Violazioni di diritto internazionale nell’Egeo: il caso di Grecia e Turchia

Nel 2016, per porre un freno ai flussi di migranti provenienti dall’area del MENA e diretti verso le coste europee, si è raggiunto un accordo con la Turchia, il cosiddetto “EU-Turkey Statement”. Una delle clausole di questo accordo stabilisce che la Turchia, in cambio di una cospicua somma di denaro da parte dell’Unione Europea, debba riportare indietro sul proprio territorio qualunque migrante intercettato in acque turche. Con la decisione di Erdogan di aprire i porti e di non impedire ai migranti di raggiungere l’Europa, risalente a marzo 2020, i rapporti già precari fra le due parti sono andati sempre più sgretolandosi, e l’EU-Turkey Statement ha iniziato a perdere di rilevanza. Tuttavia, a seguito di recenti indagini, la Turchia sembra non essere l’unica nazione a non rispettare le convenzioni stabilite dal trattato.

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Durante gli ultimi mesi la Grecia è stata accusata, soprattutto dalla Turchia, di aver attuato i cosiddetti “pushback”, ovvero di aver respinto i migranti arrivati su suolo greco, in acque turche. Secondo l’NGO Aegean Boat Report, un’organizzazione norvegese che si occupa di monitorare i flussi di migranti nell’area, questi pushback, effettuati dalle autorità greche, ammonterebbero a 300 dall’inizio dell’anno. La Grecia ha sempre respinto ogni accusa ed il Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis ha definito le insinuazioni “un insulto alla Guardia Costiera Ellenica”. La nazione greca, a sua volta, colpevolizza la Turchia, scaricando la responsabilità su quest’ultima e rimproverandola riguardo la mancata eliminazione delle rotte di contrabbando. Tuttavia, la tesi di colpevolezza della Grecia sembra essere avvalorata da successive indagini svolte da BBC ed Al Jazeera. Le due testate giornalistiche, oltre ad aver effettuato controlli in loco, hanno raccolto numerose testimonianze di migranti che sostengono di essere stati rimandati in acque turche dopo aver raggiunto il suolo greco. Una di queste storie appartiene a Jeancy Kimbega, un ragazzo sedicenne originario della Repubblica Democratica del Congo. Il teenager mostra alla BBC le prove della sua traversata verso la Grecia. Con la speranza che l’evidenza di essere su territorio greco lo avrebbe esonerato dall’essere rimandato in Turchia, il ragazzo ha documentato parte del suo viaggio. Arrivato a sud dell’isola di Lesbo il 29 novembre, inizia a mandare la posizione GPS ed alcune foto all’Aegean Boat Report. Dopo aver intrapreso il cammino verso nord, Jeancy si imbatte in un gruppo di ufficiali appartenenti alla Guardia Costiera Ellenica, i quali lo dispongono sopra un autobus dicendo che lo avrebbero trasportato in un campo speciale a causa della pandemia da COVID-19. Dopo un paio d’ore di viaggio, l’autobus si ferma in un piccolo porto. I migranti vengono circondati e fatti salire su una barca, recuperata qualche ora dopo dalla guardia costiera turca. Nelle foto rilasciate da quest’ultima possono essere riconosciuti gli stessi migranti presenti nei video-documentari di Jeancy. Prova inconfutabile della colpevolezza greca.

Questi cosiddetti pushback, operati dalla Grecia, non sono solo un’inosservanza dell’EU-Turkey Statement, ma rappresentano una violazione del diritto internazionale. Nonostante non ci sia una definizione legale per il termine “pushback”, esso indica l’espulsione dai confini (senza processo) di un individuo o di un gruppo verso un’altra nazione. Si distingue dalla ‘deportazione’ che invece è condotta tramite vie legali. Secondo la moderna legge sull’asilo, ogni individuo ha il diritto di fare domanda di protezione internazionale nel caso la sua vita sia in pericolo nella sua nazione d’origine. Le regolamentazioni riguardanti il diritto d’asilo sono basate sulla Convenzione di Ginevra, la quale sostiene che il diniego di fare domanda d’asilo ai migranti costituisce una violazione della stessa e viene quindi considerato una trasgressione del diritto internazionale. I membri dell’Unione Europea, inoltre, sono doppiamente responsabili. Non solo poiché firmatari della Convenzione di Ginevra, ma anche perché obbligati da principi e leggi europee sul sistema comune d’asilo. In aggiunta, l’espulsione collettiva– la rimozione (in massa) di un gruppo in transito da un territorio all’altro-, rappresenta un’ulteriore violazione.


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Insomma, fra una diatriba e l’altra, sembra di assistere ad un match di ping pong fra Grecia e Turchia, che incuranti delle regole nazionali ed internazionali, fanno rimbalzare i migranti da una parte all’altra dell’Egeo, mentre l’Europa chiude un occhio. Il problema è che la vita dei migranti non è un gioco ed i trattati non sono solo pezzi di carta.

Beatrice Frascatani
Geopolitica.info