come naturale estensione del successo e della libertà, è un concetto esportabile oltre confine e, soprattutto, oltreoceano.

L’identità americana è nata dalla contrapposizione netta e inequivocabile del Sé dall’Altro: tutta la Storia degli Stati Uniti è il tentativo costante di reiterare questo concetto. C’è sempre un nemico, più o meno visibile e identificabile, capace di mettere a repentaglio l’essenza stessa della nazione: che sia interno o esterno, l’Altro diventa l’elemento in grado di dar forma e consistenza alla cultura stessa della nazione. La dicotomia giusto-sbagliato, buoni-cattivi, che ha colonizzato anche l’immaginazione cinematografica e letteraria statunitense, è stata però messa in crisi, secondo Pillar, dalla guerra fredda: l’incapacità di scorgere una differenza tra guerra e pace, sostituiti da più aleatori e generici momenti di tensione e distensione, ha provocato una frattura insanabile nel racconto identitario americano. Un racconto che, come tutti, continua a nutrirsi di credenze.