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Gli USA colpiscono l’industria dei supercomputer cinesi: nuove restrizioni alle esportazioni di chip verso la Cina

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Lo scorso 10 ottobre il Bureau of Industry and Security degli Stati Uniti ha annunciato un’estensione dei controlli alle esportazioni relative a microchip ad alta tecnologia nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. La decisione preannuncia un terremoto nel mercato dei semiconduttori che già si trova da qualche tempo sotto stretta osservazione internazionale. Non solo, la decisione sottintende importanti considerazioni di politica estera sia per le due Superpotenze che per altri Paesi potenzialmente coinvolti. 

Le nuove regole imposte dal Dipartimento del Commercio USA, attraverso il Bureau of Industry and Security prevedono l’estensione dei controlli alle esportazioni di microchip ad alta tecnologia verso la Repubblica Popolare Cinese, e l’inserimento di 28 aziende cinesi nella c.d. “Unverified List”, ossia una sorta di “lista nera” di società estere, il cui comportamento circa l’utilizzo dei materiali in questione si presume non sia conforme a quanto prescritto dalla normativa Statunitense in materia. In particolare, d’ora in avanti i non-planar transistor, i chip di memoria DRAM e i chip di memoria flash NAND saranno inclusi nella Commerce Control List. Oltre a tali materiali, saranno inclusi anche gli equipaggiamenti e le apparecchiature per il test degli stessi nella CCL.

Secondo la normativa Statunitense, tale lista definisce lo scopo di applicazione delle Export Administration Regulations – EAR in materia di controlli alle esportazioni dei c.d. materiali “Dual Use”, ossia quei materiali che possono avere sia applicazione in campo civile che militare, la cui esportazione può avere implicazioni in materia di politica estera e sicurezza degli Stati Uniti. In pratica, l’operatore che vorrà esportare tali materiali dovrà chiedere una licenza allo stesso Dipartimento: tale disposizione, unita all’estensione della “lista nera”, rende di fatto impossibile o estremamente complessa l’esportazione di tali tecnologie in Cina. 

Tali decisioni sono state adottate in considerazione del fatto che tali tecnologie vengono impiegate per lo sviluppo di supercomputer ed intelligenza artificiale, impiegati dalla Repubblica Popolare sia a scopo militare che di sorveglianza. Inoltre, il Bureau ha espressamente menzionato l’intenzione di mantenere la supremazia tecnologica statunitense in questo settore considerato “strategico”, e di privare il suo principale competitor della capacità di colmare il presente gap tecnologico nel giro di pochi anni. 

Oltre all’immediato danno economico per le aziende del settore, e la conseguente ristrutturazione delle catene di approvvigionamento e produzione di tali materiali, la decisione ha anche importanti implicazioni politiche. Innanzitutto, l’ovvia risposta cinese: lamentando un ingiusto danno nei confronti della propria industria tecnologica, è ragionevole ritenere che la Cina non esiterà a prendere misure di ritorsione, che porteranno ulteriori sconvolgimenti nel mercato di riferimento. Non solo, e forse più di rilievo, è l’estensione del danno ad aziende di Paesi amici o alleati degli Stati Uniti. 

Infatti, una caratteristica della normativa statunitense in materia di controlli è la sua spiccata extraterritorialità: anche operatori non statunitensi infatti dovranno sottostare a tali regole se il materiale in loro possesso contiene tecnologia statunitense o è progettato sulla base di essa. Pertanto, anche aziende europee, giapponesi o coreane (si pensi alla Samsung) dovranno sottostare a tali regole pena il rischio di incorrere in pesanti sanzioni, che andrebbero ad impattare il loro business negli Stati Uniti. Non solo, l’augurio dell’Amministrazione Biden è che i Paesi alleati implementino simili misure, in modo da rendere pienamente efficace l’obiettivo strategico sottostante tali decisioni. 

Il disallineamento commerciale tra le due superpotenze procede e assume contorni sempre più aspri, producendo effetti che esulano dalla mera politica economica. È rilevante il fatto che dal 1990 ad oggi, restrizioni alle esportazioni di tale rilievo da parte degli USA alla Cina non siano mai state messe in atto. Va sottolineato come ai tempi gli USA avessero imposto un embargo all’esportazione di armamenti alla Cina a seguito dei fatti di Piazza Tian ‘An Men, ponendo in sostanza come unico limite ai commerci tra i due paesi quello di armi e materiali per lo sviluppo di Hard Power. 

Per la prima volta in oltre 30 anni assistiamo ora ad un’evoluzione di tale paradigma: i supercomputer e l’intelligenza artificiale sono considerati essi stessi strumenti di hard power con conseguenze strategiche paragonabili agli armamenti tradizionali, tali da giustificare l’introduzione di nuove restrizioni. 

In conclusione, resta da capire se e come i paesi alleati degli USA reagiranno a tale decisione, con comportamenti che possono variare dal totale allineamento al potenziale rischio di free riding (come avvenuto, del resto, con gli armamenti), ma è indubbio come tale decisione proietti l’intera industria dei supercomputer in una nuova, delicata e pericolosa fase.

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