Verso la fine del petrolio?

L’epidemia di Covid-19 ha colto alla sprovvista l’industria degli idrocarburi, spingendo il prezzo del petrolio ai suoi minimi storici. A peggiorare ulteriormente la situazione, la guerra dei prezzi combattuta tra Arabia Saudita e Russia, due tra i maggiori produttori di petrolio, ha avuto un forte impatto sul prezzo di mercato, il quale ha raggiunto i 20 dollari al barile. 

Verso la fine del petrolio? - Geopolitica.info

Dopo intere giornate di negoziati, il gruppo di Stati che costituisce l’OPEC+, ossia una versione allargata del cartello economico fondato nel 1960, è giunta ad un accordo sui tagli da applicare al prezzo del petrolio. La domanda è se ciò sarà sufficiente a evitare il collasso totale dell’industria petrolifera, la quale deve fare i conti con nuove sfide.

Effetto COVID-19

Fin dalla sua comparsa nella cronaca internazionale, il COVID-19 ha destabilizzato l’economia mondiale, colpendo alcuni settori in maniera particolare, come il mercato del petrolio. Esso ha subito un vero e proprio shock, in particolar modo dal lato della domanda, diminuita di 30 milioni di barili al giorno, ossia circa il 30% della fornitura totale. Ciò è dovuto a due motivi principali. Innanzitutto, le misure di contenimento previste in 150 Paesi hanno imposto un rallentamento dell’attività produttiva dell’industria, principale consumatore dei prodotti petroliferi. Inoltre, le restrizioni agli spostamenti hanno prodotto un crollo imponente della domanda in quanto, negli ultimi anni, il settore dell’aviazione ha avuto un forte impatto sulla sua crescita. In secondo luogo, l’incertezza riguardo alla durata del lockdown dovuta al peggioramento dell’emergenza in Europa e Stati Uniti, unita ai segnali incerti sulla ripresa economica cinese, ha diffuso tra gli investitori un sentimento di sfiducia riguardo ad una ripresa della domanda globale di petrolio, portando ad un ulteriore abbassamento dei prezzi

L’azione dell’OPEC+

Davanti ad una situazione già critica, la guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita ha innescato un peggioramento immediato della crisi. Tutto è iniziato i primi di marzo, con il vertice dell’OPEC+ a Vienna. Durante tale incontro, l’Arabia Saudita non è riuscita a convincere la Russia a aderire ad un accordo in grado di ridurre la produzione del gregge, necessario per affrontare il calo della domanda. Secondo la strategia russa, infatti, contenere la produzione avrebbe solo favorito gli avversari statunitensi nella produzione dello shale oil. D’altro canto, invece di armonizzare i prezzi, Riad ha deciso di rispondere alla Russia con l’annuncio di un aumento della produzione fino a 12.3 milioni di barili al giorno, offrendo sconti sul prezzo del suo petrolio. 

E gli Stati Uniti? Fin da subito il presidente Trump ha esercitato pressioni affinché si trovasse un accordo, proponendosi addirittura come mediatore tra le parti. Le motivazioni che hanno spinto gli Stati Uniti ad esercitare il loro potere di nazione egemone sono numerose. Con la scommessa fatta negli idrocarburi non convenzionali, Trump non può assolutamente permettere che tale industria fallisca. Con il prezzo del petrolio così basso, infatti, le entrate non sarebbero sufficienti a ricoprire gli ingenti costi derivanti dal fracking, ossia la metodologia utilizzata per l’estrazione di shale oil e gas. Inoltre, le grandi società petrolifere statunitensi subiscono da anni una riduzione dei propri profitti, dovuti sia alla competizione con la succitata estrazione non tradizionale, sia per motivi logistici derivanti dagli elevati costi di trasporto. Considerato che molte di queste compagnie sono quotate sui mercati finanziari, la questione dei prezzi potrebbe avere serie ripercussioni anche in campo finanziario. 

Dopo una lunga serie di videochiamate e di negoziati serrati tra i vari leader dell’OPEC+, si è giunti ad un accordo senza precedenti. Oltre ad avere messo fine agli scontri tra Russia ed Arabia Saudita, esso prevede una delle maggiori riduzioni nella storia, pari a 9,7 milioni di barili al giorno, il doppio di quanto previsto dopo la crisi del 2008. I tagli inizieranno nel mese di maggio e dureranno fino a giugno, per poi diminuire a 8 milioni da luglio a dicembre e a 6 milioni da gennaio 2021 ad aprile 2022. Nonostante la portata storica dell’accordo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) è convinta che nessun intervento sarà in grado di limitare le perdite nel breve periodo. Ciò è ancora più difficile a causa della scarsa partecipazione dei Paesi del G20 agli impegni nel contenere l’offerta del gregge tramite la riduzione della produzione e l’accumulo di risorse strategiche. Al di fuori dell’Opec plus, infatti, solo Stati Uniti, Canada, Brasile e Norvegia effettueranno tagli di 3,5-3,6 milioni di barili al giorno, mentre le uniche potenze che acquisteranno gregge saranno Stati Uniti, Cina, India e Corea del Sud, per un totale di 200 milioni di barili.

Verso la fine del petrolio?

Ad intervenire sulle sorti del petrolio vi è la questione della transizione energetica verso fonti più sostenibili. Secondo un’analisi del think tank inglese Carbon Tracker, il picco del petrolio si sarebbe dovuto verificare nel 2023, ma l’epidemia potrebbe aver anticipato tale evento. Secondo questa teoria, quindi, il 2019 sarebbe stato l’anno con il più alto numero di emissioni e, nonostante la possibilità di ulteriori aumenti nel 2022, ormai gli idrocarburi subiranno una riduzione della domanda irreversibile. Inoltre, secondo le analisi della Wood MacKenzie, assumendo un pezzo del petrolio a 35$, il 75% dei progetti globali non riuscirebbe a ricoprire il costo del capitale investito. Ciò comporterebbe un crollo del tasso di rendimento interno (IRR) dal 20% al 6%, ossia una percentuale molto simile a quella derivante da progetti su energie rinnovabili. Secondo questa analisi, quindi, gli investimenti nei progetti legati al petrolio diventerebbero poco convenienti a causa dei rendimenti ridotti, dei grandi rischi connessi e delle emissioni. 

Ciononostante, ciò potrebbe non significare necessariamente un’accelerazione della transizione energetica. Innanzitutto, i prezzi bassi potrebbero favorire un aumento nell’utilizzo del petrolio, come verificatosi dopo la crisi finanziaria del 2008. Inoltre, negli ultimi anni, molte compagnie impegnate nel campo degli idrocarburi hanno aumentato il loro impegno nella riduzione delle emissioni per un duplice motivo: da un lato, rispettare le misure adottate da molti Paesi per favorire soluzioni più rispettose dell’ambiente; dall’altro, incontrare il favore degli investitori soddisfando i criteri ESG (Environmental, Social, Governance). Di conseguenza, il crollo dei profitti dovuto al prezzo del petrolio potrebbe portare le compagnie a decidere di sacrificare gli investimenti in progetti più sostenibili, favorendo soluzioni più convenienti ma maggiormente impattanti sull’ambiente. Tale possibilità diventa ancora più concreta se si considerano i provvedimenti intrapresi da alcuni Stati: il governo canadese sta programmando una serie di prestiti al settore petrolifero, mentre nel pacchetto emergenza degli Stati Uniti sono stati previsti 60 miliardi dollari alle compagnie aree e prestiti agevolati all’industria senza vincoli riguardanti l’adozione di misure per il clima. 

Nonostante l’incertezza derivante dalla situazione emergenziale attuale, una cosa è certa: l’azione dei governi avrà un forte impatto sul destino del petrolio. I vari Stati stanno pianificando numerosi provvedimenti mirati al contenimento dei danni economici derivanti dalla pandemia, stanziando ingenti quantità di denaro, di cui cinquemila miliardi di dollari solo nei Paesi del G20. Questi pacchetti sono un’opportunità enorme per la questione ambientale, la quale rischia di essere oscurata da logiche dettate dall’immediatezza, noncuranti dei risvolti del lungo periodo. In qualunque modo andrà a finire, l’industria petrolifera non sarà più la stessa. E neanche il mondo come siamo abituati a conoscerlo.