Venezuela: il futuro oltre le elezioni

Lo scorso 6 dicembre si sono svolte le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea nazionale venezuelana. In una tornata elettorale caratterizzata dal boicottaggio delle opposizioni e da una massiccia astensione, la netta affermazione del Partito Socialista Unito del Venezuela era scontata, ma per il regime bolivariano adesso urge aprire un dialogo sul piano internazionale.

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Come ampiamente previsto, le parlamentarie in Venezuela sono state agevolmente vinte dal partito del presidente Nicolas Maduro. Il PSUV ha infatti ottenuto 3.558.320 consensi, un numero corrispondente al 67,6% del totale dei voti espressi. Questo risultato dovrebbe garantire alla compagine vincitrice circa 240 dei 277 seggi dell’Assemblea. Tuttavia, le consultazioni sono state caratterizzate da una scarsissima affluenza alle urne: stando alle fonti ufficiali, la partecipazione si sarebbe aggirata intorno al 30% degli aventi diritto, mentre secondo alcuni giornalisti e resoconti privati, non avrebbe superato il 15-20%. A garantire la ridotta affluenza e la larga affermazione del Partito Socialista ha contribuito il boicottaggio da parte dei principali partiti di opposizione, guidati da Juan Guaidó. Già da svariati mesi, l’autoproclamatosi presidente pro tempore del Venezuela sostiene che le elezioni non avrebbero garantito il rispetto degli standard democratici e sarebbero state una «farsa inscenata dalla dittatura» per perpetuare la leadership chavista. 

Oltre al partito di Maduro, a concorrere sono stati soltanto un ridotto numero di partiti formalmente di opposizione, quelli facenti parte del gruppo denominato Mesa de Diálogo Nacional, un’organizzazione che riconosce la legittimità del governo e che si è sempre detta favorevole a partecipare alle consultazioni. Tale approccio ha consentito alla Mesa de Diálogo Nacional di ottenere alcune concessioni per mano di Maduro, come per esempio la rappresentanza nel Consiglio Nazionale Elettorale e un aumento di 110 unità (da 167 a 277) del numero dei deputati che compongono l’Assemblea nazionale. Durante la campagna elettorale, i partiti che compongono questo gruppo di opposizione hanno sottolineato a più riprese la necessità di combattere l’eccessiva polarizzazione politica, piuttosto che concentrarsi unicamente sulla caduta del governo. Nonostante siano stati spesso accusati di ostacolare il lavoro di Guaidó e vi siano all’interno della coalizione posizioni molto variegate – che spaziano dal socialismo alla democrazia cristiana – la maggior parte dei leader in questione ha sempre cercato di difendere gli spazi istituzionali di comunicazione, evitando al contempo di abbandonare l’opzione del voto. Per la Mesa de Diálogo Nacional è prioritaria la via del dialogo: cercare accordi con il governo per porre un freno alla disastrosa crisi economica e all’emergenza sociale. Malgrado ciò, la debole opposizione presentatasi alle elezioni del 2020 non ha saputo confermare gli ottimi risultati ottenuti nel 2015, quando, con la coalizione Mesa de la Unidad Democrática, i rivali del PSUV ottennero la maggioranza assoluta con 112 seggi su 167.

A seguito della recente vittoria, Maduro riesce a conquistare anche l’unico strumento formale finora nelle mani degli oppositori: l’Assemblea nazionale. Poco importa in questo caso la scarsissima partecipazione alle urne. Con lo scioglimento dell’attuale parlamento, il 5 gennaio 2021 perderà valore dal punto di vista istituzionale il riconoscimento formale che Guaidó aveva ricevuto da oltre 60 paesi, in virtù della sua carica di presidente dell’Assemblea nazionale. Questa situazione lascia non pochi interrogativi sul futuro di Guaidó: sebbene abbia prontamente ribadito la volontà di rimanere alla guida del fronte avverso a Maduro, impegnandosi a promuovere a tal proposito una consultazione popolare – senza alcun valore legale – che dimostri come non abbia perso lo slancio iniziale, diversi sondaggi ci restituiscono un’immagine di un leader largamente impopolare (in certi casi anche più di Maduro) che traina a fatica un’opposizione che sembra andare incontro a una inevitabile autodistruzione. A quasi due anni di distanza dall’auto proclamazione di Guaidó, è proprio questa la strategia di Miraflores: far si che l’opposizione si sfaldi in una miriade di fazioni e quindi perda inesorabilmente rilevanza. Ciò non deve indurci a pensare che per il chavismo i problemi siano finiti, il fronte internazionale che vuole la sua destituzione è ancora intonso e non ha mancato di farlo notare anche in questa circostanza.

Stati Uniti, Unione Europea e Gruppo di Lima non hanno riconosciuto il risultato delle elezioni, tuttavia qualcosa potrebbe cambiare nel prossimo futuro. L’ex presidente spagnolo Zapatero – inviato a Caracas in qualità di osservatore – ha chiesto all’Unione Europea un cambio di approccio nei confronti del Venezuela. Infatti, se non venisse legittimata l’Assemblea nazionale neoeletta si andrebbe incontro a una situazione di vuoto istituzionale, in quanto l’Assemblea precedente ha terminato il suo mandato e Juan Guaidó sarebbe il presidente di un organo che ormai non esiste più. Zapatero ha chiesto anche che l’UE effettui una «serena riflessione» sulle sanzioni inflitte al regime bolivariano. Inoltre, con l’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden, cesseranno anche i tentativi di rimozione forzata di Maduro. Biden dovrebbe concentrare i propri sforzi sulla creazione di un’opposizione riconosciuta dalla Forza Armata Nazionale Bolivariana, cercando parallelamente di garantire elezioni libere, magari coordinando la propria azione con quella dell’Unione Europea, a discapito dell’unilateralismo trumpiano. L’ex senatore del Delaware considera Maduro alla stregua di un dittatore, ma Caracas spera in un approccio più conciliante e, soprattutto, in un allentamento del durissimo regime sanzionatorio imposto da Washington.

Ciò non è scontato che avvenga: è stato lo stesso Biden a guidare la prima ondata di sanzioni contro il Venezuela, quando era vice-presidente di Obama. Ad ogni modo, invece di portare avanti la retorica tanto cara a Guaidó del “Usurpador de Miraflores”, stando ad alcuni analisti Biden potrebbe condizionare la revoca delle sanzioni al miglioramento delle garanzie democratiche in ambito elettorale, stimolando nel mentre la partecipazione dell’opposizione anche con Maduro al potere. Secondo Víctor Álvarez, ex ministro dell’industria venezuelano, sarebbe conveniente per il governo accettare una proposta in tal senso, consentendo altresì la privatizzazione delle società pubbliche in deficit. Attraverso l’apertura al decentramento e alla privatizzazione, Maduro potrebbe ottenere la revoca di parte delle sanzioni, assicurandosi almeno il recupero della produzione petrolifera, vitale per l’economia venezuelana. Per garantirsi l’appoggio delle grandi lobby statunitensi nella riduzione delle sanzioni, il governo ha adottato lo scorso ottobre la controversa “Legge Anti-blocco”, che permette al presidente di firmare accordi petroliferi con imprese private nazionali ed estere anche non applicando la legislazione vigente, se necessario. Al contempo, viene assicurata agli investitori stranieri una maggiore quota di partecipazione alle joint venture nell’Arco Minero dell’Orinoco.


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Malgrado il regime bolivariano possa contare sull’appoggio esterno di Cina, Cuba, Iran e Russia nonché di alcune figure a titolo individuale, come gli ex presidenti di Bolivia ed Ecuador, Rafael Correa ed Evo Morales, le incognite rimangono ancora molte, soprattutto sul fronte statunitense. Nelle ultime settimane Maduro ha lanciato diversi appelli al presidente eletto Biden, nella conferenza con la stampa internazionale dell’8 dicembre si è detto fiducioso sulla possibilità che si aprano opportunità di comunicazione e collaborazione con gli Stati Uniti. Secondo l’analista argentino Carlos Pagni, Biden starebbe costruendo un team diplomatico dedicato all’area latinoamericana simile a quello dell’amministrazione Obama, ma ciò potrebbe non comportare una distensione automatica dei rapporti. Infatti, Guaidó è sempre stato apprezzato anche dai democratici, il lavoro del suo ambasciatore negli Stati Uniti, Carlos Vecchio, non ha escluso il dialogo con il partito dell’asinello, e i frutti si sono visti. Inoltre, tra due anni ci saranno le elezioni al Senato in un luogo dove è particolarmente importante il voto latino: la Florida, uno Stato chiave per il controllo del Congresso da parte dei democratici. Questo fattore impedirebbe la rimozione delle azioni penali nei confronti dei dirigenti chavisti invisi agli immigrati, ma potrebbe comunque consentire quantomeno l’alleggerimento della pressione sanzionatoria sulla società venezuelana sempre più disperata. Stando allo studio annuale Encovi condotto nel luglio 2020 da tre università venezuelane, il 96% delle famiglie vive sotto la soglia della povertà, il 79% delle quali in condizioni di estrema povertà. Il 68% della popolazione consuma meno di 2.000 calorie al giorno, mentre il 30% dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione, una percentuale ben al di sopra dei vicini della regione e seconda solo a quella del Guatemala, nel continente americano. Resta ancora da chiarire quali saranno i destini delle relazioni tra Usa e Venezuela con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca, una cosa però sembra chiara: alla luce di questi numeri, l’apertura al dialogo pare più urgente che mai.