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31/10/2025
America Latina, Stati Uniti e Nord America

Venezuela, il nuovo volto della Guerra alla Droga

di Giovanni Chiacchio

L’ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha visto una crescente militarizzazione delle iniziative statunitensi di contrasto al traffico della droga. Il recente dispiegamento militare americano nel Mar dei Caraibi ha sollevato tuttavia numerosi interrogativi circa le possibilità di un intervento militare vero e proprio statunitense contro il regime di Maduro in Venezuela, trasformando la guerra alla droga in un conflitto internazionale effettivo

L’ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha visto una crescente militarizzazione delle iniziative statunitensi di contrasto al traffico della droga. Il recente dispiegamento militare americano nel Mar dei Caraibi ha sollevato tuttavia numerosi interrogativi circa le possibilità di un intervento militare vero e proprio statunitense contro il regime di Maduro in Venezuela, trasformando la guerra alla droga in un conflitto internazionale effettivo.

A seguito dell’ascesa di Hugo Chavez nel 1998, il Venezuela è stato interessato da un forte aumento del traffico della cocaina. Tale stato di cose è andato progressivamente ad incrociarsi con l’insorgere di profonde tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti, in virtù del riorientamento della politica estera del Paese verso la Federazione Russa e la Cina, nonché del supporto offerto da Caracas alle FARC colombiane. Nel 2005 il Venezuela ha interrotto ogni legame con la Drug Enforcement Administration (DEA), divenendo a partire dal 2010 un rilevante produttore di cocaina. Il governo venezuelano è stato accusato dagli Stati Uniti di essere coinvolto in maniera rilevante nel traffico della droga sino ai suoi livelli più alti. Il complesso insieme di reti del narcotraffico gestite delle forze armate venezuelane è stato descritto come “Cartello dei soli”, in virtù dell’utilizzo dell’insegna del sole presente sulle divise dei generali. I proventi derivanti dal transito della droga attraverso il territorio di Caracas sono state impiegati come fonte di finanziamento per diverse milizie sudamericane quali le FARC, nonché per il gruppo armato Hezbollah.

Nel corso degli anni, gli Stati Uniti hanno progressivamente indicato come la permissività delle forze di sicurezza e la pervasiva corruzione dell’ambiente politico abbiano trasformato il Venezuela in un’importante rotta per il narcotraffico. Contestualmente, il progressivo collasso dell’economia di Caracas e il venir meno del supporto popolare hanno determinato una forte svolta autoritaria da parte del sempre più impopolare governo locale. Tale stato di cose ha reso i proventi derivanti dal narcotraffico il principale pilastro dietro la preservazione del supporto del regime tra le forze di sicurezza. Ne è un esempio chiave il fatto che nel 2015 i nipoti acquisiti del Presidente Nicolas Maduro, accompagnati da membri delle forze dell’ordine tra cui due guardie d’onore presidenziali, sono stati arrestati nella capitale haitiana Port-au-Prince nell’ambito di un’operazione congiunta tra la DEA e le unità antidroga haitiane mentre tentavano di concludere un accordo per il trasporto di 800 chilogrammi di cocaina.

La “massima pressione”

L’ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha comportato un ulteriore peggioramento nelle relazioni tra i due paesi. La National Security Strategy del 2017 rilasciata dall’Amministrazione Trump ha indicato il Venezuela come uno spazio operativo dei competitors americani nell’emisfero occidentale. La definitiva identificazione del Venezuela come un governo ostile si è incrociata con la politica di contrasto statunitense al traffico della droga meglio nota come “Guerra alla droga”. Durante il suo primo mandato il Tycoon ha imposto pesanti sanzioni a danno del governo venezuelano, esplorando anche la possibilità di un intervento militare nel Paese. Tuttavia, lo scarso supporto internazionale ha determinato l’abbandono di tale opzione.

Nel 2019 l’Assemblea Nazionale venezuelana eletta nel 2015 si è rifiutata di riconoscere la vittoria di Nicolas Maduro in occasione delle elezioni del 2018, nominando come Capo di Stato il proprio presidente Juan Guaidò. La nomina di Guaidò ha innescato una grave crisi presidenziale nel Paese. A dispetto dello scarso supporto popolare per il governo, il Presidente Nicolas Maduro si è infatti rivelato in grado di mantenere il potere grazie al supporto dei suoi partner internazionali e delle forze di sicurezza, rimaste in larga misura fedeli al regime. Ciò ha determinato un progressivo venir meno del supporto internazionale per Guaidò, il cui governo ha perso prima il riconoscimento diplomatico degli stati membri dell’UE e in seguito anche quello statunitense.

Dal dialogo alle cannoniere

L’elezione di Joe Biden nel 2020 quale Presidente degli Stati Uniti, ha sancito un cambio di rotta da parte di Washington in relazione al dossier venezuelano. Tale stato di cose è stato determinato dall’intersezione tra necessità geopolitiche e il generale fallimento delle forze d’opposizione nel raccogliere un supporto tra le forze di sicurezza sufficiente ad abbattere il regime bolivariano. Sotto il primo aspetto, l’Amministrazione Biden ha dovuto far fronte alle pesanti conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina sulle catene di approvvigionamento energetiche globali. L’aumento della domanda petrolifera ha portato Washington ad autorizzare diverse compagnie europee quali ENI e Repsol ad esportare greggio venezuelano nel vecchio continente, al fine di alleviare la locale crisi energetica. Contestualmente, il gigante petrolifero Chevron ha ottenuto il permesso di riprendere le attività nel paese.

In secondo luogo, l’Amministrazione Biden ha perseguito una soluzione alla devastante crisi politica ed economica del Paese latino-americano. Tale intento è stato perseguito mediante un allentamento delle sanzioni a danno del regime di Caracas in cambio dell’avvio di un processo volto a garantire libere elezioni. Tale intento pareva essere stato coronato da successo a seguito della firma il 17 ottobre del 2023 di un accordo tra le parti volto ad organizzare elezioni presidenziali nel 2024. A tale intesa ha fatto seguito il rilascio da parte della presidenza di quattro licenze generali volte a garantire un’esenzione di sei mesi alle sanzioni americane a danno di diversi settori dell’economia venezuelana. Tuttavia, il regime di Caracas non ha rispettato l’accordo, impedendo alla candidata dell’opposizione Maria Corina Machado (recente Nobel per la pace) di partecipare alla competizione. Le elezioni del 2024 sono state caratterizzate da diffusi brogli elettorali e hanno visto la riconferma di Maduro, alla quale ha fatto seguito una nuova ondata repressiva, sancendo il fallimento dell’iniziativa di mediazione condotta dall’Amministrazione Biden. Ancora una volta, la comunità internazionale ha espresso in larga misura il proprio disappunto per lo svolgimento delle elezioni.

A seguito del suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha nuovamente adottato una strategia incentrata sull’incrementare la pressione sul regime di Maduro al fine di costringerlo a lasciare il potere, abbandonando le aperture portate avanti da Joe Biden. Tale modalità di azione si è incrociata con il generale intento della seconda Presidenza Trump di rafforzare le misure volte al contrasto del traffico internazionale della droga. Il 29 gennaio 2025 il Tycoon ha firmato l’Ordine Esecutivo 14157 allo scopo di designare diversi cartelli della droga come organizzazioni terroristiche, incrementando contestualmente il ruolo della CIA nella guerra alla droga. Nel mese di luglio il Dipartimento del Tesoro ha designato il “Cartello dei soli” come organizzazione terroristica. A tali provvedimenti hanno fatto seguito un aumento per la ricompensa per la cattura di Maduro a 50 milioni di dollari e un imponente dispiegamento militare nel Mar dei Caraibi comprendente dieci navi da guerra, di cui alcune equipaggiate con Missili Tomahawk.

Una guerra all’orizzonte?

Il 2 settembre le forze militari americane hanno colpito un’imbarcazione venezuelana, la quale secondo i vertici statunitensi stava trasportando un carico di droga. A seguito di altre azioni militari di Washington, il 1 ottobre il presidente Trump ha pubblicamente annunciato come gli Stati Uniti siano coinvolti in un conflitto armato non internazionale con combattenti illegali. La nozione di conflitto armato, dunque guerra vera e propria, autorizzerebbe il governo americano ad uccidere combattenti nemici e detenere questi ultimi senza processo, avviando una nuova militarizzazione della guerra alla droga. Diversi interrogativi sono stati suscitati dal grande potenziale militare dispiegato dagli Stati Uniti nella regione, il quale pare indicare la volontà statunitense di interrompere il traffico marittimo proveniente dal Venezuela al fine di tagliare la principale fonte di introiti per il regime di Maduro, o addirittura la possibilità di un’invasione del Venezuela finalizzata ad un regime change. Tale assunto risulterebbe rafforzato dal presunto rifiuto espresso secondo fonti del New York Times all’offerta del presidente venezuelano Maduro di contratti preferenziali ad aziende americane nel settore petrolifero del Paese, nonché dall’interruzione di tutti i colloqui diplomatici in corso il 6 ottobre.

Il processo di militarizzazione della guerra alla droga non è nuovo, ma affonda le sue radici durante l’Amministrazione Reagan, la quale incrementò il coinvolgimento delle forze armate e dei servizi segreti nel contrasto al traffico di stupefacenti. La Presidenza di George H.W Bush vide una convergenza tra la guerra alla droga e le necessità geopolitiche statunitensi, concretizzandosi mediante un’azione militare simmetrica rivolta a danno di uno Stato nazionale, Panama, fortemente implicato nel traffico della droga e sempre più vicino all’Unione Sovietica. Allo stato attuale, molte di queste condizioni si sono ripresentate in relazione al dossier venezuelano. Il regime di Caracas, oltre a rappresentare una rotta fondamentale per il traffico della droga, risulta essere anche uno dei principali strumenti per la proiezione dei competitor statunitensi nell’emisfero occidentale. Il rifiuto da parte di Trump di accettare significative concessioni da parte di Caracas e le vaghe risposte da lui offerte circa le possibilità di un’azione militare, parrebbero indicare la volontà del Presidente americano di perseguire obbiettivi massimalisti, nello specifico un cambio di regime nel Paese. L’estrema debolezza delle forze armate e lo scarso supporto popolare determinerebbero con tutta probabilità un rapido crollo del regime, al quale potrebbe tuttavia fare seguito una fase transitoria estremamente caotica. Il Venezuela risulta infatti caratterizzato dalla presenza di una vasta rete di milizie collegate al narcotraffico, le quali potrebbero trascinare gli Stati Uniti in un lungo conflitto a bassa intensità in un territorio impervio. Contestualmente, un’azione militare potrebbe danneggiare i fragili equilibri in America Latina, determinando l’insorgere di una nuova profonda sfiducia verso gli Stati Uniti. A partire dal 2008 il primato statunitense sul sistema internazionale è andato incontro ad una progressiva erosione. In particolare, gli ultimi anni sono stati caratterizzati dall’ascesa di competitor regionali degli Stati Uniti in grado di contrastare efficacemente la proiezione della potenza statunitense. Sin dal suo ingresso in politica Donald Trump ha impostato una strategia finalizzata a rilanciare il primato statunitense mediante una politica di “pace attraverso la forza”. Un successo dell’eventuale intervento statunitense in Venezuela rappresenterebbe certamente un rilevante passo verso tale direzione. Tuttavia, un possibile fallimento potrebbe minare ulteriormente la credibilità statunitense, innescando una nuova era di instabilità nella regione sudamericana. Il successo, o il fallimento di una simile iniziativa verrà determinato dalla capacità di costruire solide istituzioni statali in grado di far fronte ai gravi problemi del Paese, smantellando contestualmente la rete di milizie operanti al suo interno.

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