Verso una “guerra” energetica nel Golfo Persico?

Lo scontento per l’esito del vertice Opec, conclusosi con la decisione di un aumento “nominale” della produzione di petrolio fino a un milione di barili al giorno, e le continue minacce del presidente americano Donald Trump di imporre sanzioni all’Iran, che non potrebbe così aumentare la propria produzione petrolifera, hanno portato Teheran a minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz, con gravi conseguenze sulla stabilità dei mercati energetici globali, a partire dal prezzo del petrolio.

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Un vertice insoddisfacente

Teheran ha provato sino alla fine a bloccare i lavori del vertice di Vienna, mirando a far saltare l’accordo che nel frattempo gli altri Paesi produttori di petrolio stavano raggiungendo. La decisione di aumentare la produzione giornaliera di petrolio fino a un milione di barili nel contesto geopolitico attuale, non rappresentava di certo una buona notizia per il regime dei pasdaran. Alcuni Paesi, infatti, non sono in grado di aumentare la propria produzione quotidiana. Tra questi, Libia, Venezuela, Nigeria e, soprattutto, Iran. Le possibili sanzioni americane contro Teheran, infatti, andrebbero a vanificare gli sforzi iraniani, con il Paese che si troverebbe praticamente senza sbocchi per il nuovo petrolio estratto.

La carta dello Stretto di Hormuz

È quindi dinanzi alla minaccia delle sanzioni americane e, soprattutto, al rischio che la propria quota di aumento della produzione venga “assorbita” da altri Paesi, ed in particolare, oltre che dalla Russia, anche dall’Arabia Saudita (in grado di aumentare la propria produzione sino a 2 milioni di barili al giorno), nemico storico di Teheran nell’area, che l’Iran ha minacciato di ricorrere a quella che forse è l’arma più micidiale nelle mani del presidente Rouhani: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Situato tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, lo Stretto di Hormuz rappresenta l’unico passaggio marittimo dal Golfo all’Oceano Indiano. Si capisce quindi come Hormuz sia uno dei tratti di mare più importanti al mondo a livello strategico, anche in virtù della sua posizione geografica, tra Iran, Emirati Arabi e Oman.

La guerra asimmetrica di Teheran

Non è la prima volta, ovviamente, che l’Iran minaccia di impedire il passaggio delle petroliere mediante la chiusura dello Stretto di Hormuz, utilizzando questa possibilità come una vera e propria “arma” di politica estera. Nel luglio 2012 oltre la metà dei parlamentari iraniani firmò una proposta di legge che prevedeva la chiusura dello Stretto per le navi petroliere dirette in Europa, quale risposta alla decisione di Bruxelles di istituire un embargo assoluto nei confronti del petrolio iraniano. Nell’ambito del conflitto con l’Iraq (1980-1988), poi, Teheran mise in atto nello Stretto, pur senza minacciarne la chiusura, una “guerra delle petroliere”, che vide l’Iran ricorrere con successo ad operazioni “hit-and-run”, attraverso attacchi portati da gruppi di piccole imbarcazioni veloci.

Perché è importante Hormuz?

Lo Stretto di Hormuz rappresenta oggi uno dei passaggi nevralgici per quanto riguarda il trasporto e la commercializzazione del petrolio estratto nella regione. Attraverso lo Stretto, infatti, passano quotidianamente almeno 17 milioni di barili di greggio. Una quantità che rappresenta il 30% del petrolio trasportato via mare e, soprattutto, il 20% del petrolio commercializzato nel mondo.  Da Hormuz, infatti, passa tutto il petrolio proveniente, oltre che dall’Iran stesso, dal Kuwait, dal Qatar, dagli Emirati Arabi e parte di quello saudita e iracheno. Oltre al gas naturale liquefatto di Doha, sempre più leader in questo mercato. La chiusura dello Stretto, quindi, potrebbe provocare un aumento consistente nel prezzo del petrolio, che andrebbe ad assestarsi tra i 100 e i 200 dollari al barile (abbastanza fantasiose le ipotesi di un aumento del prezzo sino a 400 dollari). Ciò soprattutto alla luce del fatto che la maggior parte delle opzioni alternative per il trasporto di greggio non sono al momento praticabili: solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno a disposizione alcuni oleodotti che possono essere utilizzati per il trasporto del petrolio al di fuori del Golfo Persico.

Il (pericoloso) precedente dell’invasione del Kuwait

Quando, nell’agosto 1990, le truppe irachene invasero il Kuwait, oltre 4 milioni di barili di petrolio al giorno (circa il 6,5% della produzione mondiale di allora) vennero estromessi dal mercato. Come conseguenza, si assistette ad un raddoppio nel prezzo del greggio, che passò dai 20 ai 40 dollari al barile. Un precedente significativo, se si pensa che la chiusura di Hormuz provocherebbe un’estromissione dal mercato di una quantità di petrolio pari quasi a quattro volte quella che caratterizzò la crisi del Kuwait.

 Una decisione comunque poco probabile

La minaccia di bloccare lo Stretto potrebbe però rimanere tale. Gli Stati Uniti, infatti, hanno sempre dichiarato in passato di essere pronti ad intervenire militarmente per ripristinare il rispetto delle leggi della navigazione internazionale via mare, con conseguenze catastrofiche per una regione caratterizzata già da un alto tasso di instabilità. Inoltre, la chiusura dello Stretto avrebbe conseguenze fortemente negative non solo per l’economia nazionale ma anche per quella di alcuni Paesi strategici nel sistema geopolitico attuale e che a Teheran potrebbero tornare utili nella partita a scacchi contro le sanzioni americane, come India, Cina, Giappone, Corea del Sud e Russia che dipendono fortemente dal flusso di petrolio che percorre lo Stretto (oltre l’80% del greggio che vi transita è proprio destinato a questi Paesi). Considerazioni che, dunque, al di là della propaganda iraniana, pongono seri dubbi sulla volontà di Teheran di portare a termine tale azione. Più probabile, infatti, che lo scontro si sposti sul piano cyber o, in alternativa, che si opti ad un ritorno, come negli anni ’80, al “semplice” sabotaggio delle navi che attraversano lo Stretto.