Viaggio in terra mapuche

I Mapuche sono un popolo originario del Cile centrale e meridionale e del sud dell’Argentina, che oggi conta tra i due e i tre milioni di membri. La loro lingua è il mapudungun, che significa “lingua della terra”, con cui può essere spiegato il loro stesso nome, letteralmente “popolo della terra”, da Che, “popolo”, e Mapu, “della terra”. Come tutti i popoli indigeni del continente, i Mapuche vivono in uno stretto legame con il territorio che abitano da secoli e hanno una filosofia e una spiritualità proprie; vivono inoltre attraverso una gestione comunitaria e collettiva della vita e delle risorse, volta alla difesa dallo sfruttamento industriale e dalla contaminazione delle risorse naturali.

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Da lungo tempo ormai le terre della Patagonia argentina abitate dagli indigeni mapuche sono parte di un progetto di appropriazione del territorio, diventato fonte di ricchezza per varie imprese, prevalentemente straniere. Nonostante alle popolazioni indigene siano stati riconosciuti diritti a livello internazionale e nazionale e nonostante sia stata riconosciuta la loro esistenza prima ancora della formazione degli stati che hanno preso poi il nome di Argentina e Cile, questo popolo vive tra continue difficoltà: con il supporto del governo, le multinazionali da anni si impossessano di territori appartenenti alle comunità indigene per promuovere lo sviluppo del paese, uno sviluppo però che i Mapuche denunciano come volto unicamente al profitto e non ad un concreto miglioramento della vita della popolazione.

Alla fine dello scorso anno abbiamo deciso di partire per l’Argentina, proprio perché spinte dal desiderio di comprendere più a fondo la vita di questo popolo e le rivendicazioni da esso portate avanti, così come le dinamiche che sono state in grado di portare l’anno passato alla morte di due giovani ragazzi che a favore di tali rivendicazioni si erano schierati, Rafael Nahuel e Santiago Maldonado.

Durante il nostro viaggio, avvenuto nel gennaio di quest’anno, abbiamo trascorso alcuni giorni nella comunità mapuche Pillan Mahuiza, nel Corcovado; il territorio dove oggi tale comunità risiede è il frutto della riappropriazione di un terreno da cui da tempo gli indigeni erano stati allontanati e che, divenuto di proprietà della polizia di provincia, veniva dedicato esclusivamente e in maniera intensiva alla crescita di pini, estranei alla natura locale e dunque deleteri per la sua preservazione. Autrice del recupero fu, alla fine del 1999, una donna mapuche, Moira Millan: sono trascorsi 18 anni da allora e Moira, che ancora vive lì con la sua famiglia, già intravede i primi miglioramenti dal punto di vista ambientale, ad esempio il ritorno di animali come condor e puma.

Il territorio della comunità Pillan Mahuiza, oltre a trovarsi in una posizione strategica poiché al confine con il Cile, è ricco di riserve acquifere ed è molto fertile. Proprio per questi motivi non passa inosservato: c’è chi ad esempio vorrebbe installarvi dighe per sfruttarne il potenziale, con la conseguenza però di inondare ettari di terreno dove i Mapuche ancora oggi abitano. Proprio per trattare di problematiche come questa la comunità Pillan Mahuiza ha organizzato tra il 6 e il 7 gennaio quello che in mapudungun è chiamato Trawun, una sorta di incontro parlamentare cui hanno partecipato Mapuche provenienti da diverse comunità ed esponenti non mapuche di organizzazioni e cooperative interessate a tale realtà, e al quale anche noi abbiamo avuto l’opportunità di assistere; durante queste giornate è emersa chiaramente la posizione di questo popolo, il quale non pretende assistenzialismo da parte dello stato ma rivendica il suo diritto al territorio, auspicando un futuro in cui esso non sia più organizzato unicamente a partire da definizioni politiche ed economiche.

Il ruolo di moderatore del Trawun è stato assunto da Mauro Millan, fratello di Moira e capo (lonko in mapudungun) della comunità Pillan Mahuiza, fondatore dell’organizzazione di comunità mapuche e tehuelche “11 de Octubre” e della radio comunitaria Petu Mogeleiñ.

In occasione di questo importante incontro, l’antropologa e ricercatrice del CONICET (El Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas) Ana Ramos, docente all’Università Nazionale del Rio Negro, si è incaricata di prendere in esame ed analizzare tre grandi stereotipi che da lungo sarebbero presenti in Argentina e che hanno come oggetto i Mapuche. Il primo viene realizzato da chi vuole considerarli come stranieri in questo paese: le teorie basate sul predominio di una razza sull’altra affermatesi al tempo della dittatura sarebbero ancora presenti oggi e farebbero sì che si arrivi a pensare che i veri abitanti dell’Argentina debbano essere necessariamente bianchi; i Mapuche però abitano il territorio a est della cordigliera delle Ande da molto prima dei colonizzatori europei, quando le divisioni territoriali stabilite dai confini politici non esistevano. Il secondo stereotipo è quello che dipinge i Mapuche come gente violenta, presentandoli all’immaginario collettivo come i più feroci tra gli indigeni, capace di barbarie senza paragone. L’ultimo è poi quello che nega l’esistenza di questo popolo al giorno d’oggi, diffondendo l’idea che quanti abitano oggi l’Argentina siano al cento per cento di discendenza europea.

La ricercatrice durante il suo intervento ha sottolineato come questi stereotipi siano forti nel paese e non possano lasciare i Mapuche indifferenti: poiché le sue storie e i suoi racconti del passato sono stati etichettati nel tempo come miti e favole, questo popolo vuole riportare alla luce ciò che nella sua lingua si chiama Nutram, ovvero ‘la storia vera’. Questo è un obiettivo fondamentale per i Mapuche, i quali ricordano come fino agli anni della conquista del deserto, alla fine degli anni 70 del diciannovesimo secolo, buona parte della Patagonia fosse loro territorio. Tra i loro ricordi spicca quello dei campi di concentramento istituiti in varie zone del paese al tempo della guerra guidata dal generale Roca: luoghi in cui si soffriva la fame vivendo in condizioni disumane, dove famiglie vennero divise e disperse e molti trovarono la morte. Altro tipo di memoria è quello della historia del regreso, la memoria di quanti sopravvissero ai campi e tentarono dunque di tornare alla loro vita, costituendo un racconto che è diverso per ogni comunità.

Dopo questo inquadramento di carattere storico e sociale le questioni affrontate con maggiore preoccupazione sono state le vicende più contemporanee: tra queste hanno avuto particolare risalto le questioni legate alla presenza dell’impresa Benetton in Patagonia a partire dal 1991, anno in cui l’azienda ha acquisito la Compagnia de Tierras Sur Argentino, diventata alla fine degli anni 70 la principale proprietaria di terreni della Patagonia argentina: in questi territori però, nonostante venissero ritratte come ormai estinte, erano presenti ancora molte comunità Mapuche. L’impresa italiana utilizza oggi questi terreni, più di 800 mila ettari, per i propri scopi produttivi, mentre gli indigeni rivendicano quei luoghi come loro territorio ancestrale e ne denunciano l’utilizzo fatto dalla Benetton così come da altre multinazionali, le quali, con il supporto del governo, possono allontanarli dalle loro case e servirsi del territorio senza prestare attenzione ai loro diritti o ai danni ambientali che ciò comporta.

Questi sono gli eventi che hanno convinto i Mapuche della necessità di mostrare il proprio dissenso, di far sentire le loro voci e di rivendicare un territorio che da lungo tempo viene conteso: questo ha portato all’occupazione di territori, alla nascita di organizzazioni e alla realizzazione di molte manifestazioni, così come all’instaurarsi di una catena di azioni e reazioni all’interno del quale non sono mancati scontri, incarcerazioni e, purtroppo, morti.

Oggi, a quasi un anno da quell’incontro, questo popolo continua a portare avanti le sue rivendicazioni.