La controversa apertura del presidente americano alla Russia, la rottura del cessate il fuoco a Gaza e soprattutto il grande scontro globale sui dazi hanno inizialmente posto in secondo piano la questione dell’Iran e del suo programma nucleare. Il problema tuttavia rientra nella più ampia situazione caotica che caratterizza il Medio Oriente e per questo motivo necessita di essere affrontata.
La seconda amministrazione Trump si avvia verso la conclusione del terzo mese dal suo insediamento e, per fare un piccolo e provvisorio bilancio, non sembra aver ottenuto grandi risultati da allora. La guerra in Ucraina continua a imperversare senza che i recenti sforzi diplomatici americani abbiano in qualche modo attenuato i bombardamenti e gli scontri sul campo di battaglia. I mercati mondiali sperimentano una paurosa volatilità dovuta ai continui e contrastanti annunci americani riguardanti i dazi e la guerra a Gaza prosegue. Sostanzialmente sembra che questi primi tre mesi per la presidenza americana non siano stati clementi, soprattutto per quanti si aspettavano una rapida conclusione dei due conflitti citati sopra.
Trump, Netanyahu e l’Iran
Proprio la situazione nella Striscia è stata uno dei temi discussi di recente nell’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Tuttavia l’aspetto più interessante del colloquio ha riguardato quello che attualmente è, escludendo Hamas, il più grande nemico dello Stato ebraico: l’Iran. In questo frangente i due presidenti non si sono trovati totalmente d’accordo su come convincere la teocrazia sciita a rinunciare al suo programma nucleare. Netanyahu ha spinto, come del resto negli ultimi mesi, per una maggiore pressione nei confronti di Teheran, minacciando addirittura una decisiva azione militare contro i siti di arricchimento dell’uranio. Stranamente invece Trump si è mostrato maggiormente aperto al dialogo, frenando i piani d’attacco israeliani verso i siti nucleari confermando addirittura l’inizio di alcuni colloqui diplomatici con l’Iran riguardanti appunto il nucleare, ma comunque senza rinunciare a priori a un’eventuale attacco militare.
Il presidente americano infatti da anni ritiene una seria minaccia il programma nucleare iraniano. Ha accusato in passato i vari tentativi occidentali di renderne lo scopo esclusivamente pacifico di essere inefficaci e di ritardare solo in parte lo sviluppo di un’arma nucleare da parte iraniana. È per questo che, a partire dalla campagna elettorale per le presidenziali del 2016, egli ha spinto per un’uscita americana dall’accordo firmato dal suo predecessore Barack Obama insieme ad alcuni Paesi europei, uscita poi concretizzatasi nel 2018.
Il rafforzamento americano in Medio Oriente
Come detto in precedenza, il presidente Trump spinge, almeno per il momento, per una soluzione diplomatica alla questione, ma allo stesso tempo prepara una sorta di piano B, nel caso in cui la diplomazia non dovesse avere successo.
Dal punto di vista militare, le ultime settimane hanno visto un notevole dispiegamento americano di forze aeree e navali. Secondo fonti vicine al Pentagono, la USS Carl Vinson, partita da Guam, si sta attualmente dirigendo verso la penisola arabica per unirsi alla già presente USS Harry S. Truman, la cui missione nella regione è stata prolungata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. Il Central Command americano (CENTCOM) dunque tornerà ad avere a disposizione due portaerei nucleari di classe Nimitz per la prima volta da settembre, quando erano presenti nell’area la Abraham Lincoln e la Theodore Roosevelt con i rispettivi Carrier Strike Group. Da sottolineare che la Carl Vinson, a differenza della Truman, mantiene a bordo anche dei caccia F-35C, oltre ai veterani F/A-18E/F Super Hornet e ad altri velivoli. Oltre ai già citati F-35C, basati principalmente su portaerei, gli Stati Uniti stanno attualmente spostando nell’area anche numerosi F-35A, a decollo e atterraggio convenzionale, A-10 Thunderbolt e alcuni sistemi di difesa aerea Patriot e THAAD provenienti dalla Corea del Sud.
In ultimo abbiamo l’arrivo nei giorni scorsi di almeno 6 bombardieri strategici stealth B-2 Spirits nella strategica base di Diego Garcia, situata nell’Oceano Indiano. Da notare il totale dei bombardieri ora presenti a Diego Garcia rappresenta poco più del 30% dell’intera flotta di B-2 a disposizione dell’USAF, dato che essa è composta da 19 velivoli. I B-2 in questione hanno partecipato di recente ai raid ordinati dall’amministrazione Trump contro gli Houti, ma è logico ritenere che svolgano anche un’importante funzione di deterrenza nei confronti dell’Iran.
Come gli Stati Uniti percepiscono la minaccia iraniana
In Occidente molti analisti continuano a interrogarsi sullo stato di avanzamento del programma nucleare iraniano e si concentrano principalmente su una domanda: se l’Iran decidesse di dotarsi di una o più armi nucleari, sarebbe in grado di raggiungere tale scopo? Ed eventualmente, in quanto tempo riuscirebbero a produrne una? Un’interessante riflessione è data dall’ultimo Annual Threat Assessment, ovvero un documento consegnato appunto annualmente al Congresso degli Stati Uniti da parte del Director of National Intelligence, che attualmente è l’ex deputata Tulsi Gabbard. Tale documento riassume tutte le principali minacce agli Stati Uniti e ai loro interessi nel mondo.
Nel più recente assessment, presentato nel marzo del 2025, l’Iran viene raffigurato come una delle principali minacce nei confronti degli interessi americani. Come si può leggere nel documento a partire da pagina 22, l’Iran continua ad ampliare le proprie capacità offensive tramite la produzione di missili da crociera e balistici, di sistemi UAV e anche la ricerca e lo sviluppo di armi chimiche. Si serve poi di varie organizzazioni terroristiche, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houti, per attuare i propri piani di destabilizzazione della regione e non solo, come si è visto nel caso degli attacchi degli Houti contro le navi mercantili nel Mar Rosso. Si sottolineano di seguito anche la crescente minaccia cybernetica e il pericolo che un’eventuale scontro militare tra Iran e Stati Uniti possa spingere i vertici iraniani a danneggiare il traffico mercantile navale passante per lo Stretto di Hormuz, innescando una potenziale nuova crisi energetica.
Quanto al programma nucleare iraniano, nel documento si può leggere “We [l’intelligence americana, ndr] continue to assess Iran is not building a nuclear weapon and that Khamenei has not reauthorized the nuclear weapons program he suspended in 2003, though pressure has probably built on him to do so”. In sostanza al momento l’Iran non sta tentando di dotarsi di un’arma nucleare, ma possiede comunque le capacità per costruire un ordigno di tal genere in un periodo di tempo relativamente breve, circa un anno. Le stime sono basate sui dati forniti dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, la quale afferma che l’Iran possiede a febbraio 2025 circa 275 kg di uranio arricchito al 60% di purezza, mentre per produrre un’arma nucleare il tasso di purezza dovrebbe attestarsi intorno al 90%. L’Iran però avrebbe la capacità di raggiungere eventualmente questa soglia in poco meno di due settimane, secondo quanto dichiarato pochi mesi fa dall’allora segretario di Stato americano Anthony Blinken.
I nuovi colloqui in Oman e le prospettive future dei due attoriCome già visto in precedenza, il presidente Trump durante l’incontro con il premier israeliano Netanyahu ha annunciato l’inizio di alcuni colloqui con l’Iran di natura indiretta. Il primo round si è svolto sabato 12 aprile in Oman ed entrambe le parti lo hanno definito “positivo” e “costruttivo”, accordandosi per incontrarsi nuovamente il 19 aprile a Roma. Anche questo incontro, tenutosi presso l’ambasciata dell’Oman in Italia con anche la presenza del ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha avuto esito positivo ed è dunque plausibile pensare che vi saranno nuovi incontri nelle prossime settimane. L’intenzione di Trump è dichiaratamente la firma di un nuovo accordo con l’Iran ed escludere definitivamente che esso possa dotarsi di armi nucleari. Allo stesso tempo l’Iran non sembra intenzionato a cercare lo scontro diretto con gli Stati Uniti, essendo conscio della propria inferiorità militare e delle difficoltà esterne ed interne al Paese. A ciò si aggiunge l’ambiguità degli americani, i quali da una parte si dimostrano propensi al dialogo e dall’altra si preparano giustamente a un’eventuale fallimento nelle trattative con un massiccio trasferimento di aerei e sistemi d’arma vari. Solo il tempo ci dirà se il consueto savoir-faire di Trump sarà decisivo e se la minaccia di un massiccio attacco americano (e probabilmente israeliano) seppellirà definitivamente le velleità nucleari militari iraniane.

