La visita dei Vescovi taiwanesi e la stampa italiana

Le voci, le speculazioni e anche le interpretazioni, a volte stravaganti, sulla trattativa sino-vaticana per le nomine dei Vescovi in Cina, in corso fin dai tempi dei Cardinali Casaroli e Sodano, hanno sempre trovato grande spazio nei mezzi di comunicazione, in particolare italiani. Periodicamente l’intensità e la mole delle notizie, prevalentemente orientate a trasmettere segnali positivi, fino ad oggi mai concretizzati, aumenta in maniera massiccia. Salvo poi esaurirsi, di fronte alla confermata paralisi, nel giro di qualche giorno o settimana. Stavolta a farne le spese è stata la visita ad limina dei Vescovi della Conferenza Episcopale di Taiwan, descritta erroneamente come una “missione politica”.

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Siamo ormai abituati a queste modalità nel flusso organizzato di informazioni che tendono ad accreditare come imminente il traguardo, arrivando perfino a delineare i possibili punti della immaginata intesa, ma omettendo di precisare che, alla sincera volontà di dialogo e di ragionevoli soluzioni da parte del Vaticano si contrappone la rigidità cinese che vuole mantenere intatta la propria autorità, formale e sostanziale, di deliberare le nomine lasciando alla Santa Sede un ruolo di “ratifica” che non ha precedenti nella storia bimillenaria del Papato. In più occasioni abbiamo espresso, su queste pagine, il nostro scetticismo nei confronti della possibilità del raggiungimento di un accordo tra la Santa Sede e Pechino: https://www.geopolitica.info/santa-sede-cina-dialogo-continua-la-nunziatura-rimane-taipei-non-smobilita/. Abbiamo anche evidenziato le possibili conseguenze per la libertà di culto dei cattolici in Cina https://www.geopolitica.info/pechino-val-bene-messa-non-lofficiante-partito/.

Inoltre riteniamo che vada sottolineato quanto i segnali che arrivano dalla Cina, in particolare all’indomani del 19mo congresso del Partito comunista cinese, descrivano un quadro ancora più cupo per le libertà religiose nel paese https://www.geopolitica.info/pechino-regole-contro-liberta-religiosa/. Analoghe preoccupate valutazioni sono rivolte al nuovo approccio di Pechino in politica estera, ormai lontano dalla volontà di apparire come “attore responsabile” mentre mostra un protagonismo muscolare e nervoso, ad esempio nella militarizzazione di isolette oceaniche contese da più parti, che produce crescente inquietudine nei paesi dell’Asia Pacifico. Il “Sogno Cinese”, delineato da Xi Jinping nell’ultimo Congresso, non sembra proprio il miglior modello per propiziare un possibile accordo tra Pechino e Santa Sede, come ritengono concordemente molti autorevoli analisti e attenti osservatori, sia di cose vaticane sia di cose cinesi, di università e think-thank europei, americani e asiatici.

Tuttavia, con frequenza regolare, alcuni giornalisti di casa nostra si avventurano nell’annunciare come imminente il traguardo non solo dell’accordo sulle nomine dei Vescovi ma anche delle relazioni diplomatiche. Ogni notizia viene presa a pretesto per generare un clima che descriva il sognato accordo come qualcosa di assai prossimo. Premesso che la discussione è sempre un importante elemento nella costruzione delle opinioni personali, parte integrante della nostra cultura democratica, e la presenza di distinti punti di vista su un singolo argomento è la vera forza del dibattito pubblico, dobbiamo rilevare che all’interno di questa pluralità di voci emerge, sempre più frequentemente, una tipologia di cronisti che supportano ostentatamente, con informazioni a senso unico, l’accordo – potremmo dire qualunque accordo – tra la Santa Sede e Pechino. Spesso dimenticando di spendere qualche parola sia sulle condizioni capestro pretese da Pechino sia sulla situazione dei diritti umani in Cina, l’inesistente libertà di stampa, la repressione – sempre più soffocante – nei confronti dei cattolici, dei cristiani e dei fedeli di altre religioni, il macabro record mondiale – che si ripete ogni anno – di persone condannate a morte, la morsa ogni giorno più stringente del Partito comunista su ogni diritto civile e sociale.

A chi segue questi temi balza subito agli occhi come, in vari articoli anche recenti riguardanti la trattativa sino-vaticana, le notizie e le analisi fossero presentate in maniera fortemente sbilanciata, rivelando un preciso orientamento unilaterale. Ne è stato esempio la comunicazione inerente alla visita ad limina dei Vescovi della Conferenza Episcopale di Taiwan, lo scorso maggio. Il viaggio a Roma per l’udienza da Papa Francesco, dal Segretario di Stato e per le riunioni di lavoro in tutti i Dicasteri e Consigli Pontifici, è stato interamente organizzato, come consuetudine di tali visite, dalla Santa Sede, e non si è trattato di una iniziativa personale dei Vescovi, per compiere quella che qualche voce, ben sintonizzata sulle frequenze cinesi, ha presentato come una loro “missione politica”. Una definizione infondata, caratterizzata dalla scelta di non chiedere nulla direttamente agli stessi Vescovi sulla loro azione pastorale, sui loro programmi e impegni per l’avvenire della Chiesa cattolica a Taiwan, a cominciare dal Congresso Eucaristico del 2019. E poteva anche essere utile e istruttivo sentire proprio la loro opinione sulla situazione, che conoscono assai bene, dei credenti nel continente cinese, sulle speranze di qualche spiraglio per vivere la Fede e non solo soffrire e sopravvivere, speranze che le nuove leggi e regolamenti governativi hanno, ancora una volta, drasticamente deluso.

Nulla di tutto questo, soltanto il deliberato silenzio su temi e situazioni che sono al cuore della dolorosa, complicata e annosa questione sino-vaticana. Un silenzio ancora più assordante alla luce dell’appello del 4 Giugno del Santo Padre ai giornalisti affinché “servano la verità e si oppongano alle falsità”.