Viktor Orbán, leader dell’Ungheria? O, forse, campione dell’Europa anti-mainstream

A fine luglio su Bloomberg.com è apparso un editoriale firmato da Leonid Bershidsky con un titolo ad effetto: Who Speaks for European Right? Orbán. Yes, Orbán. L’impatto di un titolo del genere sulla rete veniva confermato anche nel contenuto: il columnist esperto di Europa orientale e Russia, infatti, proponeva una chiave di lettura dell’azione e della strategia esposta da Viktor Orbán qualche giorno prima in cui “The Hungarian leader spreads a gospel of a new order based on bilateral agreements – plus a European army”.

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La sintesi riporta all’attenzione del lettore di come Orbán, un “Trump prima di Trump” (definizione di Steve Bannon), si proponga come uno dei primi interpreti e supporter del passaggio dal multilateralismo globale al bilateralismo, proiezione naturale del sovranismo nazionale nella politica estera, ma anche dell’esigenza, rispetto alla NATO, di costruire un’autonoma capacità di difesa europea, finanziata dagli europei. Con l’appello alla generazione di anticomunisti post-1990 a prendere il timone dell’Europa e dei paesi europei, al posto della generazione (secondo il leader ungherese) ormai al tramonto dei sessantottini, questi elementi propongono il leader ungherese come il leader dei conservatori e della destra europea in vista delle prossime elezioni dell’europarlamento, nella primavera 2019.

In effetti, il discorso tenuto dal capo del governo ungherese il 28 luglio ha avuto echi notevoli sulla politica e sulla stampa internazionale. Come ogni anno in Transilvania, nella zona a maggioranza ungherese della Romania, si è infatti svolto il Summer Camp organizzato dai giovani ungheresi di Romania e come ogni anno ha preso la parola nella conferenza di chiusura Viktor Orbán.

Foto di Andrea Carteny

Al fianco dello storico leader della minoranza ungherese László Tökés e del già sottosegretario al governo ungherese per gli affari esteri Zsolt Németh, il capo dell’esecutivo ungherese ha delineato le prospettive e i temi che per l’Ungheria e l’Europa centrale saranno al centro delle prossime elezioni europee. La kermesse politico-culturale, alla sua 29° edizione e tradizionale palco di lancio della strategia politica Orbániana non solo sulle politiche di supporto alle minoranze ungheresi fuori dai confini patri, ma anche su temi più propriamente nazionali ed europei, ha come sempre offerto una settimana di confronti su più svariati temi al centro del dibattito politico europeo ed internazionale.

Il discorso di Orbán, anche quest’anno, aspirava ad essere un programma politico per il suo partito, il Fidesz, e la nuova Ungheria: se da questo stesso palco nel 2014 il leader ungherese aveva lanciato la sfida alla “democrazia liberale”, occidentale, parlando di democrazia e Stato “illiberale”, nel 2018 ha proposto nella formula della “democrazia cristiana” la realizzazione di uno Stato sovrano, capace di difendere questa civiltà ancora immune dalle migrazioni di massa dal multiculturalismo per la tutela delle identità nazionali e religiose. Nei limiti del bacino dei Carpazi, tradizionale spazio geopolitico delle comunità ungheresi oltrefrontiera, e più estesamente in Europa centrale, l’Ungheria di Orbán si propone quale polo di attrazione di sviluppo economico, stabilità delle istituzioni e sicurezza delle frontiere. Di fatto nella crisi che alcuni paesi in questo orizzonte stanno vivendo in questi mesi – in primis la Romania, al centro di uno scontro politico senza precedenti – i richiami alla leadership dell’Ungheria come a un modello da seguire sembrano moltiplicarsi in tutta l’area. E lo stesso Orbán cita, in questo contesto, la Serbia, come un vicino con cui costruire la sicurezza delle frontiere: e parla di necessarie partnership speciali con paesi importanti per la stabilità internazionale, quali Turchia, Egitto, Israele. Quest’ultimo riferimento si lega alla vexata quaestio dell’antisemitismo di Budapest, accusa sollevata dall’opposizione per la campagna sollevata dal partito Fidesz durante le ultime elezioni contro George Soros, lo speculatore e filantropo americano di origine ebraica ungherese, principale finanziatore delle ONG e organizzazioni pro-migranti europee.

Foto di Andrea Carteny

L’estate però in questo senso era iniziata con uno straordinario colpo a favore di Orbán, quando era scoppiato il caso dell’ormai ex ambasciatore francese a Budapest Eric Fournier, rimosso per aver definito, in una nota riservata diffusa poi alla stampa, l’antisemitismo nell’Ungheria di Orbán come un “fantasma” evocato dai media occidentali per coprire in qualche modo il “reale” antisemitismo dei musulmani in Francia e Germania. Inoltre, la special relationship con Benjamin Nethanyau, in qualche modo riconosciuta dalla sua visita di Stato dello scorso anno a Budapest, è stato quindi riconfermata alla vigilia della kermesse transilvana dalla missione ufficiale del leader ungherese a Gerusalemme, durante la quale l’Ungheria si è impegnata a combattere con forza l’antisemitismo e a far fronte comune contro il radicalismo islamico. Inoltre, l’ambasciatore d’Ungheria in Israele Andor Nagy (insieme con gli ambasciatori di Austria, Repubblica Ceca e Romania) a maggio maggio aveva partecipato all’inaugurazione della nuova ambasciata americana a Gerusalemme, in riconoscimento della concorde posizione presa in ambito europeo e internazionale riguardo al trasferimento voluto da Donald Trump.

In qualche modo, Orbán si conferma come alternativa riconosciuta alla politica mainstream euro-atlantica con l’ultima nomina americana all’ambasciata di Budapest: al posto dell’obamiana Colleen Bell, che aveva lasciato l’incarico all’inizio del 2017, ha preso, infine, l’incarico di ambasciatore David Cornstein, manager e amico di Donald Trump. A corollario del supporto trumpiano giunge la notizia che i finanziamenti che il Dipartimento di Stato americano aveva deciso nel 2017 di assicurare alla stampa locale non governativa, sono ora sospesi.

Il nuovo ordine mondiale, basato su parole chiave come “identità” e “sovranismo”, sembra avere due riferimenti: Donald Trump, indiscutibilmente, in America, mentre in Europa – ormai sempre più evidente – Viktor Orbán.

Andrea Carteny – Docente di Storia delle relazioni internazionali presso Sapienza Università di Roma e Direttore del CEMAS Centro di ricerca Cooperazione con l’Eurasia il Mediterraneo e l’Africa Sub-sahariana