USA vs Maduro: alla base della “dottrina Monroe”

Juan Guaidó ha lanciato la sfida a Maduro con il sostegno diretto degli Stati Uniti. L’attuale situazione di apparente stallo non muta la postura americana, che torna ad applicare attivamente i criteri della “dottrina Monroe”.

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La situazione interna

Lo scorso 23 gennaio il nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale, l’ingegnere Juan Guaidó, ha giurato a Caracas, davanti ad una folla di suoi sostenitori, quale nuovo presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Questa mossa ha ulteriormente precipitato il paese in una spirale di contrapposizione tra le varie forze in campo che si era già manifestata a partire dal 2014, dalle manifestazioni cosiddette delle “guarimbas”. La crisi sociale, economica e politica e la deriva autocratica del presidente Nicolás Maduro (rifiuto di convocazione del referendum revocatorio, scioglimento del parlamento, convocazione dell’Assemblea Costituente, stretta su alcuni oppositori) ha spinto una parte dell’opposizione, la MUD (Mesa de la unidad democrática), a giocare la carta costituzionale, che prevede la possibilità di un presidente ad interim in mancanza dello stesso (e questo perché la MUD considera Maduro illegittimo, non riconoscendo le elezioni presidenziali tenutesi nel maggio del 2018).

Subito dopo la sua proclamazione Guaidó ha ricevuto il riconoscimento ufficiale da parte di diversi governi latino americani e di Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone e di diverse cancellerie europee. Maduro è invece riconosciuto come presidente del paese dall’ONU e dalla maggioranza dei suoi stati membri (ma l’appoggio che conta è soprattutto quello di Cina e Russia): in merito il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres,ha sottolineato come l’ONU continui a cooperare con l’attuale governo.

Data la situazione attuale, come accaduto spesso nella storia dell’America Latina, l’ago della bilancia è costituito dalle forze armate, che fino ad ora sono rimaste in larga parte fedeli al governo chavista: va ricordato in merito che Chávez prima e Maduro poi hanno implementato e rafforzato il ruolo dell’esercito, non solo integrando diversi ufficiali nel governo (in particolare durante gli ultimi anni di Maduro) ma anche dando maggiori compiti a corpi quali GNB (la Guardianazionale bolivariana) e FANB (Forza armata nazionale bolivariana).

Questa contrapposizione interna rimane ad oggi priva di reali sbocchi e probabilmente legata alle decisioni dell’esercito: e mentre gli attori venezuelani si confrontano/scontrano, la partita per Caracas sembra giocarsi anche e soprattutto al di fuori del paese.


Perché gli Usa puntano al “regime change”

Per quale motivo Washington è passata all’offensiva finale nei confronti di un governo sempre più debole? Perché la prima potenza mondiale punta il dito contro il malcapitato Venezuela? Diverse sono le ragioni che spingono gli Usa ad occuparsi in modo così plateale della questione venezuelana. Proviamo a capirele motivazioni che informano la politica estera statunitense verso Caracas.

Un fattore, di certo il meno importante, è dato da questioni prettamente interne ed elettorali: il presidente Donald Trump punta alla rielezione nel 2020 e in vista di quell’appuntamento il tycoon vuole riconfermare la vittoria in uno swing state fondamentale come la Florida, dove è presente una folta comunità cubana e ispanica: da qui la retorica contro il binomio Cuba/Maduro e l’attivismo del senatore Marco Rubio (di origine cubana); a ciò si aggiungono gli strali contro il socialismo e contro quei sentimenti “socialisti” che affiorano tra le nuove leve dei democratici e che metterebbero a rischio la democrazia e l’economia americana.

È però qualcos’altro che spinge Washington a cercare di dare la spallata al chavismo, qualcosa che affonda le sue radici nella strategia geopolitica degli Stati Uniti, a quella “dottrina Monroe”spesso citata come mantra da Chávez e Maduro quale esemplificazione del razzismo e dell’imperialismo americani: essa venne formulata in seguito alla guerra con la Gran Bretagna del 1812-1815 al termine della quale, grazie anche al controllo del bacino del Mississippi e all’acquisto della Louisiana dalla Francia di Napoleone nel 1803, le ex colonie iniziavano a guardare al mare, non solo verso est ma anche verso sud. In questo scenario, sebbe negli Usa non fossero ancora in grado di sfidare le potenze coloniali europee, si affacciò tra diversi “padri” americani l’idea di affermare, almeno teoricamente, la supremazia di Washington sull’emisfero occidentale, rifiutando da un lato le ingerenze degli stati europei e dall’altro tenendosi lontani dalle dispute tra le capitali del Vecchio Continente. È a partire da questa scelta che spesso il continente americano nel suo complesso viene definito quale “giardino di casa degli Stati Uniti”: e forse non è un caso che proprio il Venezuela abbia costituito all’inizio del Novecento l’esempio della ferrea volontà statunitense di impedire l’affacciarsi di attori esterni nel continente americano (leggasi “corollario Roosevelt”). La“dottrina Monroe” è stata ed è elemento cardine di come gli Stati Uniti guardano il mondo e in particolare il loro“vicinato”: il padre del containment (Nicholas Spykman) affermò che a garantire “un’indisputabile supremazia navale e aerea” statunitense è innanzitutto il controllo del “Mediterraneo americano”, con Mar dei Caraibi e Golfo del Messico intesi come “mare interno”.

Questa impostazione geopolitica spinge quindi gli Usa a tentare di impedire l’affermarsi di minacce nel continente americano, tanto più in un paese come il Venezuela, importante per vari motivi: oltre a possedere le maggiori riserve di petrolio ad oggi conosciute e oltre ad essere territorio ricco di innumerevoli altre materie prime, i governi chavisti hanno nel corso del tempo intessuto rapporti con forze avverse agli Usa, dall’Iran alla Russia passando per Cina, Cuba e per la Libia del colonello Gheddafi. In particolare Cina e Russia sono ormai “protettori” di Maduro (con Pechino meno incline di Mosca a difendere Maduro ad ogni costo): per Washington gli investimenti di aziende russe e cinesi, per di più legate indirettamente ai loro governi, è elemento non più trascurabile, tanto più che la Cina sta incrementando complessivamente i legami commerciali con i paesi della regione, fino a ventilare la possibile apertura di una base militare in El Salvador o addirittura la costruzione di un canale in Nicaragua in grado di fare concorrenza a quello di Panama (progetto che in realtà sembra già tramontato).

Il Venezuela è quindi paese che ha per Washington una grande valenza geografica e strategica per il suo essere ricco di materie prime, nonché “ponte” tra il sud America e i Caraibi. Inoltre l’area è ulteriormente attenzionata dagli Usa proprio per la presenza del fondamentale “collo di bottiglia” del canale panamense, nonché per il poroso confine con la Colombia, paese da sempre allineato a Washington e che due anni fa ha aderito alla Nato quale “partner globale”: Bogotà ospita già diverse basi statunitensi e garantisce agli Usa “l’affaccio” sul “mare interno” e sul Pacifico, unico stato dell’America meridionale a possedere tale privilegio.

ALBA al tramonto

Nell’ormai lontano dicembre 2004, Hugo Chávez siglò con Cuba un accordo basato sullo scambio tra il petrolio venezuelano e i medici cubani, spesso inviati da L’Avana in vari paesi, in particolare per programmi di vaccinazione. Quell’accordo costituiva la fase embrionale dell’ALBA (Alleanza bolivariana per le Americhe) che vedrà poi anche l’adesione della Bolivia di Evo Morales, dell’Ecuador di Rafael Correa e del Nicaragua sandinista, oltre ad altre piccole realtà statuali dei Caraibi. Nata anche in contrapposizione all’ALCA (Area di libero commercio delleAmeriche, poi rimasta solo sulla carta), quell’accordo fortemente voluto da Chávez e Castro segnava negli anni la conformazione di un “fronte” di paesi che si definivano “antimperialisti” e che puntavano alla creazione di una maggiore integrazione regionale ma anche e soprattutto all’opposizione congiunta alla soverchiante superiorità statunitense nel continente.

Ad affiancarsi a tale organismo vi erano inoltre altri paesi governati da presidenti di sinistra più o meno radicale, dall’Argentina kirchnerista al Brasile del PT, dall’Uruguay del Frente Amplio all’Honduras di Zelaya, dall’FMLN in El Salvador alla parentesi dell’ex vescovo Lugo in Paraguay, oltre al governo di Michelle Bachelet in Cile (con appoggio anche del Partito Comunista nelle elezioni del 2013) e alle forze“bolivariane”al governo in Bolivia ed Ecuador. La maggior parte dei paesi latino americani era governato da forze progressiste che spesso coadiuvavano il Venezuela chavista (in particolare Bolivia, Cuba, Ecuadore il Brasile di Lula). Oggi l’isolamento regionale che circonda Maduro, reso plastico dal riconoscimento di Guaidó da parte di quasi tutti gli statil atino americani, riflette un cambiamento politico, quasi un vero e proprio ribaltamento rispetto alle forze di governo di alcuni anni fa: Cile, Colombia, Argentina, Brasile, Perù sono attualmente governate da forze di centrodestra/destra mentre Lenin Moreno in Ecuador ha archiviato il“correismo” e optato per un percorso centrista, schierandosi apertamente contro Maduro.

L’Uruguay frenteamplista e il Messico del nuovo presidente Manuel Obrador, insieme alla Comunità dei Caraibi (Caricom) si sono invece proposti per mediare attraverso il “meccanismo di Montevideo” nel tentativo di risolvere la crisi venezuelana e impedire l’esacerbarsi della situazione politica e sociale.

Chi continua a mostrare vicinanza e sostegno al chavismo è Evo Morales, presidente della Bolivia, membro dell’ ”alleanza bolivariana” e atteso dalle elezioni di ottobre: situazione diversa nel Nicaragua sandinista, anch’esso alle prese con proteste e tumulti interni e oggetto di sanzioni statunitensi, che si è mostrato abbastanza tiepido nel prendere le difese di Maduro per il timore di una ulteriore stretta ai suoi danni da parte di Washington.

L’attuale caos venezuelano affonda le sue radici nel passato lontano e recente. L’affacciarsi della figura di Guaidó e il suo tentativo di porre finea quella che definisce “usurpazione”, ha spinto le varie forze regionali e globali a prendere posizione, immortalando una spaccatura che vede Stati Uniti e alleati occidentali da una parte e Russia, Cina, Iran e Turchia dall’altra (con il nostro paese per ora attestato tra la condanna della deriva autoritaria di Maduro e la richiesta di nuove elezioni e un vago sentimento di non ingerenza).

Lo scenario risulta decisamente instabile e pronto ad esplodere ma l’ipotesi ventilata circa il possibile intervento armato per rovesciare Maduro appare quantomeno improbabile, anche se le autorità americane, tra cui il Consigliere per la sicurezza nazionale Bolton, il Segretario di Stato Pompeo, il vicepresidente Pence e lo stesso Donald Trump, hanno più volte ribadito che “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Questa eventualità ha spinto Mosca ad inviare nel paese diversi specialisti militari e il dispiegamento di alcuni sistemi S-300 di difesa antiaerea.

Difficilmente Washington punterà all’intervento armato, non solo perché non ha nessuna intenzione di aprire un conflitto nel suo “cortile di casa” ma anche perché i vicini alleati della Casa Bianca hanno fatto intendere di non volere una destabilizzazione lungo i propri confini: in particolare, Colombia e Brasile, già alle prese con l’accoglienza di migranti venezuelani, non sembrano disposti a sobbarcarsi i rischi e i costi di un eventuale confronto armato in Venezuela. Tanto più che Bogotà è alle prese con il tentativo di pace con la locale guerriglia delle FARC dopo l’accordo siglato con l’ex presidente Juan Manuel Santos.

L’attivismo di Washington nei confronti del Venezuela di Maduro ribadisce ciò che informa la politica continentale statunitense da quasi due secoli e cioè la proiezione di potenza e la volontà egemonica nel complesso del continente americano: nel nord, l’integrazione economica e produttiva con Canada e Messico, stati “ancillari”, e nel centro-sud (e nei Caraibi) l’inflessibilità nell’accettare l’esistenza di qualsiasi attore in grado di costituire una minaccia alla “sicurezza nazionale”. La “dottrina Monroe” resta quindi formulazione geopolitica cardine che ancora oggi spinge la superpotenza a rivolgere il suo sguardo verso il Venezuela sempre più dipendente da rivali strategici come Cina e Russia.

È quindi probabile che gli Stati Uniti decidano per un’ulteriore stretta sanzionatoria nei confronti di uomini chiave di Caracas e spingano ulteriormente per rompere il fronte delle forze armate che fino ad ora hanno garantito un sostegno pressoché totale a Maduro. Anche perché, come recentemente sottolineato anche dal New York Times, gli Usa sono sempre più insofferenti verso l’incapacità di Guaidó di giungere a risultati effettivi, costretto come sembra ad un tentativo di dialogo con il governo di Maduro.