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Dal vertice di Madrid emerge una nuova Nato: l’Italia, il fronte sud e la minaccia della Cina

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C’era una volta Emmanuel Macron che parlava di una Nato “cerebralmente morta”. C’era una volta Donald Trump che rimproverava gli alleati per il poco impegno nelle spese militari della Nato. Ora sembra acqua passata, almeno a vedere le immagini del vertice di Madrid andato in scena alla fine del mese di giugno. A causa dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’Alleanza Atlantica ha riscoperto in poco tempo il suo ruolo e la sua valenza nel mondo. 

Il summit di Madrid è stato celebrato da più parti come il momento fondativo di una nuova Nato, davanti a un mondo che sta cambiando. “Un vertice storico” come lo ha definito il presidente americano Joe Biden che ha anche sottolineato come l’Alleanza ne sia uscita “più forte e più unita”. Lasciando da parte le dichiarazioni ad effetto dei leader, da Madrid emergono alcuni effettivi vincitori e alcune tematiche interessanti da analizzare.

A tenere il banco è stato il ruolo di Recep Tayyip Erdogan, che con la questione del veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza ha catalizzato le attenzioni fin dalle settimane precedenti. La firma di un controverso accordo tra Ankara, Stoccolma ed Helsinki sembra aver spianato la strada verso la Nato ai due paesi scandinavi. Così come, prevedibilmente, i leader dei paesi alleati hanno discusso del conflitto in Ucraina, affermando di voler sostenere Kiev “per tutto il tempo necessario”, a livello militare ed economico, per difendersi dalla Russia. Proprio Mosca è stata appellata come la “minaccia più significativa e diretta” per la sicurezza euro-atlantica nel nuovo Concetto strategico rilasciato dall’Alleanza. Anche il tema delle spese militari degli alleati ha avuto il suo spazio, confermando quello che però sta avvenendo (almeno) da mesi: cioè un aumento generalizzato soprattutto dei paesi centro orientali dell’Europa che hanno deciso di premere sull’acceleratore riguardo la corsa a riarmo dopo l’invasione russa ai danni dell’Ucraina.

Il fronte Sud

Tuttavia, oltre a questi punti già ampiamente dibattuti per le loro conseguenze immediate, il vertice dell’Alleanza ha espresso ulteriori questioni impattanti per il futuro della Nato. Il primo è strettamente connesso all’adesione di Svezia e Finlandia e riguarda il cosiddetto ‘Fianco sud’. Il fronte meridionale della Nato ha avuto risalto nel vertice, anche se forse non tanto quanto alcuni Paesi avrebbero voluto. Le sfide che provengono dal Mediterraneo sono diverse, in alcuni casi anche collegate alla guerra in Ucraina, come per esempio l’insicurezza alimentare nel continente africano.

Il ministro della Difesa italiano Lorenzo Guerini, che nell’ultimo giorno dei lavori ha presieduto il vertice al posto del premier Mario Draghi dovuto rientrare a Roma, in un’intervista rilasciata a Repubblica è intervenuto sul tema, illustrando il quadro e l’impegno preso dalla Nato nel Mediterraneo. L’area è stata definita da Guerini “complessa, meta di pulsioni geopolitiche e di mire egemoniche di alcuni attori internazionali, crocevia di instabilità”. Il ministro ha ribadito come l’Italia, insieme agli altri paesi ‘meridionali’ Francia, Grecia e Spagna, abbia ottenuto che la Nato “non perda di vista le minacce che possono giungere da altre direzioni, tra cui il Sud, e mantenga quindi piena flessibilità di monitoraggio e intervento”. Per Guerini il dubbio non deve essere quello di porre attenzione sui Paesi dell’est o su quelli del sud, perché “la sicurezza euro-atlantica è indivisibile”. 

L’Italia, non a caso, è uno dei paesi che più spinge all’interno dell’Alleanza per porre ben accesa la luce dei riflettori sul fianco sud, vista la rilevanza strategica del cosiddetto ‘Mediterraneo allargato’, per contrastare il rischio del terrorismo e dell’immigrazione irregolare. Quest’ultima è una dinamica particolarmente riscontrata anche dalla Spagna, come dimostrato dai recenti accadimenti a Melilla. Per questo il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, nel vertice, ha anch’egli evidenziato la necessità per la Nato di avere una maggiore strategia per il fronte meridionale. Con le sanzioni alla Russia e la necessità di diversificare gli approvvigionamenti energetici, inoltre, per l’Italia è aumentata l’esigenza di stringere accordi con una serie di Paesi del nord Africa o della fascia sub sahariana, che hanno dirette implicazioni sulla regione del Mediterraneo. 

Nel vertice di Madrid, però, oltre alla promessa di un impegno a “contrastare le minacce e le sfide provenienti da Medio Oriente, Nord Africa e la regione del Sahel”, non viene dato però altro spazio alla questione. Il principale dubbio che emerge, non solo dal vertice, è che la Nato possa avere effettive difficoltà a far fronte a più possibili minacce gravi contemporanee, destinando attenzioni e risorse in diversi scenari in modo adeguato. Il fronte est, con l’Ucraina, ma anche con le repubbliche Baltiche, a oggi ha una valenza sicuramente maggiore: lo testimonia – se ce ne fosse bisogno – anche l’annuncio del segretario generale Jens Stoltenberg sull’aumento da 40 a 300mila unità della forza di reazione rapida dell’Alleanza, di cui parte verrà dispiegata negli Stati dell’est. Inoltre, l’ingresso di Svezia e Finlandia potrebbe anche acuire le tensioni con la Russia a nord, nella regione dell’Artico, togliendo ancora più spazio a quanto avviene al sud.

Gli occhi sulla Cina

Peraltro, la Nato ha deciso inevitabilmente di rivolgere gli occhi anche a ciò che avviene nell’area dell’Indo Pacifico, sulla scia del posizionamento statunitense dell’ultimo decennio. Nel Concetto strategico viene infatti inquadrata anche la Cina, dopo la Russia, come minaccia e come “sfida sistemica” alla sicurezza dell’Alleanza. Un sostanziale cambiamento rispetto a quanto veniva scritto nel precedente documento del 2010 approvato nel summit di Lisbona. “Le ambizioni e le politiche coercitive” di Pechino “sfidano i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori”, si legge nel documento rilasciato dalla Nato a Madrid, che parla esplicitamente delle “dannose operazioni ibride e informatiche” e della “disinformazione” della Repubblica Popolare cinese nei confronti degli alleati. Per la Nato, Pechino vuole “sovvertire l’ordine internazionale”, anche tramite la partnership strategica con la Federazione russa. 

Il paragrafo riguardante la Cina, si conclude comunque con l’apertura della Nato per “un impegno costruttivo con la Repubblica Popolare, anche per costruire la trasparenza reciproca”, anche se si sottolinea come gli alleati si proteggeranno “dagli sforzi della Cina di dividere la Nato”. Non si è fatta attendere la reazione di Pechino, che ha replicato duramente accusando a sua volta la Nato di rappresentare una minaccia per la stabilità mondiale e di essere un’organizzazione che scatena guerre in giro per il mondo.

L’Alleanza Atlantica, proprio a conferma dell’importanza dell’area da contendere alla Cina, ha invitato a Madrid anche quattro paesi ‘amici’ affacciati sull’Indo Pacifico: Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda. Un modo per rafforzare le relazioni con quelle nazioni che, nell’idea degli Stati Uniti, dovranno creare il primo ‘cordone’ per limitare le aspirazioni di Pechino. 

Washington, trainando l’Unione Europea, ha quindi messo nero su bianco la posizione della Nato sulla Cina, ponendo il focus sia sulla guerra in corso in Ucraina e quindi sulla Russia, ma anche sulla regione che ormai da anni viene vista come centrale per la competizione mondiale, ovvero quella dell’Indo Pacifico. Competizione in cui l’Alleanza Atlantica, dopo il riacquisito potere derivato dall’invasione del 24 febbraio scorso, avrà un ruolo. In fondo non è più cerebralmente morta.

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