Who is who: Boris Nikolayevich Eltsin

Nome: Boris Nikolayevich Eltsin
Nazionalità: russa
Data di nascita: 1° febbraio 1931
Ruolo: Presidente della Federazione Russa

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Boris Eltsin nacque da un umile famiglia contadina nel 1931, nella città russa di Butka nell’Oblast di Sverdlovsk, oggi Yekaterinburg, nelle propaggini orientali della Russia europea. Dalla formazione tecnica, entrò ufficialmente nel PCUS nel 1960, divenendo nel 1976 primo segretario della sezione del partito della sua regione autonoma. Nel 1985 fu prima promosso, da Gorbachev, a capo della Dipartimento per le costruzioni del Comitato Centrale del Partito e successivamente alla testa del Comitato cittadino della città Mosca. Inizialmente, sostenne attivamente la perestrojka di Mikhail Gorbachev, ma ne divenne poi critico nel momento in cui il leader sovietico sembrava non riuscire a perseguire fino in fondo gli ambiziosi obiettivi che si era posto. Nel 1989, nella fase ormai terminale della crisi dell’Unione Sovietica, Eltsin fu eletto al Congresso dei deputati del popolo e, da questo, al Soviet Supremo, la “camera alta” del singolare parlamento sovietico. Nel 1990, fu nuovamente eletto al Congresso, con l’ultimo tentativo di Gorbachev di rilegittimare il potere sovietico su base democratica, e nel 1991 fu nominato Presidente del Repubblica Socialista Sovietica Federale Russa. Estremamente critico verso il Segretario Generale del PCUS, fu Eltsin a guidare la resistenza dei moscoviti contro il tentativo di colpo di stato dell’agosto ‘91, aprendo così alla definitiva dissoluzione dell’URSS, che fu di fatto imposta dalle leadership nazionali su Mikhail Gorbachev.

L’era Eltsin

Quando l’Unione Sovietica cadde, la neonata Federazione Russa visse una dolorosa fase di transizione politica, economica e ideale guidata da Boris Eltsin, il cui nome è indissolubilmente legato al collasso della Russia nel corso degli anni Novanta. Il nuovo Presidente russo si presentava come un uomo nuovo, che aveva il coraggio di portare avanti le riforme fino alle estreme conseguenze e che avrebbe guidato il Paese in una complessa fase di passaggio. La politica perseguita da Eltsin e dall’élite liberale a lui legata si basò sulla volontà di ridisegnare il sistema socioeconomico per poi passare alle riforme politiche, con l’obiettivo di procedere verso la democratizzazione del paese solo dopo aver posto le basi per l’affermazione del capitalismo. La scelta di guardare prima all’economia e poi alla politica fu determinata dalla necessità di “capitalizzare” il consenso politico di cui Eltsin godeva. La nuova élite comprendeva infatti che la terapia d’urto, come fu poi definito il processo di riforma economica, avrebbe scosso la società russa e il costo sociale sarebbe stato sostenibile solo grazie al consenso personale del Presidente. La finestra di opportunità che l’élite liberale riteneva di avere si chiuse però già nel 1993, quando lo scontro politico tra il Cremlino e il Soviet Supremo, che ancora rimaneva come istituzione rappresentativa del sistema istituzionale russo-sovietico, raggiunse l’apice nella crisi istituzionale dello stesso anno, che portò di nuovo i carrarmati nelle strade di Mosca.

Tra crisi economica e crisi politica: l’affermazione degli oligarchi e l’eredità di Eltsin

La soluzione della crisi con il varo della nuova costituzione non pose però fine ai contrasti. Nel 1994, tentando di ricompattare il proprio consenso, Eltsin ordinò l’intervento militare in Cecenia, precedentemente dichiaratasi indipendente, impantanandosi nel Caucaso per due anni a causa dei limiti del neonato Esercito Russo, che non riuscì a riportare la piccola regione secessionista sotto la sovranità russa. Il 1996 fu quindi l’anno dell’armistizio di Khasavjurt, che riconosceva l’indipendenza de facto della Cecenia, ma anche delle elezioni presidenziali, le prime della Russia post-sovietica. Eltsin, indebolito dal fallimento della guerra nel Caucaso settentrionale e dai gravi problemi di salute, fu in grave difficoltà. Il leader del Partito Comunista, Gennadij Zyuganov, si impose al secondo posto delle elezioni, a pochi punti di distanza dal Presidente uscente, che riuscì faticosamente a vincere al secondo turno grazie al supporto del Generale Lebed, eroe della guerra in Afghanistan e Transnistria giunto terzo al primo turno, e dei cosiddetti oligarchi.

Gli oligarchi rappresentavano una ristretta élite di ex funzionari del Komsomol, la sezione giovanile del PCUS, che si arricchirono nel 1992-93, durante la prima fase della liberalizzazione, per poi consolidare il proprio potere nel 1995-1996, quando divennero i “creditori” del Governo russo. Nei primi anni Novanta, infatti, i futuri oligarchi avevano acquisito quote rilevanti delle ex aziende pubbliche privatizzate, acquistando i voucher diffusi dal Governo presso la popolazione. I voucher erano dei titoli di proprietà distribuiti su iniziativa del Governo Gajdar a tutti i cittadini russi, al fine di permettere alla popolazione di godere dei dividendi del nuovo corso economico. L’inflazione a tre cifre del 1992 aveva però distrutto i risparmi delle famiglie e il valore reale dei titoli, che furono acquistati in massa da abili e spregevoli funzionari, che ottennero il controllo di grandi aziende coinvolte nel settore estrattivo, nell’industria pesante e nelle comunicazioni. Nel 1995-1996, con Eltsin in grave difficoltà, il suo entourage fece ulteriore affidamento sugli oligarchi per ottenere sostegno politico e liquidità, per far fronte alle difficoltà economiche e alla debolezza della campagna elettorale per le presidenziali. Il programma “prestiti per azioni” fu quindi lo strumento privilegiato per l’affermazione politica degli oligarchi. Tale sistema prevedeva aste al ribasso attraverso le quali erano vendute quote azionarie di grandi aziende pubbliche, usate come garanzia per prestiti che lo Stato avrebbe dovuto restituire entro uno o due anni. Qualora il prestito non fosse stato restituito, il creditore avrebbe ottenuto la proprietà delle quote azionarie e, attraverso queste, il controllo sulle relative aziende. Tale meccanismo consentì allo Stato di consolidare il proprio bilancio, favorendo allo stesso tempo l’élite legata a Eltsin, ma, dato che i prestiti non furono mai restituiti, consentì agli oligarchi di acquisire un controllo decisivo sullo Stato russo.

Vinte le elazioni del 1996, nel 1998 Eltsin gestì una nuova crisi economica, che nel 1999 divenne politica, con la nomina di ben quattro Primi Ministri nel corso dell’anno e il default parziale sul debito russo, frutto delle contraddizioni del capitalismo russo e della fragilità del leader del Cremlino. Il 1999 fu anche l’ultimo anno della Presidenza Eltsin. Il Presidente, politicamente compromesso e con gravi problemi di salute, rassegnò le dimissioni il 31 dicembre, lasciando il suo posto a Vladimir Putin, nominato ad agosto a Capo del Governo. Dopo l’uscita di scena nel 1999, Eltsin si ritirò a vita privata e i centri di potere a lui legati furono di fatto estromessi o assoggettati dal nuovo leader del Cremlino, nel corso del primo mandato di Vladimir Putin. Il primo Presidente russo morì quindi nel 2007 e fu omaggiato con funerali di Stato cui partecipò lo stesso Presidente.

A 20 anni di distanza dalla fine della Presidenza Eltsin è complesso dare un giudizio sulla sua esperienza. Il collasso economico, sociale e politico della Russia negli anni Novanta è indissolubilmente legato al suo nome e alla sua figura, ma è difficile comprendere quanto egli fu in grado di influenzare direttamente la politica russa e quanto subì invece le dinamiche tipiche di una fase di transizione tanto complessa. Ad oggi è possibile fare solo congetture, ma indipendentemente dal giudizio politico, Eltsin fu la personificazione delle infinite contraddizioni della Russia negli anni Novanta, sospesa tra democrazia e autoritarismo, liberismo e dirigismo, occidentalizzazione e nazionalismo.