Il voto a Taiwan e la sconfitta del DPP di Tsai

Le elezioni amministrative e i referendum a Taiwan segnano una sconfitta del partito della Presidente Tsai mentre il Kuomintang ritrova uno slancio inaspettato. La campagna sulle ingerenze cinesi non ha premiato il DPP, vincono il KMT, gli outsider e i piccoli partiti riescono a conquistare importanti seggi. Anche i referendum esprimono una chiara volontà di pragmatismo e l’esigenza di rilanciare l’economia è uno degli elementi essenziali che escono dalle urne.

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Il Kuomintang (KMT) ha vinto in 15 delle 22 città e contee in cui si sono tenute le elezioni amministrative, conquistando 394 seggi con il 40,39 per cento dei voti contro i 238 seggi del Democratic Progressive Party (DPP) che ha totalizzato il 31,05 per cento dei voti mentre il personaggio che ha maggiormente catalizzato l’opinione pubblica è stato Han Kuo-yu il neo Sindaco del KMT di Kaohsiung. La vittoria di Han è stata la principale sorpresa della tornata elettorale, la città del Sud di Taiwan era un feudo del DPP e il candidato del KMT sembrava non possedere le caratteristiche essenziali per poter vincere. La sua presenza parlamentare dal 1993 al 2002 non aveva lasciato un particolare segno e non aveva nessun legame diretto o indiretto con la città di Kaohsiung. Discendente dei “mainlanders”, arrivati nell’isola con il Presidente Chiang Kai-shek alla fine degli anni quaranta, era balzato alle cronache per aver colpito con un pugno l’ex Presidente Chen Shui-bian, residente proprio a Kaohsiung. La sua campagna elettorale è stata basata su toni non convenzionali, tutta incentrata sulla urgente necessità di dare un nuovo impulso all’economia della città. La polarizzazione del DPP sulle ingerenze cinesi dietro alla campagna di Han e al pericolo di una unificazione con Pechino non hanno prodotto risultati. Lo stile diretto e semplice di Han, molto simile alla retorica trumpiana, ha conquistato la popolazione di Kaohsiung e i riflettori dei media nazionali.

Nella stessa giornata si è votato per dieci quesiti referendari, tre sulle future scelte energetiche del paese, uno sul mantenimento del divieto di importazione di prodotti dalla provincia di Fukushima, cinque sulla possibilità delle coppie dello stesso sesso di contrarre matrimonio e sull’educazione sessuale nelle scuole e uno sulla possibilità di adottare il nome Taiwan ai giochi olimpici di Tokyo del 2020. I taiwanesi hanno scelto di opporsi alla legalizzazione delle nozze tra persone dello stesso sesso ma hanno espresso la volontà di supportare i diritti delle coppie omosessuali che scelgono di vivere insieme, in un quesito proposto dalla comunità LGBT dell’isola proprio per bilanciare un eventuale sconfitta referendaria. L’adozione del nome Taiwan ai giochi olimpici è stata invece bocciata dal 55 per cento della popolazione, la maggior parte degli analisti ha sottolineato il disinteresse dei taiwanesi nei confronti del dilemma semantico presentato dal quesito. Così come per le elezioni amministrative il minimo comune denominatore del risultato dei referendum è legato a un distacco della popolazione rispetto all’andamento delle Cross Strait Relation. Il principale interesse è focalizzato sulla situazione economica, secondo i recenti sondaggi a Formosa si sentono profondamente legati all’identità taiwanese e sempre meno persone si dichiarano propense ad un avvicinamento politico a Pechino. Ma un miglioramento delle relazioni con il Continente verrebbe valutato in maniera positiva a Taiwan, come stimolo all’andamento della economia.

La Presidente Tsai Ing-wen ha rassegnato le dimissioni dalla guida del DPP, un importante gesto politico di ammissione della sconfitta. La campagna elettorale del DPP è stata fortemente incentrata sulla contrapposizione con la Cina, sia il voto amministrativo sia i referendum sono stati presentati come una scelta tra l’indipendenza taiwanese o l’unificazione con Pechino.  Una polarizzazione che non ha conquistato l’elettorato taiwanese, i numerosi riferimenti alla necessità di mantenere la sovranità nazionale e alle influenze di Pechino nella campagna elettorale non hanno generato attenzione. La popolazione taiwanese si è sempre contraddistinta per lo spiccato pragmatismo, le preoccupazioni principali sono la stagnazione economica, il basso potere d’acquisto degli stipendi pubblici e privati e la conseguente emigrazione dei giovani più qualificati così come la dolorosa ma necessaria riforma del sistema pensionistico. La straordinaria vittoria del DPP nel 2016 era stata preannunciata dalle amministrative del 2014 che avevano segnato la sconfitta del KMT in cinque città, tra cui la capitale Taipei fino a quel momento da sempre amministrata dal Kuomintang. Un segnale negativo per il DPP in vista delle elezioni presidenziali di gennaio 2020, la popolarità di Tsai Ing-wen è scesa al minimo storico del 28,5 per cento in un sondaggio di qualche settimana fa. Sembra veramente difficile pensare a una sua ricandidatura alla presidenza, mentre i media locali stanno già facendo i nomi del possibili candidati per il DPP.  William Lai (Lai Ching-te), l’ex Sindaco di Tainan e attuale Premier, può contare su una solida base di voti nelle roccaforti del DPP nel sud del paese e possiede un innegabile carisma ma potrebbe scontare la vicinanza a Tsai Ing-wen in questi anni di governo.

La situazione non è semplice neanche nel KMT con il Sindaco di New Taipei City Eric Chu (Zhū Lìlún) che sembra essere il miglior candidato, ma resta legato alla sconfitta subita da Tsai Ing-wen proprio alla presidenziali del 2016. La candidatura di Chu avvenne all’ultimo momento per ovviare a una scelta sbagliata del KMT, un dettaglio che è ben noto all’opinione pubblica taiwanese ma resta comunque un precedente delicato. L’attuale Presidente del KMT Wu Den-yih è percepito come un membro della vecchia guardia del partito e un candidato settantenne non aiuterebbe il Kuomintang nell’essenziale battaglia per la conquista dei voti dei giovani. Una eventuale candidatura alla presidenza di Han Kuo-yu per il KMT è stata sollevata da molti commentatori ma gli analisti più esperti sembrano escludere la possibilità. Anche il Sindaco di Taipei Ko Wen-je, rieletto in questa tornata elettorale come indipendente, stavolta senza l’appoggio informale del DPP, è stato nominato tra i possibili contendenti per la presidenza nel 2020. Ko gode della simpatia della popolazione, che gli perdona ricorrenti eccessi verbali e comportamenti irrituali. La simpatia per gli outsider Han Kuo-yu e Ko Wen-je, entrambi distanti nella percezione dei taiwanesi dalla gestione del potere dei due principali partiti dell’isola, denotano una notevole sfiducia nei confronti dell’establishment che si è alternato alla guida del paese. La volontà di una figura nuova che possa agire al di fuori degli schemi sembra essere urgente e il relativo successo del New Power Party (NPP) che ha conquistato 16 seggi in 10 città e contee nel paese mostra la voglia di cambiamento a Taiwan. Il New Power Party è il diretto discendente del Sunflower Movement che ha mobilitato le piazze del paese nella primavera del 2015, contro il KMT,  e i voti conquistati provengono in gran parte da elettori del DPP delusi dall’amministrazione di Tsai.

Tuttavia la tribalizzazione della politica taiwanese, da sempre divisa tra l’azzurro scuro del KMT e il verde del DPP, non sembra poter consentire l’emergere di una forza nuova nell’immediato futuro. Il segretario di Stato USA Mike Pompeo ha commentato i risultati delle elezioni elogiando la vibrante ed esemplare democrazia di Taiwan, la società taiwanese negli scorsi decenni ha mostrato una ottima resilienza affrontando numerosi cambiamenti sia politici sia sociali e nel prossimo futuro si troverà di fronte a sfide analoghe. La grande partecipazione alle elezioni amministrative e al referendum sono in questo senso un segnale di continuità e una speranza per la democrazia nella regione.