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Pugni, petrolio e diritti umani: la visita di Biden in Arabia Saudita

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Nel corso del suo viaggio di quattro giorni in Medio Oriente, il Presidente americano Biden si è recato in Arabia Saudita per incontrare il Re Salman bin Abdulaziz e il Principe della Corona (e leader effettivo del Paese) Mohammed bin Salman. L’incontro è stato definito dalla stampa internazionale con aggettivi come ‘vano’, ‘impacciato’, addirittura ‘umiliante’ – non che le aspettative fossero più rosee di così, date le relazioni tra Stati Uniti e Arabia Saudita degli ultimi anni. I risultati della visita non si sono appunto rivelati considerevoli, almeno sul breve termine, ma sono rappresentativi delle mutevoli dinamiche della regione.

Articolo precedentemente pubblicato nel trentaduesimo numero della newsletter “Mezzaluna”. Iscriviti qui

I (brutti) rapporti prima della visita
Biden è il primo Presidente USA a arrivare in Arabia Saudita, in particolare a Jeddah, con un volo diretto decollato da Tel Aviv: un gesto simbolico della crescente accettazione di Israele da parte di Riyadh, e in generale della mobilità degli equilibri della regione. La visita stessa rappresenta infatti un segnale, pur parziale (qualcuno direbbe fallimentare), di cambiamento nel rapporto tra gli Stati Uniti di Biden e il Regno dei Saud. In campagna elettorale, l’atteggiamento di Biden nei confronti della potenza del Golfo si era sviluppato in contrapposizione a quello di Trump, il quale aveva mantenuto buoni rapporti con i reali sauditi (fin troppo buoni, secondo alcuni commentatori e parte dell’opinione pubblica). L’attuale Presidente aveva infatti dichiarato di voler rendere l’Arabia Saudita un ‘paria’ della comunità mondiale, denunciando con veemenza le violazioni dei diritti umani compiute dal Paese.
Giustificazione esemplare di questo atteggiamento è stato l’omicidio del giornalista dissidente del Washington Post Jamal Khashoggi. Nel periodo iniziale della Presidenza infatti, Biden ha ordinato alle agenzie di intelligence americane di declassificare il loro rapporto in cui è stabilito che proprio il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avesse autorizzato un’operazione per «catturare o uccidere» Khashoggi. Sempre relativamente a questo caso, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a diverse personalità saudite collegate all’intelligence e alla forza di intervento rapida. È comunque interessante notare come Biden anche in questa fase non abbia però imposto sanzioni direttamente al Re o al Principe Ereditario, lasciando in questo modo aperto il campo al dialogo tra i due Paesi. E infatti, la posizione di ferma chiusura si è rivelata insostenibile (pur non essendo mai stata rinnegata, ma anzi ribadita in sedi ufficiali).
Se già prima era difficile isolare e ignorare l’Arabia Saudita – anche per il ruolo che questo Paese ricopre in diverse questioni regionali in cui gli USA hanno interesse, come il nucleare iraniano – con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è diventato impossibile per gli Stati Uniti escluderla dai propri interlocutori. Uno dei motivi è che i prezzi del carburante sono un tema a cui l’elettorato americano è molto sensibile, e il modo più diretto di intervenire sull’inflazione e i prezzi dell’energia è proprio quello di persuadere i maggiori produttori di materie prime ad aumentare la produzione.
La visita e i mezzi risultati raggiunti
Venerdì 15 Biden arriva dunque in terra saudita, e saluta il Principe Mohammed Bin Salman che lo attende davanti al palazzo reale battendogli il pugno: un gesto problematico (in quanto sì alternativo alla stretta di mano, ma possibilmente ancora più ‘intimo’) ed esordio emblematico di una visita all’insegna della tensione e di una fragilissima cordialità.
Biden ha dichiarato la visita un successo in diversi ambiti. Per esempio, l’Arabia Saudita aprirà il proprio spazio aereo a Israele, una mossa che Washington auspica essere un primo passo per il coinvolgimento del regno saudita negli Accordi di Abramo. Inoltre, durante l’incontro Riyadh ha dichiarato il proprio impegno per il proseguimento del cessate il fuoco in Yemen – non un punto focale della visita, ma un discreto successo data l’entità dell’emergenza umanitaria nel Paese. Ci sono state poi discussioni sulla soluzione della disputa territoriale tra Arabia Saudita ed Egitto riguardante due isole nel Mar Rosso, e sulla possibilità di reintegrare gradualmente l’Iraq nel sistema regionale. Il Presidente americano ha inoltre dichiarato raggiunti obiettivi nell’ambito del ‘petrolio’ e dei ‘diritti umani’, in una dichiarazione la cui vaghezza è stata giustificata dal fatto che in questi campi non siano stati ottenuti risultati concreti, nonostante fossero alla base delle motivazioni che hanno portato Biden a Riyadh.
Per quanto riguarda il primo tema, non è stato raggiunto un accordo formale. Mohammed Bin Salman si è solamente impegnato a consultarsi con gli Stati Uniti sulle questioni petrolifere in futuro, aggiungendo che un aumento della produzione risulterebbe difficoltosa che la possibilità di farlo verrà discussa durante il summit OPEC + il 3 agosto – meeting a cui partecipano tuttavia anche Russia, Iran e Venezuelani, i quali tendenzialmente si esprimeranno contro misure del genere. Biden ha promesso che in questo senso i risultati della visita saranno visibili nell’arco di alcune settimane, ma di fatto la visita non si è risolta in un successo materiale.
I diritti umani secondo le dichiarazioni dell’amministrazione americana sono forza motrice della politica estera USA, ma nel corso del viaggio in Medio Oriente del Presidente non hanno in realtà raggiunto la prima linea nemmeno delle dichiarazioni alla stampa, risultando sempre dietro a questioni legate alla sicurezza, alla diplomazia e alle alleanze regionali. Biden ha dichiarato di avere affrontato con Mohammed Bin Salman la questione dell’omicidio Khashoggi (forse l’unico tema di diritti umani nella regione su cui gli USA abbiano posto l’accento negli ultimi tempi). La dinamica non è però chiara: alcune fonti riportano come la stampa saudita abbia smentito proprio che il tema sia stato sollevato; altre (come Reuters, che ha raccolto direttamente dichiarazioni da parte del Ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubeir) raccontano come il Principe della Corona abbia espresso rammarico per quello che è ‘episodio doloroso’ della storia saudita, negando tuttavia il proprio coinvolgimento e portando all’attenzione la questione delle violazioni dei diritti umani in Asia Occidentale da parte degli USA stessi – in particolare con riferimento alle torture ai prigionieri di Abu Ghraib in Iraq e il recente assassinio della giornalista Abu Akleh per mano di autorità israeliane.
Il bilancio
L’esito dell’incontro, pur insoddisfacente, non è sorprendente, riflettendo infatti la sfiducia reciproca tra i due Paesi che negli ultimi anni è solo andata aumentando. Tradizionalmente il rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita è basato su un do ut des: semplificando all’estremo, sicurezza in cambio di petrolio. Lo scenario però è gradualmente mutato, tra il progressivo disimpegno americano nel Golfo a partire almeno dalla seconda presidenza Obama e l’affioramento di un momento multipolare in cui l’Arabia Saudita ha affermato il suo ruolo di potenza regionale che può permettersi, almeno parzialmente, di affrancarsi dal suo tradizionale alleato e di guardare altrove (Russia, India e Cina in primis).
È stata soprattutto la stampa regionale a dipingere l’incontro come una debacle americana, a indicare l’ulteriore ‘danno d’immagine’ che ne è scaturito per gli USA. Nancy Okail, per esempio, attivista egiziana e direttrice del Center for International Policy, ha definito l’evento un imbarazzo diplomatico in cui Biden ‘è venuto da noi [e] si è inginocchiato’. Inoltre, è stata criticata l’assenza di gesti di maggiore impatto a sostegno di tematiche politiche e legate ai diritti umani. Allo stesso tempo, anche osservatori occidentali hanno criticato il viaggio del Presidente, chi per l’incontro con colui che è di fatto il leader di un regime autoritario, chi per essersi ‘piegato’ eccessivamente.
Certo è che l’esito della visita non è imputabile a Biden di per sé, ma piuttosto in generale alla strategia di più ampio respiro adottata dagli Stati Uniti negli ultimi anni, al di là delle posizioni personali di ciascun presidente: una strategia che non ha colto appieno le complesse dinamiche regionali in cui opera l’Arabia Saudita e lo scetticismo e gli interessi di quest’ultima. In campo ci sono una varietà di strategie, priorità, e attori (Iran, Turchia…) tale che una visita come questa, senza una direzione chiara ma consapevole, non può che risultare simbolica sì, ma anche problematica nella sua irresolutezza.

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