Vaticano, Cina, Stati Uniti e l’Accordo per la nomina dei Vescovi in terra cinese: perché è necessaria una “diplomazia parallela”

Nel triangolo dei rapporti tra quelli che, obiettivamente, possono essere considerati tra i principali artefici mondiali delle relazioni internazionali – ossia Stati Uniti, Cina e Santa Sede – i recenti avvenimenti riguardanti la situazione dei fedeli cattolici residenti sotto l’ombra del Dragone, hanno offerto degli spunti assai interessanti, per operare delle riflessioni, sia di carattere generale su tale vicenda, sia di ordine specifico, con particolare riguardo alla visione geopolitica – diplomatica di Papa Francesco e della sua necessità di avvalersi di una “diplomazia parallela”, come quella messa in atto, nel suo agire, dalla Comunità di Sant’Egidio.

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Santa Sede e Cina, excursus storico

Per inquadrare correttamente la vicenda, sotto il profilo geopolitico, occorre fare un passo indietro nella storia. Infatti, dietro la vicenda del rapporto tra la Santa Sede e la Cina, c’è una lunga storia, che merita di essere conosciuta, per capire che cosa oggi c’è in gioco. Comincia cinque secoli fa, quando in seguito alla diffusione, in Europa, della riforma protestante, la Chiesa cattolica perse il controllo religioso e politico di mezzo continente. In pratica, alla metà del ‘500, rimanevano fedeli al Papa, solo Portogallo e Spagna con i loro enormi possedimenti coloniali, la Francia, i domini degli Asburgo d’Austria e, naturalmente, la penisola italiana, in buona parte in mani spagnole. Sconfitta e mutilata così gravemente in Europa, la Chiesa di Roma, concepì, allora, il suo piano di rivincita: l’evangelizzazione dei continenti extraeuropei. Per l’America centro-meridionale la presenza dei conquistatori spagnoli, rendeva la cosa facile, nei Paesi Islamici, invece, non c’era nulla da fare e l’Africa nera, era un territorio di fatto impenetrabile. Rimaneva solo l’Asia. Per alcuni decenni, specialmente i gesuiti, di certo Papa Bergoglio conosce bene queste storie, si lanciarono in una delle più straordinarie avventure antropologiche e dei più arditi tentativi di acculturazione che si siano mai visti. Dall’India al Giappone alla Cina, una sparuta schiera di missionari intellettuali della Compagnia provarono a tradurre ed esportare la religione cattolica in civiltà che non si può immaginare ad essa più culturalmente estranee. Il traguardo più ambito fu, naturalmente, l’immenso impero cinese e, mancò davvero poco, che il più geniale di quei padri, Matteo Ricci, riuscisse a convertire l’imperatore, prima che Roma, dopo la sua morte, decidesse però una generale ritirata, a causa di sopravvenute dispute teologiche (Galli della Loggia, Corriere della Sera, 3.10.2020). Venendo a tempi più prossimi alla nostra epoca, il Partito Comunista Cinese dopo la conquista del potere nel 1949, adottò per le Chiese Cristiane e particolarmente per la Chiesa Cattolica, una linea alquanto diversa da quella di Lenin, nei primi anni del regime bolscevico. Mentre questi dichiarò guerra al clero e si spinse, in un particolare momento, sino ad incoraggiarne lo sterminio, Mao preferì sostituire la Chiesa Cattolica con “un’Associazione patriottica cattolica cinese”, che fu creata nel 1957 dall’Ufficio per gli affari religiosi ed alla quale venne dato, insieme all’uso dei beni ecclesiastici, il compito di nominare i vescovi. I cattolici che rifiutarono d’iscriversi all’Associazione, formarono una “Chiesa Sotterranea”, nota anche come “Chiesa del Silenzio”, costretta a celebrare i suoi riti nella clandestinità. La Chiesa di Pio XII, lasciò intravedere la scomunica per coloro che avessero aderito, mentre quella di Benedetto XVI, in una lettera aperta, richiamò il regime comunista al rispetto della libertà religiosa e dichiarò che una Chiesa controllata dallo Stato, era incompatibile con la dottrina cattolica. Con l’avvento di Papa Bergoglio, la Segreteria di Stato del Vaticano ha cercato, in ogni modo, di rimettere piede nella Repubblica Popolare, riuscendo, infine, a negoziare con Pechino un compromesso. La Santa Sede avrebbe riconosciuto i vescovi nominati dall’Associazione patriottica, così come anche la sua esistenza, ma avrebbe chiesto, in cambio, a Pechino il diritto a nominarli anch’essa, nonché di rispettare i fedeli che, aderendo all’Associazione, invocavano l’obiezione di coscienza. L’Accordo venne concluso, nel 2018, per la durata di due anni (Romano, Corriere della Sera, 4.10.2020).

Il ruolo degli USA

In tale contesto, ivi compreso quello rispondente alle esigenze elettorali di Trump, il quale chiedendo alla Santa Sede di rinunciare ai suoi rapporti con Pechino, mirava ad ottenere il voto degli evangelici e dei cattolici conservatori statunitensi, il recente viaggio a Roma, effettuato ai primi del mese di ottobre 2020, da parte del Segretario di Stato USA Pompeo, si era articolato:

  • sulla partecipazione al simposio, organizzato dall’ambasciata USA presso la Santa Sede, sul tema “Promuovere e difendere la libertà religiosa internazionale, attraverso la diplomazia”;
  • su una serie d’incontri diplomatici ed istituzionali con i vertici italiani, tra cui il Ministro degli Esteri Di Maio ed il Presidente del Consiglio Conte;
  • sui colloqui avuti in Vaticano con l’omologo Segretario di Stato, Cardinale Parolin ed il Segretario per i Rapporti con gli Stati, Arcivescovo Gallagher;
  • sulla visita fatta alla Comunità di Sant’Egidio, a Trastevere.

Tutte queste attività, oltre agli aspetti formali ed ufficiali previsti, avevano avuto il merito di portare sotto la luce dei riflettori mediatici, l’imminente scadenza (22 ottobre 2020) e l’eventuale, probabile, rinnovo dell’Accordo provvisorio biennale, firmato il 22 settembre 2018 tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese, inerente alla nomina dei vescovi in Cina, i cui contenuti erano rimasti segreti. L’importanza di tale Accordo era stata, inoltre, preannunciata da un intervento molto critico fatto da Pompeo sulla rivista First Things, fiore all’occhiello dei cattolici “neoconservatori” americani, dopo che la diplomazia vaticana aveva fatto trapelare, l’intenzione di voler rinnovare l’accordo sino-vaticano, “per un altro periodo di tempo”.

In sintesi nel suo articolo, lo stretto collaboratore di Trump:

  • evidenziava come, nel 2018, la Santa Sede avesse siglato un patto con la Cina, nella speranza di vedere migliorate le condizioni di vita dei suoi fedeli, in quel paese;
  • sottolineava come, invece, quella aspettativa fosse andata ampiamente disattesa, in quanto, trascorsi ormai i contemplati due anni di durata dell’intesa, la condotta del Partito Comunista Cinese nei confronti dei cattolici era solo che peggiorata;
  • concludeva precisando che, qualora il Vaticano avesse rinnovato l’Accordo, oltre a non aver conseguito quanto sperato, avrebbe messo in grave pericolo la sua autorità morale.

Il ruolo della Cina

In contraltare alla postura assunta dagli Stati Uniti, vi è quella cinese, ossia dello Stato più spregiudicato del pianeta, il cui governo, oltre a non farsi remore ad utilizzare qualsiasi strumento, compresa la violenza, per attestare le proprie mire imperiali, opera uno stretto controllo sociale su tutta la sua popolazione, degno della narrazione di George Orwell, nel celebre romanzo “1984”. Alla stregua del “Grande Fratello” Orwelliano, Pechino ha creato un suo “Immenso Fratello” e lo ha battezzato “Social credit system”. E’ un meccanismo di condizionamento che intreccia la geolocalizzazione, il riconoscimento facciale e lo smartphone che è in mano ad ogni abitante. Dal 2014, quando si è insediato Xi Jinping , Pechino accumula dati individuali in un mostruoso archivio informatico governato da algoritmi. I cinesi lo chiamano “Zhìma”, cioè “Sesamo”, perché funziona come un gioco a punti, tanti semini da accumulare. I punti, da un minimo di 350 ad un massimo di 950, aumentano se il cittadino compie azioni che lo Stato giudica positive, calano con comportamenti negativi. Acquisti, conversazioni via chat, giudizi online, nulla sfugge a Zhima. E nessuno può sottrarsi, perché non otterrebbe l’accesso ad un infernale meccanismo di valutazione da cui dipendono premi cruciali: sconti su acquisti ed affitti e migliori tassi d’interesse sui mutui, il diritto a viaggiare in aereo o in treno e all’estero, la possibilità di mandare i figli nelle scuole migliori o all’università, la chanche di avere un lavoro e di fare carriera nelle aziende pubbliche. I cinesi sono consapevoli di essere radiografati da Zhima. Il fatto più inquietante, è che ne sono felici: l’insistente propaganda li ha convinti che il sistema sanziona i reprobi e premia i buoni cittadini. E gradiscono anche la sicurezza delle strade garantita dal sistema di riconoscimento facciale ,“Xue Liang” (Occhio penetrante), che vede tutto. All’ingresso di uffici, fabbriche e complessi condominiali c’è una telecamera: chi entra e chi esce deve mostrarle il volto. Non c’è strada, incrocio, piazza che non abbia occhi. Sui monitor della polizia ogni faccia che passa davanti alle telecamere, ha accanto una scheda con i dati anagrafici e i punteggi del Social credit system. Risultato: il governo sa tutto di tutti, ovunque, sempre (Tortorella Panorama 15.4.2020). Contestualizzato il quadro esistenziale cinese, non è difficile capire qual è l’effettivo interesse di Pechino, nel patto raggiunto con la Santa Sede: in primo luogo, così, può mostrarsi aperto e tollerante, nel tentativo di nascondere le dure persecuzioni contro il buddismo tibetano e l’islam uiguro, in secondo luogo cerca di accreditarsi in maniera positiva, nei riguardi del grande numero di fedeli cattolici presenti in Africa ed America Latina, propedeuticamente alle sue mire espansionistiche mondiali.

L’ottica geopolitica diplomatica del Papa venuto dalla fine del mondo: il tempo è superiore allo spazio, l’importanza d’iniziare processi e costruire ponti, l’audacia profetica, la parresia, il discernimento

Il grande ritorno della geopolitica avvenuto dopo la caduta del Muro di Berlino, si era fondato sul sopravvento preso dalla categoria dello Spazio sul quella del Tempo, enfatizzando la centralità interpretativa, nel contesto delle relazioni internazionali, legata al fattore della conquista del territorio, appunto, dello spazio. Questa visione resta inconfutata fino all’arrivo di Papa Francesco, che, invece, nel suo primo documento ufficiale, che sembrava tutto rivolto interno alla Chiesa, in un’ottica pastorale, afferma “il tempo è superiore allo spazio”, precisando che “è da schiavi, da schizofrenici fondare le relazioni internazionali sull’occupazione degli spazi” e che, invece, “è importante avviare processi”, di cui egli colloca l’esito al di là del suo pontificato, indipendentemente da quanto durerà il suo papato, precisando “noi siamo profeti di un futuro che non conosciamo, l’importante è avviare processi”. In tale ottica, gli obiettivi della diplomazia pontificia sono quelli di “costruire ponti”, nel senso di promuovere il dialogo ed il negoziato, come mezzo di soluzione dei confini, di diffondere la fraternità, di promuovere la lotta alla povertà ed edificare la pace. Al di fuori di questi, non esistono interessi o strategie del Papa o dei suoi rappresentanti, quando agiscono sulla scena internazionale. Ecco, dunque, come Papa Francesco esponeva la sua ottica diplomatica ai gesuiti, riuniti nella Congregazione Generale: il coraggio è costitutivo di qualsiasi azione apostolica. E oggi più che mai è necessario avere coraggio e audacia profetica. Ci vuole una parresia – il coraggio e la sincerità della testimonianza – aggiornata, ossia, l’audacia profetica di non avere paura. A volte essa si sposa con la diplomazia, con una certa opera di convinzione e al tempo stesso anche con segni forti. In primo luogo, ad esempio. bisogna dire che oggi abbiamo più consapevolezza di ciò che significa la ricchezza dei popoli, proprio nell’epoca in cui, sia sotto l’aspetto politico sia sotto quello culturale, li si vuole sempre più annullare tramite la globalizzazione, concepita come una sfera, in cui tutto viene uniformato. Allora oggi la nostra audacia profetica, la nostra coscienza, deve orientarsi verso l’inculturazione. E la nostra figura della globalizzazione non deve essere la sfera, ma piuttosto il poliedro, perché è uno ma ha facce differenti. Ecco, l’unità si fa conservando le identità dei popoli, delle persone, delle culture. Ecco quale ricchezza oggi dovremmo dare al processo di globalizzazione, che altrimenti è uniformante e distruttivo delle culture originarie, che invece vanno recuperate. E bisogna recuperarle con un’ermeneutica corretta, che non è la stessa che c’era nell’epoca coloniale e che consisteva nel cercare la conversione dei popoli, di allargare la Chiesa, annullando le diversità delle genti. Era quella, un’ermeneutica di tipo centralista, dove l’impero dominatore in qualche modo imponeva la sua fede e la sua cultura. È comprensibile che a quell’epoca si pensasse così, ma oggi è assolutamente necessaria un’ermeneutica radicalmente differente. Dobbiamo interpretare le cose in un altro modo, cioè valorizzando ogni popolo, la sua cultura, la sua lingua. Pensiamo, per esempio, all’esperienza di Matteo Ricci e di Roberto de Nobili. Essi furono pionieri, ma una concezione egemonica del centralismo romano frenò quell’esperienza, la interruppe, impedì un dialogo in cui le culture si rispettassero. E ciò accadde perché si interpretavano con un’ermeneutica religiosa alcune consuetudini sociali. In questo momento, credo che sia il discernimento l’elemento chiave di cui sto notando la carenza nella formazione, motivo per cui rischiamo di abituarci al bianco o nero e a ciò che è legale. Ed è una cosa pericolosa, perché può condurci a una concezione della morale che ha un senso casuistico, dove tutto l’ambito viene ristretto al si può, non si può, fin qui sì e fin qui no. Va, invece, risvegliata quella grande ricchezza contenuta nella dimensione del discernimento, affermando che il principio generale vale per tutti, ma nella misura in cui, scendendo nei particolari, la questione si diversifica e assume sfumature senza che il principio debba cambiare (Civiltà Cattolica 10 dicembre 2016).

Diplomazia parallela e Comunità di Sant’Egidio

Nella diplomazia di un Papa non diplomatico così come è Francesco, il Pontefice dell’incontro con il prossimo, quello che quando era Arcivescovo di Buenos Aires usava la metropolitana non per testimoniare una sorta di buonismo anticonformista ma, invece, per poter incontrare e farsi incontrare dagli altri, nel solco della via maestra indicata da Giovanni XXIII di cercare quello che unisce e mettere da parte quello che divide, ecco che allora la Comunità di Sant’Egidio viene utilizzata come apripista alle mediazioni più complicate. La metodologia è sempre quella che caratterizza il lavoro di Sant’Egidio, ossia la preparazione del terreno con interventi umanitari, la capacità di ascolto dei protagonisti tutti, dando fiducia anche a chi solitamente non la riceve, l’approntamento d’incontri preliminari diretti, in cui viene curato con attenzione e premura il contatto umano tra le parti in conflitto. D’altro canto la sinergia e la complementarietà della Comunità di Sant’Egidio con la Chiesa Cattolica nei teatri del mondo, appare innegabile al punto tale da essere considerata dall’Amministrazione USA come utilizzata dalla Santa Sede come un’avanguardia esploratrice sui temi più svariati, garantendo la possibilità alla diplomazia vaticana di sfilarsi qualora le negoziazioni non andassero a buon fine e, viceversa, assumere il controllo degli sviluppi delle stesse in caso positivo. A quanto sinora descritto sull’attività diplomatica di Sant’Egidio, occorre aggiungere alcune considerazioni su quello che è possibile ritenere il “valore aggiunto”e forse più controverso presente nelle sue mediazioni di pace, ossia il segreto. Il fattore segretezza è un tratto che permea le relazioni della Comunità romana, accumunandola in questo campo alla tradizione della Santa Sede. Del resto le mediazioni di Sant’Egidio, per la loro riuscita hanno sempre necessitato di segretezza assoluta, in quanto la sua “diplomazia parallela” mira a ad offrire uno spazio in cui i vincoli posti alle parti in conflitto dalle loro posizioni pubbliche, possono venire meno, lasciando lo spazio al dialogo, al contatto umano, a quella chimica che rende possibile degli accordi altrimenti non proponibili. Il perché dell’introduzione di queste novità strategiche nella politica estera della Santa Sede ed in particolare nei rapporti, seppur nebulosi, con Pechino, dunque, risiede nella visione che Bergoglio ha dei rapporti geopolitici internazionali mondiali, in relazione a quelli che saranno i futuri assetti organizzativi dell’Istituzione di cui Egli è, oggi, a capo. Papa Francesco, infatti, è ben conscio dell’attuale crisi del cattolicesimo nell’Occidente euro – atlantico e, non si va tanto lontano dal vero, nell’ipotizzare, da parte del Pontefice venuto dalla periferie, un superamento di tale decadenza, guardando ad un avvicinamento con quel miliardo e mezzo di persone – più o meno il triplo dell’intera popolazione dell’Unione Europea – poste all’altro capo del globo.

Prospettive future

Nonostante tutti i punti oscuri dell’Accordo e le pressioni contrarie alla sua proroga da parte del governo statunitense e dei dissidenti dall’Associazione patriottica cattolica, quest’ultimo, il 22 ottobre 2020, è stato rinnovato dalla Santa Sede e reso pubblico con il seguente bollettino:

Alla scadenza della validità dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei Vescovi, stipulato a Pechino il 22 settembre 2018 ed entrato in vigore un mese dopo, le due Parti hanno concordato di prorogare la fase attuativa sperimentale dell’Accordo Provvisorio per altri due anni. La Santa Sede, ritenendo che l’avvio dell’applicazione del suddetto Accordo – di fondamentale valore ecclesiale e pastorale – è stato positivo, grazie alla buona comunicazione e collaborazione tra le Parti nella materia pattuita, è intenzionata a proseguire il dialogo aperto e costruttivo per favorire la vita della Chiesa cattolica e il bene del Popolo cinese.


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A tale proposito, il Segretario di Stato, Cardinale Parolin, ha sottolineato che l’Accordo si prolungherà semplicemente per altri due anni, ad experimentum e che riguardo ai suoi contenuti, essi non prevedono nessun tipo di relazioni diplomatiche e resteranno segreti (Vatican news 22.10.2020). In conclusione, è possibile desumere che la realpolitik vaticana, nelle vicende di quello che un tempo fu il Celeste Impero, avrà ancora bisogno di forme di democrazia parallela, concetto tanto caro e sempreverde al di la delle Mura Leonine, come testimoniato dalla recente vicenda del Cardinale Becciu e della consulente geopolitica Cecilia Marogna, in ordine ad un’ipotetica realizzazione di una struttura diplomatica parallela finalizzata a proteggere da attacchi terroristici le Nunziature, ben descritta dalle parole di Domenico Giani (La Verità 20.10.2020), già Comandante del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano: non ero per niente d’accordo ad un’ipotesi come quella, perché non la trovavo realizzabile, intanto perché il Vaticano non ha i servizi segreti, ma i servizi di sicurezza che sono un’altra cosa, ci sono precise strutture deputate a proteggere i Cristiani nel mondo, la Gendarmeria, le congregazioni che si occupano di dialogo interreligioso ed ecumenico o di sanità, ma anche realtà che seguono questo tipo di questioni da decenni, come la Comunità di Sant’Egidio, per fare un esempio”.

Quod erat demostrandum, come volevasi dimostrare…