Verso un disordine nucleare

L’estinzione del trattato INF rischia di avere un pernicioso impatto sulla sicurezza internazionale, forse contribuendo ad alimentare una nuova corsa al riarmo nucleare di cui, peraltro, è possibile intravedere già i primi segnali sullo scacchiere mondiale. Tale scenario è reso ancora più temibile dalla constatazione che la stabilità strategica sia ormai un vestigio della Guerra Fredda. Mentre Washington e Mosca si dibattono nella lotta delle narrative riguardo ai motivi che hanno portato alla fine del trattato siglato nel 1987 il fragile equilibrio del “terzo dopoguerra” rischia di andare in pezzi.  

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La crisi dell’ordine internazionale nel “terzo dopoguerra”

La fine della Guerra Fredda sembrava avere marcato il progressivo affermarsi del cosiddetto momento unipolare. Sulla base di tale lettura, l’antico paradigma internazionale, basato sugli equilibri scaturiti dalla vittoria degli Stati della Grand Alliance (Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna) sulle potenze del Tripartito, non sembra essere più il fattore chiave della geopolitica statunitense. Washington pare invece puntare alla realizzazione di un nuovo ordine globale fondato, da un lato, sulla dimensione della vittoria conseguita sulla Russia sovietica nel confronto ideologico dell’era bipolare (1946-1991) e, dall’altro, sull’idea che il XXI secolo possa essere “a new american century”, malgrado la competizione economica con la Repubblica Popolare Cinese. Diversamente, altri attori internazionali, in primis la Federazione Russa, ritengono che contestare l’ordine post ’45 sia un fattore di rischio. In questo senso possono essere intese le parole pronunciate il 13 febbraio 2016 dal Primo Ministro russo, Dmitry Medvedev, durante la 52° Munich Security Conference. In un passaggio significativo del suo discorso, Medvedev aveva sostenuto: “The current architecture of European security, which was built on the ruins of World War II, allowed us to avoid global conflicts for more than 70 years. The reason for this was that this architecture was built on principles that were clear to everyone at that time, primarily the undeniable value of human life. We paid a high price for these values. But our shared tragedy forced us to rise above our political and ideological differences in the name of peace. It’s true that this security system has its issues and that it sometimes malfunctions. But do we need one more, third global tragedy to understand that what we need is cooperation rather than confrontation?” [fonte: government.ru/en]. Soprattutto per via di tale motivo la Russia viene definita nella pubblicistica anglosassone (Kagan, ad esempio) e in alcuni recenti documenti ufficiali statunitensi (tra questi, la National Security Strategy 2017) “potenza revisionista”. Tale giudizio rievoca un’espressione che solitamente viene utilizzata dagli studiosi in riferimento al dibattito storiografico relativo alla situazione politico-internazionale che, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, fu propedeutica allo scoppio di quella conflagrazione dapprima limitata al solo teatro europeo (1939-1941) ma in seguito avviata – per la seconda volta – a divenire mondiale (1941-1945). Gli Stati guida della comunità internazionale si ritrovano così dinanzi ad un bivio: trovare una nuova sintesi per i world affairs – come fecero nel 1944 a Bretton Woods e a Dumbarton Oaks – oppure rifugiarsi in uno splendido isolamento appellandosi al sacro egoismo, però rischiando il “clash of globalization”, con tutto ciò che potrebbe conseguire per la stabilità internazionale, anche in termini bellici.

Fine degli equilibri strategici

Alcuni passaggi del discorso di fine anno rivolto alla stampa dal Presidente russo, Vladimir Putin, il 20 dicembre 2018, sembrano confermare tale scenario. Mettendo in guardia contro il rischio di un “global nuclear disaster”, Putin ha infatti affermato: “What are the current distinguishing features and dangers? First, all of us are now witnessing the disintegration of the international system for arms control and for deterring the arms race” [fonte: en.kremlin.ru]. Va altresì detto che il leader del Cremlino si riferiva soprattutto al pericolo rappresentato dall’uso delle armi nucleari tattiche, quantunque egli abbia evitato di ricordare che proprio la dottrina militare della Federazione Russa attualmente in vigore prevede (art. 27) il primo ricorso agli arsenali atomici anche nel caso di un attacco convenzionale capace di porre una minaccia vitale alla Russia. Al di là di ciò, per comprendere ulteriormente quanto le parole di Putin siano – nella sostanza – un’efficace raffigurazione della situazione odierna, nello schema di séguito proposto sono riportati alcuni accordi, oggi estinti, che hanno però rappresentato architravi fondamentali dell’ordine strategico internazionale nel campo nucleare:

A questo elenco si può aggiungere la questione – tutt’ora oggetto di disputa – relativa al rinnovo del New START (Strategic Arms Reduction Treaty), siglato nel 2010 tra Stati Uniti e Federazione Russa per la riduzione delle armi strategiche offensive, i cui effetti si estingueranno nel febbraio 2021, ma reiterabili (art. XIV, sez. 2) per altri cinque anni. Sopra tutti, il ritiro di Washington dall’ABM nel giugno 2002 ha rappresentato il compimento di quel processo di superamento della dottrina (R. McNamara, 1963) definita Mutual Assured Destruction (MAD) basata sul balance of terror (L. Pearson, 1955) e sulla deterrence by punishment di “secondo colpo nucleare”. Durante la Guerra Fredda, la MAD aveva dato origine allo “stallo nucleare” che, tra i vari aspetti, indusse le due superpotenze a raggiungere un accordo autolimitante (l’ABM, appunto) circa i rispettivi sistemi di difesa anti-missile. Il quadro teorico iniziò a mutare quando (23 mar. 1983) Ronald Reagan annunciò la creazione di uno “scudo spaziale” nell’ambito della Strategic Defense Initiative che, benché poi accantonata, lasciò trasparire in quale misura la MAD potesse essere superata, rappresentando così il “peccato originale” nella politica degli equilibri strategici. L’uscita degli Stati Uniti dal trattato ABM – motivato sulla scorta dei fatti dell’11 settembre 2001 – ha così prodotto lo scardinamento di un contrappeso considerevole su cui è andata fondandosi la sicurezza internazionale negli ultimi decenni. Non meno significativa è stata (24 ott. 2018) la bocciatura del ‘Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons’ (TPNW) da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (NU), tutti potenze nucleari, sebbene Francia e Regno Unito non dispongano della triade nucleare strategica completa. Durante i negoziati per il TPNW la Missione Permanente russa alle NU aveva inoltre rilasciato (27 mar. 2017) una dichiarazione in cui manifestava scetticismo rispetto allo spirito di quell’accordo. Tra i motivi addotti si possono ritrovare criticità costantemente eccepite dalla Federazione Russa nei riguardi di Washington: il progetto per un sistema di difesa missilistica globale; la (possibile) militarizzazione dello spazio; la mancata ratifica del ‘Comprehensive nuclear-Test-Ban-Treaty’ (CTBT, 1996); infine lo sviluppo in dottrina militare di un [Conventional] Prompt Global Strike (lett. “pronto attacco globale” [convenzionale]).

Accuse reciproche

Le crescenti pressioni di Stati Uniti e NATO nei confronti della Russia, circa le presunte violazioni di quest’ultima all’INF, hanno dato origine ad una contro narrativa russa. Ad esempio, nel 2015, Mosca aveva accusato Washington di violare il ‘Non-Proliferation Treaty’ (NPT) per via della politica di nuclear sharing che prevede lo stoccaggio di bombe termonucleari tattiche B61 in cinque Paesi NATO: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia [cfr. AA.VV., Tactical Nuclear Weapons and NATO, U.S. Army War College – Strategic Studies Institute, April 2012; Munich Security Report 2018]. Secondo tale interpretazione, la nuclear sharing contrasterebbe con l’art. 1 del NPT concernente il divieto per uno Stato nucleare di trasferire armi atomiche, ovvero il controllo di esse, direttamente o indirettamente, ad altri Paesi militarmente non nucleari. A tal riguardo, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, l’11 giugno 2015 aveva affermato che: “The so-called joint nuclear missions practiced by the United States and their NATO allies are a serious violation of the said treaty [NPT]”, [fonte: sputniknews.com]. Il 15 aprile 2016 fu la volta di un commento del Ministero degli Esteri russo ai contenuti del Report on Adherence to and Compliance with Arms Control, Nonproliferation and Disarmament Agreements and Commitments trasmesso da Foggy Bottom al Congresso il 12 aprile, in cui si ribadivano le accuse a Mosca circa l’INF. La Smolenskaya definiva le conclusioni del documento americano: “absolutely unfounded”, imputando a Washington la precisa volontà “to create a negative information background related to the INF Treaty in order to discredit Russia” [fonte: russiaun.ru/en]. Seguiva inoltre un elenco di violazioni (dell’INF) addebitabili – secondo i russi – a Washington. In particolare, il programma di Ballistic Missile Defence (BMD), in fase di realizzazione nell’Europa centro-orientale in sinergia con la NATO attraverso il nuovo progetto – annunciato da Obama nel settembre 2009 – denominato European Phased Adaptive Approach (EPAA), conterrebbe in sé dispositivi potenzialmente atti all’uso di missili a medio-corto raggio. Lungo questa falsariga, assai grave è – a giudizio di Mosca – il dispiegamento, nella base rumena di Deveselu, del sistema (Aegis Ashore facility) a lancio verticale Mark 41, in grado di ospitare missili Tomahawk, circostanza che – per la Russia – costituirebbe un’infrazione dell’INF. Il 26 novembre scorso, il viceministro degli Esteri russo, Sergey Ryabkov, aveva inoltre definito le accuse americane come parte di una “propaganda campaign”, definendo l’azione statunitense un “traditional trick”. Ryabkov aveva spiegato come più volte la Federazione Russa abbia chiesto chiarimenti agli Stati Uniti circa lo sviluppo dei droni Predator UAVs (Unammed Aerial Veichles), che per i russi rientrerebbero nella categoria dei missili cruise GLCM proibiti dall’INF.

In questa delicata e complessa partita diplomatica rispetto alla quale la posta in gioco sembra essere la tenuta dello strategic balance tra i due massimi detentori di testate nucleari strategiche offensive – 3.700 negli Stati Uniti e 2.522 nella Federazione Russa [fonte: Bulletin of the Atomic Scientists, 2018] – la storia offre un felice precedente, rappresentato dalla soluzione incruenta della “crisi di Cuba” nel 1962. Allora Washington e Mosca si accordarono, riservatamente, per smantellare i missili PGM-19 “Jupiter” precedentemente (ott. ’59) dispiegati dagli americani in Turchia e per ritirare gli R-12 e R-14 installati (ott. ’62) dai sovietici sull’isola caraibica. Quell’accordo sortì, tra gli altri, l’effetto di riportare indietro di parecchi minuti il “Doomsday Clock”, le cui lancette, oggi, sono regolate a due minuti dalla mezzanotte.