Venezuela, tra Covid, Mahan Air e l’ombra di Noriega. Quanto ossigeno resta a Maduro?

La pandemia più devastante, più globalizzata dell’ultimo secolo non sembra aver ammorbidito la postura della Casa Bianca sul Venezuela. A confermarlo, una serie di fatti e avvenimenti in via di sviluppo in queste settimane sull’asse Washington-Caracas, e che hanno determinato azioni e reazioni uguali e contrarie negli schieramenti di attori da ambo le parti. 

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L’emergenza sanitaria mondiale, che si è già palesemente tramutata in uno scenario di competizione ibrida tra grandi potenze, anziché posporre i piani di Trump, potrebbe anzi costituire un’occasione irripetibile per accelerazioni improvvise su determinati scacchieri per un’Amministrazione che si è dimostrata particolarmente affezionata al fattore sorpresa. Nonostante le difficoltà indotte dalla crisi globale del Covid-19, non è così surreale se qualcuno, alla Casa Bianca, guardando la cartina della Repubblica Bolivariana, ha pensato “se non ora, quando?”. 

A questo farebbe pensare infatti un deciso cambio di passo impresso dalla Casa Bianca sulla porzione più calda dello scacchiere emisferico, quella venezuelana, a partire da fine marzo. Un cambio di passo segnato dall’ingresso, nell’armamento trumpiano, di nuovi elementi (almeno di pressione, se non addirittura potenzialmente risolutivi), in precedenza solo minacciati o nell’aria da troppo tempo per sembrare armi concretamente sfoderabili e pronte all’uso.

Cosa fa Washington?

E’ anzitutto il caso della storica, inattesa decisione del Dipartimento di Giustizia statunitense (26 marzo) di elevare formalmente, nei confronti dei più alti vertici del regime di Caracas, accuse di narcoterrorismo, riciclaggio internazionale, traffico di droga e corruzione internazionale. Una decisione che proviene sì dal settore giurisdizionale dell’amministrazione federale USA, ma che va a complementare gli sforzi politici e diplomatici della politica americana verso il regime change nel Paese che diede i natali a Simon Bolivar.

Le figure direttamente colpite dall’incriminazione, oltre a Maduro, sono i più alti ranghi del regime, escluso il “clan” dei fratelli Rodriguez. Da Diosdado Cabello (presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, il parlamento parallelo e illegittimo) a Padrino Lopez (ministro della difesa e grande amico di Mosca, al vertice delle forze armate che sono puntello e supporto fondamentale nella trama criminale del governo usurpatore), passando per Tareck Al Aissami (siro-venezuelano, potentissimo ministro dell’Industria e pochi giorni fa nominato anche ministro del Petrolio, figura chiave nei rapporti con Teheran, una sorta di “ambasciatore” di Hezbollah a Caracas in servizio permanente ed effettivo), senza dimenticare Maikel Moreno (presidente del Tribunale Supremo di Giustizia, soggetto con poco conosciuti ma sicuri “interessi” in Italia): la dittatura bolivariana risulta così de facto messa in stato d’accusa da parte della giustizia federale americana, aprendo una fase in cui le autorità giurisdizionali statunitensi potrebbero legalmente avvalersi del supporto di law enforcement della DEA (l’antidroga USA), nonché dell’incentivo “economico”, messo a disposizione dal Dipartimento di Stato in termini di vere e proprie taglie poste sulla testa dei principali accusati, che saranno incassate da chiunque fosse in grado di fornire informazioni determinanti per la cattura dei ricercati.

Una decisione, quella del Dipartimento di Giustizia, a suo modo storica, si è detto, anche se non inedita. C’è infatti un altro caso del tutto simile nella storia non remota dei rapporti tra USA e la regione caraibica: è il caso dell’analoga accusa elevata a metà del 1988 contro l’allora dittatore de facto di Panama, Manuel Antonio Noriega, sul capo del quale pesava l’incriminazione di narcotraffico chiesta da una procura della Florida. E sulle spalle del quale pesava la crescente ostilità di Washington per la sua gestione del Canale di Panama, oltre che per il suo ruolo nei grandi flussi di narcotraffico che inondavano di cocaina gli Stati Uniti.

Ed è proprio nel parallelismo evidente con la vicenda di “cara de piña” Noriega che possiamo cogliere la rilevanza e la portata dell’impatto extragiudiziale e “politico” dell’annuncio dell’Attorney General. Ciò che fino a pochi giorni fa, e da svariati anni, era al centro di inchieste giornalistiche e ricostruzioni di analisti, è oggi fatto proprio, con parole chiare ed inequivocabili, dall’amministrazione della giustizia federale statunitense, sulla base di un quadro probatorio guirisdizionalmente ricostruito da alcune procure americane tanto grave, circostanziato e convergente da condurre alla messa in moto formale del poderoso e multiforme apparato di law enforcement USA. L’attivazione della giustizia americana tuttavia non è di per sé risolutiva nello sblocco dello stallo venezuelano, pur contribuendo alla pressione che pesa su Caracas. 

Al fantasma di Noriega che ora aleggia sul futuro di Maduro e degli altri gerarchi, si è aggiunto a inizio aprile un ulteriore elemento alla rinnovata assertività della strategia americana per il ritorno della democrazia in Venezuela, ovvero l’annuncio del “Democratic Transition Framework for Venezuela” da parte del Segretario di Stato Pompeo, che rende note le clausole “contrattuali” offerte dall’amministrazione Trump al sistema di potere che governa lo stato caraibico-andino. Come si può leggere nel testo, il piano americano chiede molto e concede non poco, ma d’altra parte si tratta di una proposta per una uscita pacifica dalla crisi istituzionale venezuelana che strizza comprensibilmente l’occhio alla realpolitik, forse ancor più necessaria in un momento in cui, alla gravissima crisi umanitaria perdurante nel Paese si sta aggiungendo la devastazione sanitaria dovuta al Covid-19. Ad oggi, il piano USA ha incassato il sostegno non solo degli alleati latinoamericani -con pochissime eccezioni-, ma soprattutto quello delle più influenti cancellerie europee, nonché quello dell’UE che, per voce del suo Alto Rappresentate per la Politica Estera, ha accolto “positivamente il documento [che] va nella direzione proposta dall’Unione per una soluzione pacifica della crisi venezuelana”.

Sostanzialmente, il documento propone lo smantellamento dell’architettura istituzionale del regime, il recupero pieno delle istituzioni democratiche parlamentari, giurisdizionali ed elettorali, la formazione di un governo di emergenza e transizione (con la esautorazione di Maduro, ritenuto presidente illegittimo) il più possibile inclusivo (al punto da comprendere anche elementi indicati dal partito chavista PSUV) e la celebrazione di elezioni libere e trasparenti nell’arco di un anno. Il tutto, in cambio della rinuncia di Guaidò alla presidenza interinale (potrà però candidarsi alla Presidenza in caso di elezioni libere), della promessa di revoca delle sanzioni sia individuali che di settore verso quanti contribuiranno, mettendosi da parte o accettando le clausole del piano USA.

Se è improprio chiamarlo ultimatum, e ancor troppo presto per definirlo una roadmap per il post-Maduro, il frameworkche punta a creare di fatto un governo di emergenza nazionale, come auspicato da Guaidò in queste settimane, è certamente una novità di forte portata politica, dal momento che il documento contiene un piano sequenziale, sviluppato per punti cronologicamente tra loro conseguenti, componenti una via di uscita diplomatica concreta (non necessariamente accettabile o accettata) per i principali elementi, sia individuali che amministrativi, che tengono ancora oggi insieme i cocci di un vaso dittatoriale sì fragile ma, contro ogni aspettativa, ancora in grado di reggere agli urti dell’assertività americana. 

La complessità della intricata tela –anche di natura criminale, ma comunque sostanzialmente politica e diplomatica- di interessi internazionali e transnazionali che hanno fornito finora la colla di emergenza per impedire al vaso rotto del regime di non infrangersi è tale da rendere chiaro, con ogni probabilità, sia all’opposizione democratica che a Washington come le speranze di un regime change siano da riporsi nel ricorso concentrico e parallelo a più forme di pressione. 

In questo quadro di multiple iniziative, rientra anche l’avvio di una operazione di contrasto al narcotraffico nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale: un dispiegamento di forze sostanzialmente navali volto a bloccare le rotte del traffico di cocaina, ad oggi senza appoggio aereo e di uomini in grado di “sbarcare” in Venezuela e portare a termine una operazione chirurgica di decapitazione del regime e arresto di Maduro e degli altri membri del cosiddetto “Cartello dei Soli”, formato da tutto l’anello superiore delle gerarchie di Caracas. Tuttavia, è prevedibile che le reali intenzioni comprendano la volontà della Casa Bianca di esercitare una concreta minaccia di blocco navale de facto, per indebolire sia l’economia -per così dire- informale che le rotte di rifornimento di idrocarburi tra le coste venezuelane e Cuba, elemento cruciale della partita regionale anche se (quasi) mai citato nei documenti ufficiali e nei piani operativi.

Evoluzioni e novità

Se da un lato è difficile prevedere nel concreto quale possa essere lo sbocco di un simile cumulo di iniziative concentriche, dall’altro lato non possiamo non cogliere e sottolineare alcuni elementi di analisi utili alla comprensione di una situazione che, come spesso, nasconde tumultuosi movimenti difficilmente intellegibili al di fuori dei canali comunicativi aperti tra Casa Bianca e opposizione democratica venezuelana – e non solo.

E’ fuor di dubbio che le iniziative delle ultime settimane segnino un passaggio da un approccio più tradizionalmente diplomatico a supporto della pressione interna, a manovre più direttamente aggressive, dotate di una qualche minacciosità non soltanto verbale, che puntano a causare, in qualche modo, l’implosione del regime madurista, lavorando parallelamente sul piano diplomatico anche con i Paesi europei per una soluzione pacifica che non escluda a priori nessuna delle parti politiche sul campo (come di fatto auspicato dall’esperimento multilaterale di dialogo battezzato dall’UE attraverso il gruppo di contatto nel corso di tutto il 2019). Ma parimenti senza escludere del tutto il ricorso a manovre a sorpresa e di natura più interventista, sulla scorta delle accuse penali che incombono sui gerarchi del regime. Le molte somiglianze tra il caso attuale e quello dell’allora uomo forte di Panama non devono ingannare: la presenza, emblematica ed evocativa, di William Barr e Eliott Abrams nel circolo di figure dell’amministrazione americana coinvolte ai massimi livelli nella strategia di regime change panameño ieri, venezuelano oggi, non autorizza ad ignorare le notevoli differenze tra i due scenari, anche dal punto di vista tattico-operativo. Differenze che risaltano, nel caso della repubblica bolivariana, quali altrettante difficoltà rispetto ad una operazione boots on the ground di estrazione chirurgica dei gerarchi “wanted”. Ciò che a Panama non fu comunque una passeggiata, nel Venezuela in cui scorrazzano guerriglie colombiane, gruppi paramilitari irregolari anche di provenienza extranazionale diverrebbe assai, assai più complicato.

Altro aspetto di novità di sicura rilevanza è il carattere più direttamente multilaterale delle iniziative in corso: non solo il dispiegamento di forze navali coinvolge, a vario titolo, assieme agli Stati Uniti, molti Paesi del TIAR (una sorta di Patto Atlantico dell’emisfero americano, e ripescato da John Bolton l’anno scorso quale strumento di hard power per forzare il regime change); è la stessa accusa elevata rivolta a due capi delle FARC dal Dipartimento di Stato a dimostrare come l’interesse di Washington verso al transizione democratica a Caracas vada ben oltre i confini della Repubblica madurista. L’uscita di scena del regime di Maduro è parte di una strategia regionale, condivisa da altri alleati storici direttamente investiti dalle ripercussioni e dai prolungati sussulti di uno Stato istituzionalmente decomposto, divenuto riparo di guerrillas, narcos e terroristi. La Colombia ha pertanto sempre più interesse a prestare supporto sempre più diretto, ancorché discreto, alle manovre statunitensi: una soluzione alla crisi venezuelana consentirebbe a Bogotà di alleggerire il peso ormai insostenibile dell’esodo di profughi dal Venezuela, e di sferrare al contempo un duro colpo al narcocrimine autoctono che, nonostante il processo di pace del 2016, continua a compromettere la sicurezza domestica ed il pieno controllo del territorio (in particolare dei lunghissimi confini comuni, quasi 2200 km) grazie alla protezione e al sostegno attivo o passivo garantiti dal regime chavista. Non è un caso se, nella lista degli incriminati dalla Giustizia americana, compaiano due cittadini colombiani, più noti con i loro nomi di battaglia, Ivan Marquez e Jesus Santrich, tra i più alti in grado nella gerarchia militare della FARC cd. Dissidenti, usciti dallo schema del processo di pace di L’Avana e datisi alla macchia più di un anno fa. Secondo l’intelligence americana e colombiana, sarebbero localizzati tra il Venezuela e Cuba, rifugi che hanno preferito rispetto ai comodi seggi in parlamento a Bogotà, offerti dall’Accordo di Pace entrato in vigore nel 2016. E tuttavia, considerando la fluidità dei confini colombo-venezuelani e brasiliano-venezuelani, Bogotà e Brasilia non smettono di preferire soluzioni non interventiste, o quantomeno non tradizionalmente militari, nel timore che queste potrebbero aprire la strada a scenari di ingovernabilità con conseguente esplosione di incontenibili e incontrollabili fenomeni di crimine transfrontaliero. Ciò, a ulteriore conferma della delicatezza della situazione sul terreno.

Evoluzione e complessità: Covid e Teheran, tra oro nero, oro bianco e oro grezzo.

A complicare il quadro dell’analisi e delle possibili previsioni, da ultimo, due elementi. 

Il primo: l’arrivo in Venezuela dell’ondata pandemica, che se sul piano teorico congela ogni verosimile attività politica di piazza per l’opposizione, sul piano pratico rappresenterà nelle prossime settimane un ulteriore elemento di difficoltà per la tenuta del regime. In un Paese dove lo scenario ordinario degli ultimi anni corrispondeva alla peggiore crisi umanitaria della storia latinoamericana, soprattutto per il tracollo dei servizi pubblici e sanitari di base, è tutto da verificare se e quanto la popolazione, cui appartiene il grosso delle forze armate e di sicurezza, riuscirà a sopportare un ulteriore, drammatico e repentino peggioramento delle condizioni di vita, deteriorato anche da una pressoché totale scarsità di carburante che rende plasticamente l’idea della tragedia di un Paese, primo al mondo per riserve accertate di idrocarburi, costretto a importare benzina (proveniente anche da Paesi mediterranei). Ciò che è sicuro, è che quotidianamente si susseguono proteste e saccheggi in diverse zone del Paese, per ora lontano da quelle grandi città costiere nelle quali però si assiste a scontri urbani tra gruppi irregolari a colpi di arma da fuoco, talvolta anche di granate (come in questi giorni a Petare, sobborgo di Capitale tra i più degradati dell’intero continente).

Il secondo: un engagement rinnovato, diretto, fortissimo, quasi dichiarato da parte di Teheran. In un Paese che sin dalla metà degli anni 2000 ha eletto ad asse strategico le relazioni con la teocrazia degli Ayatollah (proxy libanese compreso), una trentina circa di voli (quasi tutti diretti, talvolta con scalo ad Algeri) di Mahan Air sugli aeroporti della costa venezuelana, e l’ulteriore ascesa della figura del già citato Tareck Al Aissami nella piramide di potere del narcoregime, sono il segno inequivocabile che l’Iran, tra i più assidui e convinti sostenitori dello status quo a Caracas, ha quantomeno deciso di alzare il rischio politico (e militare) per chi a Washington governa le manovre concentriche anti-Maduro. Nel frattempo, il regime sciita cerca di spremere quanto più possibile l’Amazzonia venezuelana ancora ricchissima di oro, uranio e torio. Di quel petrolio il cui prezzo è crollato, secondo fonti difficilmente confermabili, si starebbero pure occupando squadre di tecnici iraniani, ufficialmente al lavoro per riattivare impianti di raffinazione nella penisola, molto “sciita”, di Paraguanà, noto e incontrollabile snodo di traffico di idrocarburi e cocaina. E Mentre le forze navali della coalizione multilaterale (con qualche inserto europeo) a guida americana presidiano le bollenti acque dei Caraibi per togliere al regime anche l’ossigeno degli introiti derivanti dalle attività illecite, e a Caracas la cupola compie i preparativi per il dispiegamento di un piano di protezione della capitale dal nome altamente evocativo (“Plan Damasco”), all’aeroporto di Maiquetia, pochi giorni fa, atterrava un aereo privato, proveniente dal continente africano: un veivolo la cui sigla ci riconduce, in quella porta girevole della geopolitica che ormai il Venezuela tragicamente rappresenta, molto vicino a casa nostra, in Libia, da dove fonti rivelano che Khalifa Haftar non si sia spostato per una sosta ai Caraibi, ma da cui qualcuno al suo posto deve aver pensato che Caracas valeva bene una visita, ancorché breve. In fin dei conti, Mosca solo a parole –neanche troppo convincenti- si è disimpegnata dal Venezuela, dove il regime e i suoi alleati internazionali cominciano, forse, a considerare la fattibilità di uno scenario mediorientizzato in risposta ad un eventuale, iniziale successo della strategia americana.

Nessuno scenario è impossibile

In sostanza, si conferma rischioso tracciare analisi predittive sull’evoluzione della crisi venezuelana, tradizionalmente soggetta a improvvise fughe in avanti e improvvisi arresti, ed ancor più in un quadro globale, come quello attuale, che non consente di avventurarsi con margini di ragionevole probabilità oltre una serie di punti ed elementi che pure affiorano dalle recenti, sicuramente significative scosse politico-diplomatiche e para-giudiziarie che percorrono le instabili faglie della tettonica caraibica. 

E se è presto per stilare previsioni sul successo della rinnovata postura americana e sulla resilienza del regime di Caracas, non è invece cosi tardi per ammettere come, nonostante lo tsunami globale del virus cinese, la Casa Bianca (idem Teheran o Mosca) non abbia evidentemente messo in stand-by l’agenda politica di alcuni dossier ritenuti di cruciale importanza. Men che meno se si tratta di dossier che godono dell’appoggio congressuale bipartisan. E men che meno, in annata elettorale che risulta ora rimettere in discussione il secondo mandato di The Donald, contro ogni recente pronostico. In un anno già cosi stravolgente, un terremoto politico a Caracas, per imprevedibile che sia, è quanto meno impossibile da escludersi. E perfino lo scenario che apparentemente rasenta il surreale, cioè una gattopardesca conservazione dello status quo, potrebbe non essere così inammissibile. Perché a Caracas, nessuna sorpresa è poi così sorprendente.

Andrea Merlo,
Geopolitica.info