Verso un’OPEC del gas nel Mediterraneo orientale?

La recente firma dell’accordo quadro per la trasformazione dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF) in una vera e propria organizzazione internazionale ha riacceso i riflettori sulle opportunità connesse alla creazione di una sorta di “OPEC del gas” nel Mediterraneo orientale. Una regione, quest’ultima, sempre più al centro degli interessi energetici europei, in un’ottica di possibile diversificazione degli approvvigionamenti, e dove la cooperazione tra paesi storicamente “rivali” s’ispira a comuni interessi economici. Con la Turchia, convitato di pietra del Forum, che mira a diventare il principale hub energetico della regione.

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Una nuova organizzazione internazionale

Annunciato per la prima volta nell’ottobre 2018, il Forum nasce nel gennaio 2019 su iniziativa di Italia, Egitto, Israele, Cipro, Grecia e Autorità Nazionale Palestinese: tutti paesi, fatta eccezione per l’Italia, che si trovano nel bacino orientale del Mar Mediterraneo. L’obiettivo dichiarato è quello di facilitare la creazione di un mercato del gas regionale nel Mediterraneo orientale e di approfondire la collaborazione e il dialogo strategico tra i Paesi coinvolti: un primo passo verso una cooperazione nel settore energetico in un’area che si conferma ricca di grandi opportunità. E proprio per accelerare il raggiungimento di questo obiettivo, il 16 gennaio al Cairo è stato firmato un accordo quadro con il quale l’EMGF si trasforma in un’organizzazione internazionale. Una sorta di “OPEC del Gas” (anche se, in realtà, le funzioni sono completamente diverse) ristretta alla regione mediterranea alla quale vorrebbe aderire anche la Francia e dalla quale, al contrario, sono esclusi paesi chiave quali Turchia e Libano a causa, rispettivamente, delle persistenti tensioni con Grecia e Cipro e della presenza di Israele, storico rivale di Beirut.

Una cooperazione economica e politica per superare le tensioni nella regione

L’East Mediterranean Gas Forum si presenta come il luogo dove paesi storicamente rivali cercano di superare le proprie tensioni in nome di quei vantaggi economici che deriverebbero da una cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale. Se i rapporti tra Israele ed Egitto sono oramai pacificati dal 1978, questo è particolarmente vero per quanto concerne le relazioni, oggi alquanto tese, tra Tel Aviv e gli altri paesi arabi membri del Forum (Libano e Autorità Palestinese). Ne è una dimostrazione, ad esempio, l’apertura delle trattative con l’ANP per sviluppare il progetto del giacimento di gas Gaza Marine, a largo delle coste dell’enclave palestinese.

A trarre beneficio dalla nuova organizzazione potrebbe essere anche la piccola isola di Cipro, schiacciata dalla rivalità tra Turchia e Grecia: una sorta di “scudo difensivo” non militare in grado di proteggere l’isola dalle rivendicazioni, sempre più aggressive, di Ankara.

Una regione centrale nel panorama energetico

Le riserve di gas nel Mediterraneo orientale sono state scoperte solamente di recente. Dopo i giacimenti israeliani di Tamar e Leviatano, scoperti rispettivamente nel 2009 e 2010, nel 2011 è la volta di Afrodite al quale segue, nel 2015, il maxi-giacimento egiziano Zohr. Si tratta, però, di una porzione di mare ancora largamente inesplorata, tanto che oggi nessuno è in grado di fornire una stima attendibile delle risorse presenti nell’area. Ne è la dimostrazione una nuova scoperta, risalente a febbraio 2019, nelle acque territoriali di Cipro: un giacimento, denominato Glaucus-1, le cui prime perforazioni stimano una portata tra i 142 e i 227 miliardi di metri cubi di gas, che andrebbero quindi ad aggiungersi ai 307 miliardi di Tamar, ai 605 di Leviatano, ai 129 miliardi di Afrodite e agli 850 miliardi di Zohr.

Verso un hub regionale del gas in Egitto?

Il Cairo punta a diventare l’hub regionale di riferimento nella regione, con l’ambizione di recuperare quel suo ruolo guida nell’area scalfito con le Primavere arabe. Non è un caso, infatti, se la firma dell’accordo quadro è avvenuta al Cairo, sede anche del quartiere generale della neonata organizzazione. E poiché l’Egitto ha già due importanti impianti di liquefazione in attività (Idku e Damietta), ad oggi portare verso il paese nordafricano il gas estratto dai giacimenti israeliani e ciprioti sembra essere la soluzione più conveniente dal punto di vista economico.  Lo conferma l’annuncio, alla vigilia del summit del Cairo, dell’avvio delle esportazioni israeliane di gas naturale verso l’Egitto in esecuzione del contratto per la vendita e il trasporto di 85,3 miliardi di metri cubi di gas firmato lo scorso anno tra i due paesi.

L’attivismo turco

Così come l’Egitto, anche la Turchia, esclusa dal Forum, persegue l’obiettivo di diventare un hub regionale del gas. E proprio alla luce di questa esclusione vanno lette alcune azioni aggressive e provocatorie che Ankara ha portato avanti nel Mediterraneo orientale: dal blocco della nave da perforazione italiana Saipem nel febbraio 2018 fino alle perforazioni nelle acque antistanti la costa settentrionale dell’isola di Cipro, che ha sollevato forti critiche da parti dell’Unione europea, passando per la grande esercitazione navale militare svoltasi nel maggio 2019. Nelle scorse settimane, poi, Ankara ha raggiunto un accordo con il governo libico di Al-Serraj che prevede, tra l’altro, l’avvio di attività di esplorazione e perforazione nelle zone inquadrate dall’accordo sulla demarcazione dei confini marittimi con la Libia.

Le ambizioni turche sono supportate dalla sua posizione geografica, vero e proprio “ponte naturale” tra Asia, Medio Oriente ed Europa, e dalla presenza di numerose infrastrutture per il trasporto del gas (Blue Stream, South Caucasus Pipeline e TANAP), alcune delle quali in costruzione (Southern Gas Corridor e Turkstream, quest’ultimo inaugurato proprio recentemente da Putin ed Erdogan).

Il (possibile) rilancio di Eastmed

La creazione di un’organizzazione finalizzata a favorire la cooperazione energetica tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale potrebbe dare nuovo slancio al gasdotto Eastmed, un progetto che vede il sostegno dell’Unione europea tanto  da definirlo un progetto di “interesse comune”. Il gasdotto dovrebbe trasportare in Europa, attraverso Grecia e Cipro (senza passare quindi dal territorio turco), il gas proveniente dai giacimenti di Israele. Nonostante l’indubbio peso geopolitico di questo progetto, ragioni di natura economica, tra le quali l’elevato costo in relazione alla ridotta capacità (in particolare se paragonato a progetti come il Nord Stream), hanno portato sino ad ora ad accantonare, di fatto, il progetto. Ad inizio gennaio Grecia, Israele e Cipro si sono incontrati ad Atene per siglare un accordo per l’avvio dei lavori di costruzione del nuovo gasdotto sottomarino, ma la strada verso la sua effettiva realizzazione sembra essere ancora lunga e fitta di ostacoli, politici ed economici.

Non mancano, poi, progetti alternativi, come quello di Ankara, che prevede la costruzione di un gasdotto tra Turchia e Repubblica turca di Cipro settentrionale: una condotta lunga 80 km (contro i 1900 di Eastmed), con costi quindi largamente inferiori rispetto al progetto sostenuto da Bruxelles.

L’appoggio degli Stati Uniti al Forum

Sebbene non ne facciano ufficialmente parte, gli Stati Uniti guardano con grande interesse alla creazione dell’ EMGF e, più in generale, ad una cooperazione nella regione del Mediterraneo orientale, così come dimostra la partecipazione del vice segretario statunitense per l’energia al meeting di lancio del Forum nello scorso gennaio. Di fatto, tutti i principali paesi membri dell’organizzazione  hanno buoni rapporti con Washington. Gli USA, in particolare, vedono nelle risorse di gas presenti al largo di Israele, Cipro ed Egitto un importante strumento per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei, con conseguente diminuzione della dipendenza del vecchio continente dalle forniture di Mosca.

I limiti del Forum

Se, da un lato, non mancano, quindi, i motivi per guardare con fiducia alla nuova organizzazione, dall’altro lato ci sono alcuni elementi che possono ridimensionarne l’importanza. In primo luogo, l’esclusione della Turchia potrebbe “giustificare” un comportamento sempre più aggressivo da parte di Ankara, che guarda al Forum come ad un’organizzazione costituita in chiave anti-turca. Una sua inclusione all’interno dell’organizzazione porterebbe all’apertura di un canale di dialogo, oggi sempre più urgente, con uno degli attori chiave nello scacchiere mediterraneo. Inoltre, è da sottolineare come le risorse di gas nel Mediterraneo orientale, che costituiscono ad oggi l’1% delle riserve totali mondiali, non possono essere paragonate a quelle di Russia, Norvegia e Qatar. Senza dimenticare, infine, come i costi per il trasporto del gas estratto nella regione siano ancora particolarmente elevati, con la conseguenza che i paesi interessati potrebbero essere portati a limitare il commercio del gas tra di loro o, comunque, nell’ambito regionale.

Articolo pubblicato originariamente su ISPI (www.ispionline.it)