Venezuela e Colombia dopo il voto: gli opposti lungo la linea del confine

Per certi versi sembrerà di rivivere il periodo 2002-2010 quando la leadership colombiana era guidata da Álvaro Uribe Vélez e in Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías era saldamente alla guida del paese. Oggi come allora, si torna ad una scomoda convivenza regionale tra uribisti e chavisti.

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Il 20 maggio a Caracas è stata sancita la continuità del governo di Nicolas Maduro tra tante polemiche interne e una reiterata ostilità internazionale. Maduro ha vinto con ben il 67,76% dei voti in una tornata elettorale caratterizzata da un’affluenza in vero scarna (circa il 46%). Elezioni alle quali si è arrivati con il grosso dell’opposizione per propria volontà, spettatrice passiva di una vittoria annunciata. Una protesta che se da un lato ha concesso alla leadership una facile riconferma, dall’altro lato ne mette in dubbio ogni autentica capacità rappresentativa della propria popolazione. Le ragioni delle opposizioni sono ben consolidate nel tempo e partono dalle proteste del 2014 fino ad arrivare alla tessitura di una rete internazionale atta ad istituzionalizzare la condanna del governo chavista.

Il 2014 si apriva con le proteste di piazza contro l’aumento della violenza nel paese per poi trascendere a loro volta in ulteriori atti di violenza. Ma lo stesso 2014 porta con se il drastico ribasso dei prezzi del petrolio a livello internazionale, finendo per evidenziare per l’ennesima volta le contraddizioni del Venezuela: paese ricco di risorse, ma con un’economia cronicamente dipendente da queste. Il petrolio perde valore e l’economia venezuelana vacilla pericolosamente portando sino ad oggi gli effetti di misure assistenzialiste perpetrate nel tempo, mancanza di diversificazione produttiva, incompiuto sviluppo infrastrutturale. L’alta inflazione è solo uno dei tanti effetti di questo sistema che vede anche azzerato il successo di Chavez in termini di riduzione della povertà e creazione di benessere sociale. L’opposizione ha approfittato della situazione di crisi per aggredire istituzionalmente il governo in carica ottenendo anche molti successi nazionali e internazionali: nel 2015 il MUD, ossia l’ampia coalizione antichavista, ha vinto le elezioni parlamentari conquistando la maggioranza dei seggi nell’Assemblea Nazionale e rischiando di fatto di portare a una situazione di immobilismo legislativo. Empasse risolta dal governo in modo sempre meno diplomatico senza mai cercare un concreto dialogo con l’opposizione ma estromettendola di fatto da ogni partecipazione: all’inizio i decreti d’urgenza del presidente della repubblica venivano utilizzati per evadere ogni passaggio istituzionale dall’Assemblea Nazionale e successivamente, una riforma costituzionale nel 2017 sostituisce l’organo legislativo con l’Assemblea Costituente.

Da questo momento parte una controffensiva di opposizione che oltre a mantenere alto il livello di proteste interne al paese, crea una rete internazionale di condanna all’operato del governo di Maduro. Nel 2015 il primo passo viene fatto da Obama che da Washington attiva un primo pacchetto di sanzioni finanziarie contro Caracas definendola un pericolo per la sicurezza nazionale (sanzioni poi inasprite negli anni da Trump). Nel 2016 è l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) a mettere forti dubbi sulla democraticità dell’operato del governo chavista e a questa farà eco il Mercosur fino alla sospensione ufficiale di Caracas dal Mercato Unico del Sud (2017). Atto finale di questa contrapposizione internazionale, a decisione di non riconoscere l’esito delle elezioni dello scorso 20 maggio da parte di molti paesi della regione e non solo.

Lo scorso 17 giugno anche in Colombia si è decisa la leadership presidenziale da qui al 2021. Il primo turno (27 maggio) ha evidenziato quanto era già percepibile da un anno a questa parte ovvero la forte ascesa degli uribisti nel favore popolare, poi confermata proprio il 17 giugno con il 53,98% dei voti in favore di Ivan Duque. I conservatori di Centro Democratico tornano alla guida del paese dopo ben due mandati del liberista e socialista Juan Manuel Santos Calderón. L’uscente presidente ha comunque lasciato un segno indelebile nella storia del paese portando all’epilogo una guerra civile di oltre mezzo secolo che infettava la stabilità del paese. La pace tra governo e i guerriglieri delle FARC non è che il più importante lascito di un presidente nell’ultimo secolo di storia del paese.

Ma proprio dalla pace occorre ripartire per valutare quanto da ora in poi avverrà con Ivan Duque e ancor prima dal suo mentore ossia colui che è a capo dello stesso partito vincitore: Alvaro Uribe. Da sempre contrario ad una transizione pacifica nel conflitto tra guerriglia e governo, Uribe è stato tra i principali critici al governo di Santos. Lo stesso Uribe nel 2016 ha promosso, ottenuto e vinto un referendum atto a rinegoziare i contenuti dell’accordo di pace tra Farc e governo. Un primo tassello al ritorno della corrente uribista alla guida del paese. Ma il segnale più evidente è stato dato dal risultato elettorale per l’elezione dei componenti del nuovo parlamento (11 marzo 2018): il Centro Democratico ha conquistato 33 seggi (su 166) alla Camera e 19 al Senato (su 102 totali). Numeri relativamente importanti se sommati ai seggi di altri partiti di destra con i quali è possibile giungere ad una convergenza politica.

Ed eccoci infine al 17 giugno e alla vittoria del quarantunenne Duque sull’uomo della sinistra radicale Gustavo Petro. Una vittoria che riporta all’ordine del giorno i contenuti dell’accordo di pace con i guerriglieri delle FARC con il neopresidente che in campagna elettorale si è mostrato fermamente convinto sulla necessità di riformare unilateralmente i contenuti dell’accordo. L’impressione è quella che a FARC disarmate si possa attivare un contro processo che di fatto riporterebbe i militanti guerriglieri ad una latitanza per evitare la scure degli uibisti mai inclini al dialogo. Scure che potrebbe tradursi in arresti tra le alte sfere dell’ex nucleo guerrigliero e nell’estromissione degli stessi dalla partecipazione attiva alla vita politica del paese. Un ritorno al passato dunque per la pace sociale colombiana, ma questa volta con i guerriglieri in netto svantaggio strategico nei confronti del governo centrale.

Ma come in passato è un altro il tema che tornerà nei prossimi giorni all’ordine del giorno: la contrapposizione ideologica tra chavisti e uribisti che tornano a doversi confrontare a livello istituzionale. Uribe non ha mai nascosto la propria insofferenza nei confronti di Chavez e con Santos, seppur i rapporti tra i due paesi fossero notevolmente migliorati, è rimasta nitida l’impressione di essere al cospetto di due paesi che si sopportano ma che non si amano (soprattutto se vista dal punto di vista di Bogotà). Ma con l’ascesa di Doque le tensioni tra i due paesi confinanti potrebbero tornare a crescere andando ulteriormente ad intaccare la visione di una regione unita nello sviluppo e nell’interazione politico-sociale.