Volontà, destino

Areté è la parola che, in greco antico, indica la virtù.
Il cristianesimo ha vestito il termine di un significato morale, ma la virtù nell’Occidente precristiano indica ciò che rende la vita umana degna, densa di significato, esemplare per gli altri.

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La vicenda greca, matrice genetica dell’Occidente, è ricca di eventi che – ancorché mitizzati – illustrano plasticamente il senso dell’areté e, in particolar modo, il confronto tra il comportamento virtuoso degli uomini (che ne sono capaci) e il Fato, inteso come l’ineluttabilità degli eventi. Nella Grecia arcaica, raccontata da Omero, l’esempio più immaginifico di questo confronto è quello di Ettore, eroe-guerriero che affronta Achille nel primo e più famoso dei duelli della storia occidentale.

Le parole del troiano, in cui realizza l’enormità della forza con cui si sta confrontando e l’ineluttabilità dell’esito, rappresentano il lascito virtuoso al figlio Astianatte, e a tutti gli uomini occidentali: «ebbene, non senza lotta, non senza gloria morrò, ma avendo compiuto qualcosa di grande, che anche i futuri lo sappiano». Questo lascito impregna di sé la nostra cultura, fecondandola.

Fulgida incarnazione, nella successiva fase ellenica della storia greca, ne è il generale spartano Leonida.

L’inevitabile esito dello scontro alle Termopili tra i 14.000 difensori greci e i 200.000 attaccanti persiani di Serse era chiaramente evidente agli occhi di Leonida, ma ciò non gli impedisce di difendere fino all’ultimo uomo, e con la sua stessa vita, il passo di montagna affidatogli.

Le gesta di Ettore o di Leonida non sono fini a sé stesse, atti di mistico orgoglio o, peggio, di fatalistica soggezione all’ineluttabile. Esse sono intrise di razionalità, hanno uno scopo sociale e non personale. Per Ettore, consentire che il nome di Troia possa sopravvivere alla sconfitta e generare una più progredita civiltà fondata sulla pietas piuttosto che sulla forza bruta. Per Leonida consentire che il grosso dell’esercito e della flotta dei greci avesse il tempo di ricompattarsi per respingere l’aggressore che minacciava letalmente l’autonomia, l’autodeterminazione e l’intero impianto politico della piccola penisola.

L’areté/virtù dell’uomo occidentale è il motivo ricorrente della storia della nostra parte del mondo.

Esso pone l’uomo in costante relazione dialettica con le forze che lo circondano, diversamente dalla cultura orientale dove questo principio di contrapposizione tra forze in contrasto non esiste: in Oriente l’essere umano nel suo agire è guidato da un tutto di cui è parte.

Il singolo individuo soccombente alla forza degli eventi, dettati dalla cultura e dai valori prevalenti nel momento storico in cui quell’individuo agisce, è il motore stesso dell’evoluzione sociale dell’Occidente. Nella sconfitta del pioniere da parte delle forze dominanti nel presente è custodito il seme di ogni sviluppo futuro. E gli stessi uomini d’Oriente quando, nel secolo scorso, hanno intrapreso il loro percorso di modernizzazione – Giappone, India, più recentemente la Cina – hanno adottato il processo dialettico occidentale, contrastando le forze dominanti, subendo, nell’inizio del loro percorso, anche cocenti sconfitte.

Sul piano filosofico la formulazione più potente del rapporto tra forze che spiega l’evoluzione civile è quella di Kant laddove definisce nell’ “essere” la condizione fattuale dell’ordine costituito, ovvero l’ineluttabile; nel “dover essere” la ragione nel suo uso pragmatico che deve ispirare la volontà.

Sul piano della legge, la formulazione più potente è quella del positivismo giuridico di Kelsen, per cui la funzione positiva del diritto consiste nel normare secondo il principio di necessità piuttosto che assecondando il comportamento effettivo, prevalente in una determinata fase storica, della maggioranza degli uomini. E questo pone di certo coloro capaci di immaginare il dover essere, il pragma della necessità, in contrasto con coloro, la maggioranza prevalente, che intendono assecondare, e perpetuare, il canone delle proprie abitudini mentali e comportamentali.

La domanda rilevante è se Omero, Kant e Kelsen rappresentano una visione elitaria dell’Occidente, il “dover essere” sempre destinato alla sconfitta nel confronto con l’“essere” che caratterizza la forza prevalente in un dato momento, lo Spirito del tempo. Posto che anche sul piano della cultura popolare, che più di ogni altra cosa impersona lo spirito del tempo, il principio del contrasto tra il senso del dover essere e l’essere impregna di sé ogni manifestazione come il canone hollywoodiano ci mostra da sempre, la dialettica tra la volontà del singolo eroico e l’ineluttabilità del pensiero dominante va letta sul piano della dinamicità del pensiero dominante stesso. Questo, infatti, non è statico ma subisce, nel tempo lungo, costanti oscillazioni. Si può dire che lo spirito del tempo, ovvero i paradigmi valoriali dominanti, è soggetto a oscillazioni ampie come se il pendolo ideale che lo rappresenta percorresse un arco di 180°. L’impulso al movimento del pendolo è dato dall’iniziativa dei singoli capaci di agire secondo il principio della volontà, del dover essere. Per costoro il destino è spesso di subire drammatiche sconfitte nel breve arco della propria vita, ma quelle sconfitte sono talvolta il motore della storia.

E sottotraccia vi è un ulteriore consapevolezza: la vittoria può essere perseguita fino all’ultimo, essa non appartiene mai a chi conquista, ma a chi induce l’avversario a cedere e a rinunciarvi. E non c’è limite di tempo né razionalità nell’induzione e nella individuazione del cedimento: per questo, l’ultimo uomo, l’ultimo ragazzo gettato nella fornace della battaglia può fare la differenza, può essere determinante. La stessa esortazione alla resistenza, la tenacia tende a stabilire un nuovo, più elevato standard di virtù morale, individuale e nazionale.

Riflettendo sugli ultimi cento anni di storia occidentale non manca di destare qualche stupore nel ripercorrere con la vista del dopo quanto accaduto negli Stati Uniti, il faro dell’Occidente contemporaneo.

Agli inizi degli anni ’30 Franklin Delano Roosevelt smuove il pendolo culturale dell’America di Abramo Lincoln, quella della cruenta creazione dello Stato nazionale unitario, della brutale espropriazione delle terre degli indigeni, della violenta affermazione del grande capitalismo privato originato da matrici al limite della legalità. Ci vorranno vent’anni e più tuttavia perché il disegno sociale di Roosevelt trovi la sua affermazione in termini di condivisione sociale maggioritaria. È soltanto con le presidenze di Eisenhower e Johnson nel ventennio ’50-’60 – due personalità indubbiamente conservatrici se non reazionarie – che lo Stato sociale e democratico raggiungerà la sua pienezza. Il pendolo dello spirito del tempo avviato da Roosevelt impiega almeno un altro decennio per completare il suo ciclo. All’interno di questo si alternano ben cinque presidenze per otto termini di quattro anni ciascuno. E ognuno dei cinque presidenti ha un proprio pensiero e una visione, diversi l’un dall’altro da Truman a Carter, ma tutti accomunati dallo spirito del tempo rooseveltiano. È soltanto con Reagan, nel 1980, che il pendolo dello spirito del tempo inizia il suo opposto percorso che dura almeno fino al 2008 con quattro diversi presidenti per sette termini ed è indubbio che la massima esaltazione dei valori reaganiani sia venuta con il più progressista dei presidenti americani, quel Bill Clinton che, nel 1998, abolisce l’atto esemplare del roosveltismo, il Glass-Steagall. È possibile che l’elezione di Obama abbia coinciso con un nuovo ciclo del pendolo e, dietro la diversità polare tra questi e il suo successore Trump, si intravede una stupefacente continuità in politica economica e ancor più in quella estera.

Ovviamente, la prossimità degli eventi può annebbiare la vista e soltanto il futuro potrà confermare se, con la grande crisi dell’economia finanziaria esplosa nel biennio 2007-2008, l’Occidente affronta un nuovo passaggio epocale da uno spirito del tempo a un altro. Ma è indubbio che dagli antichi greci agli americani contemporanei la storia dell’Occidente procede nell’infinito scontro tra il pessimismo della ragione, che pure indurrebbe a rinunciare e l’ottimismo della volontà che spinge ad agire anche di fronte all’ineluttabilità ed enormità delle forze frenanti. Come il pakistano, figlio della cultura occidentale, Freddy Mercury canta magistralmente «I’ve had my share of sand kicked in my face, but I’ve come through. We are the champions, my friends and we’ll keep on fighting ’til the end».