Violata la tregua di Berlino: sulla Libia l’Italia è attendista

Lo scorso 19 gennaio è stata sottoscritta la “Dichiarazione di Berlino” (dalla città in cui si è svolta la conferenza) da parte di sedici rappresentanti dei Paesi e delle Organizzazioni internazionali che si sono riuniti con l’intento di giungere ad un accordo sulla situazione politico-militare in Libia. L’accordo, come obiettivi principali, prevedeva il cessate il fuoco permanente sul territorio libico, un embargo sulle armi e l’ambizione di giungere quanto prima ad un esecutivo di unità nazionale.  

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Il documento di Berlino 

Il documento elaborato non si discosta molto dalla bozza circolata in precedenza e da quanto concordato nell’incontro svoltosi prima dell’inizio dei lavori tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel ed i due principali contendenti, Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar.  

Di certo con tale mossa la Merkel ha cercato di dare nuova centralità all’Unione Europea, tentando di riportare la questione sui binari della diplomazia, per ridimensionare la posizione di forza sin qui assunta, su due fronti contrapposti, dalla Russia di Vladimir Putin (che sostiene il generale Haftar) e dal presidente turco Recepp Tayyp Erdogan (sostenitore del governo di al-Sarraj). 

Di fatto, si è trattato di un buon risultato considerando il clima di forte tensione in cui si era aperta la Conferenza dopo che il generale Haftar aveva bloccato le esportazioni di petrolio dai porti e dopo che il premier di Tripoli aveva dichiarato all’agenzia Dpa che “Se l’aggressione del generale Khalifa Haftar riprenderà, continueremo a difenderci con forza fino a quando non sarà sconfitta. Noi non abbiamo attaccato nessuno”. 

Nonostante tutti i buoni propositi, pochi giorni dopo la tregua è stata rotta, prima con la marcia delle forze del generale Haftar verso Misurata, poi con il successivo attacco all’aeroporto di Tripoli del 19 febbraio e quello portato il 27 febbraio all’aeroporto di Mitiga. Tutto ciò sotto gli occhi di un’ONU inerme e di un’Europa sempre più divisa.  

La posizione dell’Italia 

In questo quadro chi potrebbe trovare un nuovo spunto d’iniziativa è proprio l’Italia, che sin dall’inizio è risultata spaesata dall’intervento a gamba tesa, sullo scenario libico, della Turchia. Infatti, da quando lo scorso 10 dicembre Erdogan ha annunciato l’intenzione di sostenere lo sforzo bellico del Governo libico di al-Sarraj contro l’offensiva portata dal generale Haftar, l’Italia ha visto manifestarsi concretamente il rischio che Instanbul avesse una voce ancora più incisiva sulla vicenda migranti (ne è prova indiretta la situazione ai confini greci), il ridimensionamento del ruolo italiano nel Mare nostrum e soprattutto quello inerente alla vicenda energetica in terra libica, che costituisce il vero collante degli interessi stranieri. Soprattutto su questo ultimo punto l’Italia dovrebbe avere una posizione chiara e incisiva con cui difendere i propri interessi sul territorio. 

 La stessa Federpetroli a inizio anno aveva paventato i rischi di un peggioramento della situazione libica con l’entrata in campo di nuovi attori considerando che il nostro Paese non è indipendente dal punto di vista energetico e dalla Libia importa gas e petrolio. A ciò si aggiunga la necessità della difesa del patrimonio infrastrutturale, in primis il gasdotto di Mellitah che trasporta gas fino alla Sicilia. Il cessate il fuoco avrebbe potuto agevolare la sua posizione, anche perché un’eventuale vittoria di Haftar comporterebbe, nel medio e lungo termine, un rialzo dei prezzi di questi beni, con conseguenti ricadute sui conti pubblici. Contestualmente il suo appoggio nei confronti di al-Sarraj potrebbe, nel medio periodo, contenere l’espansione di Ankara, offrendo al GNA la possibilità di scegliere tra i suoi alleati.  

Tuttavia, nonostante l’urgenza, si sono succedute solo manovre fortemente discordanti nell’atteggiamento di Roma, fin qui attendista, forse derivante dalla convinzione che chiunque vinca sul fronte libico non metterà in discussione gli interessi economici italiani.