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NotizieVerdi colline d’Africa

Verdi colline d’Africa

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Lo scorso 3 giugno il Capo di Stato maggiore delle forze armate sudanesi, generale Mohamed Al-Hussein, ha dichiarato che il Sudan si impegnerà nel fornire supporto alla marina russa sul Mar Rosso per i prossimi venticinque anni. La dichiarazione di Al-Hussein, che sottende l’avvenuta legiferazione da parte dell’Assemblea Nazionale, avviene dopo anni di incertezza e procrastinazione da parte di Khartoum sulla volontà di concedere a Mosca un approdo sulle proprie coste.

Nell’ultimo triennio, infatti, il Cremlino ha avviato una maggiore cooperazione con il paese nubiano sottoscrivendo un accordo, nel 2019, per una concessione venticinquennale dello scalo mercantile di Port Sudan, città che conta più di mezzo milione di abitanti e principale porta di ingresso e di uscita marittima del paese, uno tra i più importanti del Mar Rosso. Non solo. La posizione geografica di Port Sudan, a metà strada tra l’istmo di Suez e Hormuz lo rende uno scalo tra i principali di interesse strategico da, e verso, il continente africano, facendolo altresì rientrare nei piani pechinesi di costruzione per la “Nuova” Via della seta. 

Mosca, oltre ad essere il primo esportatore di armi in Sudan, ha appoggiato, fin dallo scoppio del Conflitto in Darfur, le operazioni di repressione attuate dalle forze armate sudanesi verso le varie falangi guerrigliere della regione, tramite l’invio di materiale logistico, inoltre, in concomitanza con la già citata Via della seta cinese, nell’ottobre 2019, ha avviato il primo forum economico russo – africano. Riuniti a Sochi, sul Mar Nero, tra il 23 e il 24 ottobre 2019, Vladimir Putin e quarantatré Capi di Stato e di Governo africani hanno siglato un accordo economico teso a sviluppare una maggior cooperazione economica e commerciale tra Mosca e l’Africa, ampliando il raggio di azione per operazioni congiunte sia con i singoli paesi quanto con la stessa Unione Africana, nelle zone più calde del Continente, soprattutto lì dove la presenza di cellule terroristiche e di insorgenza è massiccia. 

Ma dalla “due giorni” di Sochi è passato un anno e mezzo e molto è cambiato nel mondo, ma non gli obiettivi strategici dei singoli paesi. Anzi, la pandemia di Covid – 19 ha posto su un nuovo piano, quello sanitario, parte della politica di potenza di ciascun stato e la Russia, con il suo “Sputnik”, volenti o nolenti, è riuscita a raggiungere e mantenere stretta la sua arma. E tra il virus che serpeggia e si diffonde negli angoli più poveri e remoti del continente, tra la costante presenza di vecchi attori europei nella politica interna dei paesi dell’Africa francofona, gran parte dei quali tecnicamente falliti, questi ultimi paventano la volontà (retorica o meno) di un intervento (indiretto) moscovita, come testimoniano le giornate di collera a N’djamena, capitale del Ciad, a seguito dell’omicidio del Presidente Idriss Dèby, avvenuto il 20 aprile scorso. 

Radici sovietiche in Africa

Del resto, fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, Mosca ha nutrito un fortissimo interesse al processo di decolonizzazione che, a partire dal 1947, ha travolto le realtà asiatiche e africane, permettendole di penetrare laddove il mondo liberale aveva posto il suo confine più estremo. L’Urss ha infatti contribuito a sviluppare nel corso dei decenni i numerosi gruppi che si sono resi protagonisti della storia del continente, che, sotto la più ridondante sigla “Esercito popolare di liberazione…” combattevano risospinti dall’ideologia socialista, o per meglio dire, dai fondi economici e militari. È stata per questa ragione che, a partire dagli anni ’70, l’Urss ha iniziato ad impegnarsi militarmente a supporto dei vari movimenti di liberazione nazionali, rendendosi protagonista di spettacolari colpi di stato, come quello del 1977 che portò Menghistu al potere in Etiopia, o in Angola, con l’intervento a fianco dei cubani per appoggiare la guerriglia indipendentista del MPLA di Agostinho Neto o ancora lo stretto legame che univa Tripoli a Mosca. Parte della classe dirigente africana proveniva dalla nota “Università russa dell’amicizia tra i popoli”, un’accademia di formazione universitaria con sede a Mosca, fondata nel 1960, sotto il segretariato di Kruscev e rivolta ai giovani provenienti dai paesi del terzo mondo per prepararli alla futura gestione e all’amministrazione della politica dei paesi di loro provenienza; ancora oggi, a sessantuno anni di distanza, l’Università, intitolata tra il 1961 e il 1992 a Patrice Lumumba, continua ad essere un polo di attrazione per gli studenti stranieri oltre che una delle accademia più importanti di Russia e che possiede, nella rosa dei suoi professori emeriti, gran parte dei leader africani, come Hifikepunye Pohamba, Presidente della Namibia tra il 2005 e il 2015, ex studente presso la locale facoltà di scienze politiche. 

Linea diretta con Mosca

È un filo diretto quello che lega la politica estera della Russia alla Storia dell’Africa contemporanea. Una storia che ha preso vigore nell’ultima decade, a partire dalla stagione delle Primavere arabe. In uno scacchiere, quello africano, sempre più destabilizzante e destabilizzato, non è più un segreto ormai che la Mosca (e non solo) sta conducendo varie “guerre per procura” attraverso uomini sul campo, appartenenti alle numerose compagnie militari private russe, prima fra tutte, la famigerata Grupa Vagnera. Una presenza che va ad interporsi nel più generale caos libico, ad esempio, schierandosi ora al fianco delle truppe del generale Haftar in Cirenaica, ora nel Fezzan, o ancora, andando più a sud, a partire dal 2018 anche nella Repubblica Centrafricana, stremata dalla crisi politica ed economica e colpita dalle continue infiltrazioni jihadiste, nonché in Madagascar e in Mozambico. Partendo da Bangui, capitale della Repubblica, la presenza russa si è fatta sempre crescente e pressante nell’ultimo biennio. Flagellata fin dal 2012 dalla guerra civile, nel marzo 2018 il Presidente Faustin Touaderà aveva caldeggiato la possibilità di accettare gli aiuti militari e logistici russi tramite l’invio di trecento mercenari nel paese, acquartierati a sessanta chilometri dalla capitale. Ufficialmente la presenza del gruppo Wagner andava ad interporsi, come mediatore politico, tra il governo centrale e il gruppo ribelle della “Coalizione dei patrioti per il cambiamento”. Qualche mese più tardi, in agosto, il ministro della difesa Sergei Shoigu e l’omonima centrafricana Marie-Noelle Koyara, siglarono a Mosca un memorandum d’intesa per la cooperazione militare. Di egual misura è stato l’intervento operato presso Cabo Delgado in Mozambico, tra la fine del 2019 e la prima metà del 2020, volto a contrastare l’insorgenza jihadista lungo la costa mozambicana, che ha causato una decina di perdite umane alla compagnia. Ulteriormente, è da segnalare la presenza, dall’aprile 2018 di un contingente della stessa compagnia ad Antananarivo, capitale del Madagascar, dispiegato inizialmente come corpo di guardia del presidente Hery Rajaonarimampianina, che è finito ad avere il controllo sui più importanti giacimenti di cromo malgasci, grazie ad uno degli ultimi atti presidenziali di Rajaonarimampianina.

Africanistan

Sebbene la Russia stia attraversando una crisi interna di notevole importanza, il suo peso politico internazionale e la sua spasmodica ricerca di un nuovo status quo, che vada oltre lo spazio post-sovietico, gli concedono l’opportunità di osare li dove l’Occidente ha fallito o non ha portato a pieno compimento i suoi obiettivi. Mosca rimane uno dei primi esportatori di materiale bellico nel continente Africano con guadagni, secondo l’agenzia statale russa Rosoboronexport, nel 2020 in piena Pandemia di Covi-19, pari a più di 1 miliardo e mezzo di dollari, riuscendo ad aprire nuovi canali di dialogo commerciali con attori fondamentali nello scacchiere mediterraneo quali l’Egitto o l’Algeria o indiani come la Tanzania e il Mozambico. La Russia rispolvera così le proprie radici africane, un terreno fertile per uno scontro – per procura – a quattro con gli altri attori presenti nel continente (Cina, Stati Uniti e Francia), tutti – meno forse Pechino – con un passato coloniale mai del tutto cancellato. Ed è proprio laddove la presenza di Parigi e Washington si fa sempre più pressante che la Russia va ad incastonare parte della propria politica estera tra le “Verdi colline d’Africa” – citando Hemingway -: un’Africanistan da creare a sud est del Sahel, laddove Parigi ha rispolverato la sua Françafrique.

Emanuele Pipitone

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