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USA: perché il ribaltone repubblicano ha fatto cadere lo speaker McCarthy

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Il repubblicano fatto fuori dopo l’accordo sullo shutdown dagli esponenti trumpiani del GOP con l’appoggio dei Democratici. Ora la corsa alla successione che vede in prima fila candidati più vicini all’ex presidente Usa.

Nove mesi. Tanto è durato il mandato di Kevin McCarthy da speaker della Camera dei rappresentanti statunitense. L’esponente repubblicano è stato vittima del fuoco amico: gli otto voti dei suoi compagni di partito – uniti a quelli dei Democratici – hanno portato all’approvazione della mozione di sfiducia, presentata proprio da un esponente repubblicano.

Matt Gaetz è il protagonista di questo ribaltone anti-McCarthy. Esponente della destra trumpiana più estrema, il 41enne eletto in Florida ha presentato la mozione ed è stato capace di coinvolgere altri sette esponenti repubblicani che hanno messo fine all’esperienza dello speaker californiano. Gli altri protagonisti dello sgambetto sono Andy Biggs (Arizona), Ken Buck (Colorado), Tim Burchett (Tennessee), Eli Crane (Arizona), Bob Good (Virginia), Nancy Mace (South Carolina) e Matt Rosendale (Montana). Il nucleo più fedele all’ex presidente sconfitto da Joe Biden tre anni fa. 

All’origine dello strappo conservatore l’accordo dei giorni scorsi per evitare lo shutdown e l’accusa di aver dato sponda proprio al presidente Biden, non rispettando invece gli interessi della conferenza repubblicana. Sullo sfondo – ma neanche troppo – la questione ucraina: è atteso nei prossimi giorni un provvedimento che permetterebbe di proseguire nell’invio di armamenti a Kiev. Questo sembra essere il vero bersaglio della destra trumpiana che gioca nel frattempo una partita per la candidatura alle Presidenziali del 2024.

In realtà però l’ex presidente americano – almeno per quanto espresso pubblicamente – pare non aver gradito lo strappo. “Perché i repubblicani combattono sempre tra loro, perché non combattono i democratici della sinistra radicale che stanno distruggendo il nostro Paese?”, ha scritto Donald Trump su Truth, commentando la cacciata dello speaker uscente.

Kevin McCarthy aveva da poco preso parte al G7 Parlamenti in Giappone, dove aveva avuto un lungo bilaterale con il presidente della Camera dei deputati Lorenzo Fontana. Non era il primo incontro fra i due, perché lo speaker americano aveva già avuto modo di visitare il nostro Paese nello scorso maggio. In quell’occasione gli incontri in agenda anche con la premier Giorgia Meloni, con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e in Vaticano con papa Francesco. Il leader repubblicano rappresenta, anzi ormai rappresentava, il volto istituzionale della destra statunitense. Ed il suo lavoro di diplomazia parlamentare è stato in questi mesi costante, anche se certamente secondario rispetto all’attivismo sul fronte della politica interna. Proprio quello che – nei fatti – ha pagato.

L’approdo di McCarthy alla guida della Camera era già stato complesso. C’erano volute quindici votazioni prima del via libera con un GOP in subbuglio, incapace a lungo di trovare una mediazione. Una mediazione arrivata ma durata poco meno di nove mesi. 

In questo momento a Capitol Hill c’è uno speaker ad interim, un altro repubblicano. Si tratta di Patrick McHenry, che secondo alcuni potrebbe essere fra i candidati al post-McCarthy. In realtà è una delle personalità più vicine all’ex guida repubblicana della House. Difficile dunque che su di lui convergano i voti dei fedelissimi di Donald Trump. Una suggestione poi sul campo è proprio quella che porta al tycoon, che in queste settimane deve fare i conti con i problemi giudiziari oltre che con quelli politici. Non è infatti obbligatorio essere un eletto alla Camera per essere votato come speaker, così è partito il tamtam di alcuni eletti repubblicani che vorrebbero proprio Trump come successore di McCarthy. 

Una suggestione, da cui lo stesso Trump si è già smarcato anche perché è davvero complesso pensare che tutti i parlamentari conservatori possano appoggiare una sua eventuale candidatura. Servirà piuttosto un nome di mediazione, appoggiato anche dai fedelissimi dell’ex presidente. Il capogruppo del GOP alla Camera Steve Scalise pare godere di questo consenso. “Ho dimostrato di poter unire diversi punti di vista e creare consenso dove gli altri pensavano fosse impossibile”, ha detto in queste ore. Il 57enne della Louisiana ha però delle ombre legate al rapporto con un ex membro del Ku Klux Klan ed ha annunciato nelle scorse settimane di avere un serio problema di salute. Un’alternativa porta invece il nome di quello che è il primo candidato a essersi esposto. Si tratta di Jim Jordan, proveniente dall’Ohio e anch’esso molto vicino a Trump.

Sta di fatto che la votazione per eleggere il nuovo speaker inizierà fra poco meno di una settimana, l’11 ottobre. Fino a quel momento la Camera dei rappresentanti lavorerà di fatto a mezzo servizio. Una settimana di sostanziale sospensione attende il Congresso statunitense. In attesa di comprendere cosa succederà nel Partito repubblicano e che ruolo vorrà invece giocare la minoranza democratica. Finora intransigente, tanto da contribuire con il proprio voto alla sfiducia di quella che era una figura di mediazione. 

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