Venezuela: Maduro schiva l’ennesimo affondo, ma la partita è ancora aperta

Nicolás Maduro accusa gli Stati Uniti di aver organizzato un colpo di Stato volto a destituirlo e consegnare il paese al rivale Juan Guaidó, leader dell’opposizione che gode del riconoscimento di una folta schiera di governi a livello internazionale. Tra condanne e smentite scambiate sullo sfondo della pandemia, i rapporti tra Washington e Caracas non conoscono tregue e confermano il Venezuela come terreno caldo della partita politica per l’amministrazione Trump. 

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Il diffondersi della pandemia da Coronavirus, pur dirottando molte delle attenzioni di Washington verso la delicata gestione della situazione interna al Paese, non ha messo in secondo piano le questioni di politica estera care all’amministrazione Trump. Il perseguimento dell’agenda latinoamericana imperniata sul recupero dei dettami della Dottrina Monroe, pilastro pluricentenario della politica estera americana, era stato infatti riconfermato dal Presidente in occasione del suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, in cui Trump assicurava il supporto degli USA alla causa democratica dei popoli del Venezuela, di Cuba e del Nicaragua, promettendo in particolare l’esautorazione del “dittatore socialista” Maduro e reiterando il riconoscimento di Juan Guaidó – presente in aula per l’occasione – quale legittimo presidente del Paese. 

L’amministrazione Trump, decisa a non demordere nel proprio tentativo di ottenere il regime change per il Paese sudamericano, ha infatti provveduto ad aumentare le pressioni sul governo venezuelano, estendendo le sanzioni a soggetti terzi giudicati colpevoli di concludere affari con la compagnia petrolifera nazionale PDVSA e accusando pubblicamente Maduro e altri funzionari del governo di crimini legati al narcoterrorismo. In un’ottica ibrida di “carota e bastone”, Washington ha poi accompagnato alle pressioni una più conciliante proposta di transizione governativa per il Paese, il cui tempismo (pochi giorni di distanza dall’imputazione dei capi d’accusa) ha senz’altro compromesso le già ridotte possibilità che Maduro potesse accettare delle linee guida imposte dal “Colosso del Nord”, per recuperare un’evocativa percezione del Paese che fu tanto cara al Presidente Reagan. 

Le notizie più recenti sullo stato dei rapporti tra i due paesi restituiscono un quadro tornato ad infiammarsi, ancora poco definito, ma che se confermato sarebbe di certo significativo per comprendere fino a che punto la rimozione di Maduro abbia assunto i caratteri di una questione di principio per la Casa Bianca, decisa ad incassare qualche successo in vista della prossima tornata elettorale i cui esiti apparentemente giá scritti sono stati stravolti dall’arrivo della pandemia. Il motivo delle rinnovate tensioni internazionali risale al recente arresto in suolo venezuelano di due ex membri delle forze speciali statunitensi, catturati a seguito di un tentato sbarco sulla spiaggia di Chuo, un piccolo villaggio di pescatori ad un centinaio di km dalla capitale Caracas. I due uomini, Luke Denman e Airan Berry, avrebbero preso parte ad un’operazione organizzata dalla Silvercorp – società privata fondata nel 2018 dall’ex Berretto Verde Jordan Goudreau – avente l’obiettivo di rapire il presidente Maduro e trasportarlo per via aerea negli Stati Uniti, così da permettere a Juan Guaidó di assumere le redini del governo. Interrogato sull’identità del mandante di tale operazione, Denman ha confermato che si tratterebbe proprio del presidente Trump. Da parte sua, Washington ha negato qualsiasi coinvolgimento diretto nei fatti accaduti, il che, tuttavia, non escluderebbe un ruolo indiretto nella pianificazione ed esecuzione del tentato colpo di Stato. Il vicepresidente Mike Pompeo, pur smentendo le accuse, non ha comunque sprecato un’occasione per ribadire l’atteggiamento ostile degli Stati Uniti, premurandosi di precisare che “se [gli Stati Uniti fossero stati] coinvolti, sarebbe andata diversamente”. Mentre l’intera responsabilità di quella che era conosciuta in codice come “l’Operazione Gideon” è stata rivendicata proprio da Goudreau, che ha dichiarato di essere stato contattato dall’opposizione al regime di Maduro lo scorso anno, Guaidó ha smentito categoricamente di essere a conoscenza del piano. A rendere se possibile ancora più intricata la rete di connessioni, accuse e smentite si aggiunge la recente pubblicazione del presunto contratto che avrebbe suggellato l’accordo tra Guaidó e la Silvercorp, nel quale sono riportati nero su bianco gli obiettivi di “catturare/trattenere/rimuovere Nicolas Maduro, destituire l’attuale regime e installare il presidente riconosciuto Juan Guaidó”. Il documento autorizza inoltre la “neutralizzazione” di alcune “forze ostili”, tra le quali sono inclusi lo stesso presidente Maduro e i suoi più stretti collaboratori. 

A prescindere dal grado di coinvolgimento degli Stati Uniti nel tentato golpe – impossibile da decretare con certezza allo stato attuale della disponibilità di fonti – la detenzione dei due cittadini americani da parte del governo di Maduro potrebbe fornire un ulteriore pretesto per un’escalation della tensione tra Washington e Caracas: Mike Pompeo ha infatti dichiarato che gli Stati Uniti useranno “ogni mezzo disponibile” per assicurare il ritorno in patria dei due ex soldati, confermando la questione venezuelana come una delle urgenze più impellenti nella politica estera statunitense. 

Marco Tumiatti,
Geopolitica.info