Dossier Vaticano-Cina. Luci ed ombre si intrecciano nei rapporti tra la Santa Sede e Pechino
L’attesa cerimonia, il 10 novembre, della ordinazione di Mons. Pietro Ding Lingbin a Vescovo di Changzi, in Cina, si è svolta tranquillamente. La nomina da parte di Papa Francesco di Mons. Ding risale a più di due anni fa, ma solo ora è arrivato il “via libera” da Pechino per la Messa di consacrazione. L’annuncio è stato interpretato come una risposta positiva da parte delle autorità cinesi rispetto ai segnali di apertura giunti dal Vaticano e un indizio sull’andamento dei colloqui in atto tra le due parti, anche se, nell’evento, non manca un fatto rivelatore dei persistenti e irrisolti problemi. Infatti, la nomina pontificia di Mons. Ding lo designa titolare della Diocesi di Changzhi mentre la nomina “ufficiale”, la sola letta in pubblico durante la cerimonia, lo designa Vescovo coadiutore dell’anziano Vescovo Jin Daoyuan (anch’egli “ufficiale” e presente alla cerimonia) che per la Santa Sede è privo di giurisdizione.

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Le relazioni tra Pechino e il Vaticano sono state ufficialmente interrotte nel 1951 ma, in tutti questi anni, l’impegno della Santa Sede per mantenere i contatti con la comunità cattolica in Cina (le cui stime oscillano tra 10 e 15 milioni) è stato costante e inesausto.
Un punto di svolta nei rapporti bilaterali è stata la Lettera del 2007 nella quale Papa Benedetto XVI si rivolgeva «a tutta la Chiesa che è in Cina» auspicando «un accordo con il Governo» sulla nomina dei Vescovi ma riaffermando la “incompatibilità dell’Associazione patriottica con la dottrina cattolica“. E Papa Francesco, nel ribadire il valore di tale Lettera, ha colto ogni occasione – come d’altronde avevano fatto anche i suoi predecessori fin da Papa Paolo VI – per esprimere affetto e stima al popolo cinese e auspicare la normalizzazione della situazione della Chiesa cattolica in Cina divisa tra la maggioranza del clero e dei credenti fedeli al Papa – e oggetto nei decenni di crudeli persecuzioni – e una parte inserita nella “Associazione Patriottica” e nella “Conferenza Episcopale”, organismi – entrambi non riconosciuti dalla Santa Sede – che dipendono dalla State Agency for Religious Activities (SARA), l’organismo governativo (dunque del partito comunista) preposto al controllo di tutte le attività religiose. E’ la SARA che, nella conferenza dello scorso aprile presieduta dallo stesso Presidente Xi, ha varato il nuovo regolamento per le attività religiose “permesse” in Cina (classico esempio di Rule by Law contrapposto alla Rule of Law), composto da 74 articoli (rispetto ai precedenti 40 di quindici anni orsono) la cui attenta lettura rivela come il regime abbia deciso una ulteriore restrizione degli spazi di respiro e di movimento per tutte le espressioni di fede religiosa, e relative organizzazioni, con più invasivi meccanismi di controllo e di repressione.

Gli sforzi del Vaticano, iniziati fin dai tempi dei Cardinali Casaroli e Sodano, affiancati da Mons. Celestino Migliore (attualmente Nunzio a Mosca), e oggi nella mani del Cardinale Parolin e dei suoi collaboratori Mons. Gallagher e Mons. Camilleri, sono interamente rivolti alla ricerca di un compromesso che possa garantire, allo stesso tempo, la libertà di fede e la comunione con il Vescovo di Roma – fondamento della Chiesa e della successione degli Apostoli – dei  Pastori dei cattolici cinesi.
I principali analisti dei rapporti tra Santa Sede e Pechino, vaticanisti e sinologi italiani e stranieri, sembrano divisi nella interpretazione della tardiva autorizzazione cinese all’insediamento di Mons. Ding e, in generale, sullo stato di avanzamento dei negoziati tra il Vaticano e la Repubblica popolare cinese. L’agenzia Reuters ha recentemente diffuso un comunicato, basato su anonime fonti interne vaticane, ottimista sul futuro della trattativa che la Santa Sede sta cercando di portare avanti da decenni col paese asiatico. Altre agenzie come Asianews del PIME (il Pontificio Istituto Missioni Estere), per il suo capillare radicamento in ogni paese sempre molto informata su tutta la realtà ecclesiale dal Medio Oriente all’Asia, o la francese Eglises d’Asie, sono assai più prudenti e riflettono, ormai quotidianamente, malesseri e preoccupazioni crescenti nelle comunità cattoliche cinesi sia sul Continente sia ad Hong Kong.

I segnali che arrivano da Pechino sono, come sempre, ambigui e contraddittori come lo sono i comportamenti dei soggetti che si muovono sulla complicata scacchiera. Anzitutto l’ “Associazione patriottica” che dipende, come già ricordato, dalla SARA: dal 1958 organizza e controlla nei minimi particolari le attività ufficiali dei cattolici in Cina e non ha mai smesso di procedere con le ordinazioni di propri Vescovi senza il mandato papale, dunque illegittime e con la conseguente automatica scomunica, latae sententiae a norma del Codice di Diritto Canonico, per chi le esegue e per chi le riceve. Essa – insieme alla controllata “Conferenza Episcopale” – rappresenta una struttura che è parte integrante del potere e della struttura gerarchica del partito e, ovviamente, i suoi funzionari sono contrari a qualunque cambiamento che possa intaccare tale potere e i relativi privilegi.

Questa realtà cristallizzata opera e vigila nel quadro del già ricordato Regolamento per le attività religiose la cui nuova versione è in vigore dallo scorso ottobre. Secondo Bob Fu, fondatore di China Aid – una associazione molto attiva nel fornire aiuto legale ai cristiani in Cina – le norme precedenti permettevano qualche libertà interpretativa e, di conseguenza, una maggiore possibilità di azione per coloro che non si riconoscono nella “Associazione patriottica”. Con le ultime norme qualunque attività religiosa deve necessariamente ottenere una preventiva autorizzazione sia dalle istituzioni religiose riconosciute dal Governo sia dall’Agenzia di Stato per gli Affari Religiosi.  Senza tali “permessi” si entra nella illegalità e tutti sanno, in primo luogo chi ha vissuto o vive personalmente questo tipo di esperienze, cosa ciò significhi in certi regimi. E’ evidente che, tra le finalità del nuovo Regolamento, vi è quella di eliminare le “zone grigie” che avevano, sino ad ora, permesso la sopravvivenza della Chiesa rimasta fedele a Roma.

Alla luce di tutto questo risulta lampante il difficilissimo e delicatissimo intreccio di problemi che ancora segnano la distanza tra Pechino e Vaticano.
Da un lato, è da sempre chiaro che l’obiettivo palese e onesto della Santa Sede è quello di arrivare ad un accettabile meccanismo di concordanza sulle nomine dei Vescovi che, tenendo conto delle esigenze di “controllo” sulle persone da parte del regime, salvaguardi il principio cardine, fin’ora intangibile (pena la scomunica: oltre ai casi cinesi va ricordato il famoso episodio di Mons. Lefebre), del legame tra Vescovo di Roma e Vescovi nel mondo. A questo proposito viene spesso evocata la pragmatica situazione, in atto da molti anni, con il Vietnam.
Dall’altra parte del tavolo i negoziatori di Pechino, di fronte al desiderio esplicito di Roma di arrivare in fretta ad un risultato entro l’Anno Giubilare, potrebbero sentirsi incoraggiati a puntare al massimo risultato a loro favorevole,  ossia alla “sanatoria” per i Vescovi “patriottici” illegittimamente ordinati, e al completo potere di scelta, in capo agli organi di regime, dei futuri Vescovi, lasciando al Papa romano una vaga forma di accettazione/ratifica. Anch’essa, tra l’altro, di incerta compatibilità con le leggi vigenti cinesi che proibiscono l’esercizio di attività pubbliche a cittadini della Repubblica popolare (come i futuri Vescovi) dipendenti (anche se, nel caso in questione, lo sarebbero solo formalmente ma si sa che la forma nei sistemi totalitari è una camicia di forza) da autorità straniere (il Papa).

Se questo fosse veramente lo schema attualmente in dirittura di arrivo, non è difficile prevedere molte e spinose difficoltà per l’immediato futuro, da diversi punti di vista a cominciare dai sentimenti, e conseguenti reazioni, dei milioni di fedeli e del clero che, dopo tante sofferenze, si troverebbero improvvisamente obbligati a sottomettersi alla “Associazione patriottica” e ad accettare i suoi Vescovi che non hanno mai goduto della stima e dell’affetto dei credenti. Senza considerare che l’eventuale ardita costruzione giuridico-normativa oggi ipotizzata – possibile solo se la Santa Sede farà   delle concessioni finora inedite e di portata che non sarebbe eccessivo definire storica – rappresenterebbe una rilevante modifica nel rapporto gerarchico tra Papato e Vescovi, per ora circoscritto alla realtà cinese ma senza poter escludere che, in avvenire, essa diventi un esempio per altri paesi e realtà locali con le immaginabili conseguenze sulla unità della Chiesa.

Tra le voci preoccupate che si sono levate ultimamente per raccomandare prudenza e realismo vi sono state quelle del Cardinale Joseph Zen, Arcivescovo emerito di Hong Kong e, con lui, di tanti sacerdoti e laici che vivono immersi nella realtà quotidiana della convivenza tra comunità di cattolici fedeli al Santo Padre e strutture del partito dominante. Una sintesi “politica” di queste voci così variegate, e spesso angosciate, fa emergere la diffusa preoccupazione che anche la più avanzata e coraggiosa prospettiva pastorale e diplomatica, come sembra quella messa in atto da Roma per imprimere una svolta ai negoziati con Pechino dopo decenni di stallo, possa invece rivelarsi foriera di più acuti e dolorosi problemi rispetto alla preesistente realtà.
E, comunque, se le motivazioni vaticane per concludere la trattativa con la Cina sono molte ed evidenti, quelle di Pechino appaiono deboli al di fuori dell’obiettivo, intravisto vicino, di ottenere tutto quello che loro vogliono.

Non vanno infine trascurati, nell’ottica cinese, anche gli sviluppi della situazione internazionale: i ricorrenti “fastidi” provocati dalle manifestazioni pro-democrazia ad Hong Kong, gli attriti con le Filippine e tutti gli altri paesi dell’area, l’incertezza sulla politica asiatica del neo Presidente americano Trump.
Le continue e crescenti proteste nell’ex colonia britannica stanno destando notevoli preoccupazioni a Pechino mentre il rapporto con il nuovo Presidente filippino, Rodrigo Duterte, sembra aver aperto imprevisti scenari di collaborazione e, forse, di superamento della crisi del Mar Cinese meridionale, superamento a vantaggio cinese di fronte alla retromarcia filippina, ma non certo a quella vietnamita o taiwanese, nazioni che sarebbero ancor più allarmate così come lo sono i giapponesi e i coreani del sud.
L’appoggio della Santa Sede al nuovo corso filippino, che si è già percepito in quanto la durissima guerra alla droga avviata da Duterte in patria, con migliaia di esecuzioni capitali, non ha prodotto particolari reazioni in Vaticano di solito e comprensibilmente ipersensibile su questi temi, potrebbe essere un ulteriore elemento gradito ai cinesi. Il Presidente filippino, infatti, può rischiare di fare a meno del sostegno statunitense, cercando l’appoggio cinese, ma non deve per nessuna ragione produrre reazioni ostili da parte della Chiesa cattolica, romana e locale, se desidera mantenere la coesione interna al paese.

Il risultato della trattativa è dunque, ad oggi, ancora incerto nonostante da mesi gli specialisti dell’argomento ne preconizzino la conclusione “a giorni”. Le inquietudini e i timori che si agitano a San Pietro, e il mutato e mutante quadro geopolitico, in particolare nel Pacifico, potrebbero avere una influenza rilevante sui contenuti e la tempistica dei prossimi passi.