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TematicheCina e Indo-PacificoVae Victis: le guerre commerciali nell’Indo-Pacifico

Vae Victis: le guerre commerciali nell’Indo-Pacifico

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Il 2022 scandisce il biennio di due eventi legati ai rapporti commerciali con la Cina: la guerra fantasma con l’Australia e l’accordo “Fase Uno” con gli Stati Uniti. Se per la prima, il segretario Blinken afferma ai media australiani che l’embargo cinese al carbone di Canberra si è ritorto contro Pechino, per il secondo, le importazioni di beni statunitensi da parte della Cina non hanno raggiunto le cifre accordate. Si può parlare di vincitori e vinti?

Le dichiarazioni del capo diplomatico statunitense

Il 10 febbraio 2022, il segretario di Stato Anthony Blinken ha rilasciato un’intervista ai media australiani The Sydney Morning Herald e The Age. Argomento della conversazione: i rapporti con la Cina. Stando alle sue dichiarazioni, infatti, la guerra commerciale fantasma che Pechino ha condotto nei confronti di Canberra non l’ha favorita, al contrario, ha portato effetti dannosi all’economia del Dragone. Inoltre, ha dichiarato che l’abbandono del mercato australiano da parte di aziende cinesi ha permesso a molte compagnie americane di prenderne il posto.

Ha rimarcato, in particolare, come la diminuzione di importazioni cinesi di carbone australiano non abbia portato ad un deficit commerciale per l’Australia e come gli ultimi 12 mesi abbiano segnato un incremento notevole delle esportazioni di questa materia prima dall’isola australiana. Questi dati, in realtà, dovrebbero essere presi con la dovuta cautela. Se da una parte sono certamente rappresentativi dello stato dei rapporti tra i due Paesi, dall’altra non permettono di delineare un quadro generale della situazione.

La transizione ecologica a caratteri cinesi

Il Dragone, già col “Made in China 2025”, annunciato nel 2015, ma in elaborazione dal 2013, aveva inserito il miglioramento della infrastruttura energetica all’interno della sua programmazione industriale non solamente quinquennale, bensì relativa ad un orizzonte temporale ben più lontano. Il Celeste Impero, di fatto, sta sperimentando la produzione di energia da centrali nucleari alimentate al torio, elemento che ha due implicazioni importanti dal punto di vista della competizione sino-americana.

Il primo è indubbiamente relativo al fatto che molto verosimilmente il danno auto arrecatosi da Pechino, come sosterrebbe il segretario Blinken, potrebbe essere sovrastimato, se l’obiettivo dell’embargo fosse effettivamente quello della coercizione economica nei confronti di Canberra. L’altro, più sottile, è che la Cina si appresta a diventare un innovatore nel settore della produzione energetica, seppur con le contraddizioni che caratterizzano questo Paese.

Se, tuttavia, da una parte è pur sempre vero che la Cina rappresenta il primo Stato per emissioni di CO2, dall’altra è necessario esercitare le dovute precauzioni nell’interpretare questo dato. La localizzazione geografica delle emissioni non è necessariamente legata alla responsabilità geografica di tali emissioni, a maggior ragione in uno Stato come la Cina che può sembrare, all’osservatore esterno, come un monolito unico, quando in realtà esistono diverse “Cine” dal punto di vista economico.Quindi, la Repubblica Popolare potrebbe aver usato lo strumento della coercizione economica per quel che concerne il carbone nel momento più propizio per lei, ossia quando si appresta ad effettuare la transizione energetica.

Per di più, in un mondo in cui le catene globali del valore, seppur con qualche anello in meno a causa della pandemia, ancora esistono, non è detto che la fornitura di “energia inquinante” che venga utilizzata per la produzione di beni il cui consumo finale è attuato nel Paese in cui sono localizzate le emissioni. Quindi, aziende che producono in Cina potrebbero non essere quelle di Stato, andando così a mitigare l’impatto sul governo cinese che il ban del carbone avrebbe dovuto avere sull’economia del Paese di Mezzo che Blinken afferma essere emerso dopo due anni di guerra commerciale fantasma.

Alla luce di ciò, appare evidente come sia difficile stabilire chi siano i vincitori e chi i vinti nella guerra commerciale sino-australiana.

Un’amicizia salda

L’accordo Fase Uno firmato tra il presidente Xi Jinping e l’ex capo di stato americano, Donald Trump, prevedeva l’impegno cinese di acquistare 200 milioni di dollari di beni statunitensi in più rispetto al 2017 entro il 31 dicembre 2021. A quella data, Pechino ha raggiunto solamente il 57% della quota promessa, stima Chad Brown in un report del Peterson Institute for International Economics, quota che non basterebbe nemmeno a pareggiare con le importazioni registrate nel 2017.

Per quanto non si possa imputare questa mancanza alla sola volontà politica della leadership cinese, dal momento che l’economia mondiale è stata sconvolta dalla pandemia, appare evidente che il deficit commerciale sofferto dagli Stati Uniti nei confronti della Cina, per quel che riguarda i prodotti inclusi nell’accordo, rimane notevole. Anche il promesso accesso facilitato ai settori finanziario e della biotecnologia agricola sembrerebbe non essersi concretizzato; al contrario, sia la Cina che gli Stati Uniti stanno mettendo in atto delle regolamentazione per impedire l’accesso di compagnie ai corrispettivi mercati finanziari.

Una minor integrazione e movimentazione finanziaria, in realtà, non è necessariamente detto che rappresenti un male per una delle due parti, o entrambe. D’altronde, lo stesso Keynes ammoniva, illo tempore, dei pericoli che possono intercorrere in un contesto dove la libera circolazione di capitali finanziari fosse garantita senza limitazione alcuna.

Dal punto di vista di indipendenza strategica, Farrell & Newman ben analizzano come l’interdipendenza tra Stati possa condurre a nuovi livelli di coercizione statale. Un minor accesso ai relativi mercati finanziari, infatti, potrebbe concretizzarsi in una minor dipendenza reciproca; certo, ciò è anche indice di una frattura nel rapporto di fiducia esistente tra i due Paesi. Basti pensare che nel dicembre 2021, Cina e Russia, sulla scia di un processo decennale, hanno manifestato l’intenzione di uscire dallo SWIFT, intenzione che difficilmente si concretizzerà in maniera efficace nel breve periodo.

Lo sguardo rivolto all’orizzonte

Nel lungo periodo, tuttavia, sia la competizione tecnologica, che la creazione di un sistema di intercomunicazione bancaria al di fuori della sfera di influenza di Washington, rappresentano delle sfide il cui esito è molto difficile da prevedere. Parlare di vincitori e vinti in questo contesto, in ultima analisi, potrebbe trattarsi di una speculazione senza fondamenta solide.

Di certo c’è solo il fatto che la competizione economica sino-americana assume contorni sfocati e che, come scrive Marco Suatoni per Geopolitica.info: “La macchina politica cinese però ha dimostrato negli ultimi anni di non fermarsi davanti a nulla, fortemente convinta dei propri mezzi e delle proprie capacità di resilienza”.

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