Vecchi e nuovi indipendentismi nell’Europa in crisi

In epoca di crisi, forse, il richiamo dell’indipendentismo fa breccia ancor più facilmente nel cuore degli europei. Anni addietro, si pensava al rinnovato vigore della retorica delle “piccole patrie” come alla reazione di alcune opinioni pubbliche ai profondi cambiamenti imposti dalla globalizzazione economica. Partiti e movimenti di stampo indipendentista sono sorti un po’ ovunque, segnatamente nei contesti geografici dove, storicamente, è più profonda la linea di frattura tra centro e periferia. L’indipendentismo classico, di matrice secessionista e sovranista, si è imposto nell’agenda politica di buona parte d’Europa nella sua variante moderata, quella devoluzione che anche in Italia ha portato prima alla riforma Bassanini e poi alla modifica del Titolo V della Costituzione.

Vecchi e nuovi indipendentismi nell’Europa in crisi - GEOPOLITICA.info

Alla base dei processi di trasferimento di funzioni e competenze dal centro verso la periferia c’è il principio di sussidiarietà, che postula il ricorso all’autorità centrale dello Stato solo nei casi in cui un determinato compito non possa essere efficacemente svolto a livello locale.  Con la diffusione virale del concetto di sussidiarietà, la decentralizzazione ha trovato ampia applicazione anche nei Paesi più refrattari ad indebolire il ruolo del governo centrale.

Attualmente, due tendenze opposte si confrontano in Europa: da una parte, le istanze secessioniste catalane, scozzesi e fiamminghe, dall’altra le forze centripete che sostengono il ritorno delle competenze legislative e amministrative nelle storiche capitali. Queste ultime potrebbero affermarsi sulle prime: l’impronta generale delle riforme in atto in Europa appare orientata al riaccentramento, spesso motivato dall’esigenza improcrastinabile di razionalizzare la spesa pubblica. Non mancano le eccezioni: la Francia ha recentemente varato una riforma che fa arretrare il potere centrale a vantaggio dei territori, limitando lo statalismo di giacobina memoria che l’ha caratterizzata sinora. Ma, contemporaneamente, il radicalismo autonomista, fomentato dai suoi propugnatori più agguerriti, trova nuovi seguaci.

In Catalogna cresce, complice la crisi economica, la voglia di secessione dal resto dello Stato: a sentire gli opinionisti locali, il desiderio di indipendenza è motivato più da ragioni storiche e culturali che economiche. Eppure, non sembra secondaria la condizione di agio di cui godono Barcellona e dintorni, realizzando da sole il 19% del Pil ed oltre il 30% delle esportazioni nazionali. La Generalitat, il governo regionale, ha indetto per il prossimo 9 novembre una consultazione popolare dai contenuti esplosivi: “volete voi che la Catalogna sia uno Stato indipendente?” è  uno dei quesiti cui gli elettori sarebbero chiamati a rispondere. Il referendum sarà solo l’epilogo di un sentiero lastricato di risoluzioni consiliari non vincolanti, elezioni anticipate, proposte avanzate e rigettate da entrambi i contendenti. Ma un gigantesco punto di domanda aleggia sulle urne del prossimo novembre: il Governo spagnolo, spalleggiato dall’opposizione socialista, ha prontamente dichiarato che la consultazione non avrà luogo, in quanto incostituzionale.

Mentre a Barcellona dilaga il sentimento anti-madrileno, il vertice del Partito Popolare spagnolo è sotto attacco per ragioni opposte: la frangia dura e pura della stessa formazione rimprovera all’esecutivo Rajoy di non aver riformato il dispendioso regionalismo del Paese iberico, come ricorda l’Economist nella sua analisi dedicata ai travagli del governo. Segno che l’attuale ripartizione di funzioni non convince nessuno, né gli indipendentisti ed i regionalisti né i centralisti.    

Molto più a nord, la Scozia si prepara a celebrare uno storico referendum, impensabile sino a pochi anni or sono: tra orgoglio nazionale e risorse energetiche, a Glasgow il governo regionale guidato da Alex Salmond incalza Downing Street e avanza nei sondaggi. La sua proposta? Un’indipendenza piena e totale, mitigata solo dalla prospettiva di un’unione monetaria con Londra (che nega, peraltro, di volerla concedere). David Cameron ed il suo esecutivo conservatore temono la propaganda dello Scottish National Party, fatta di folklore, certo, ma anche di solide argomentazioni: tasse su gas e petrolio che restano sul territorio e redditi in ascesa per gli scozzesi. Su questo timore si fonda la concessione annunciata il 18 febbraio, a suo modo storica: Glasgow, se resterà annessa al Regno Unito, potrà finanziarsi in autonomia sui mercati internazionali, dando nuova linfa a progetti infrastrutturali e grandi opere pubbliche.

E’ forse presto per pronosticare l’esito del referendum scozzese e dell’annosa contesa catalana, ma certo occorre interrogarsi su quanto il federalismo abbia contribuito a migliorare l’efficienza della macchina pubblica in Europa. Interrogativo ancor più pressante per gli italiani, che sperimentano quotidianamente la sperequazione tra gli standard dei servizi pubblici nei vari contesti geografici del Paese. Disomogeneità che non deriva, come noto, da un’inappropriata allocazione delle risorse finanziarie, ma dall’inadeguatezza dei meccanismi di controllo e dalla mancata attribuzione di responsabilità ai governanti locali. E’ sempre più evidente, infatti, che il decentramento deresponsabilizzato non giova né ai cittadini né alle istituzioni.