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USA e Cina si incontrano a Washington. Un nulla de facto in attesa del G-20

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Il 9 novembre il Segretario di Stato Mike Pompeo e il Segretario alla Difesa James Mattis hanno ospitato il Ministro della Difesa cinese Wei Fenghe e il membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e direttore della Commissione per gli Affari Esteri Yang Jiechi (nonché ex ambasciatore a Washington) per il secondo round dello U.S.-China Diplomatic & Security Dialogue.

L’iniziativa, lanciata nell’incontro di Mar-a-Lago dell’aprile 2017 sotto ben altri auspici, aveva prodotto un primo summit nel giugno 2017. L’acuirsi delle tensioni (Corea del Nord, guerra commerciale) aveva impedito un nuovo summit fino al 9 novembre scorso. Un’analisi della conferenza stampa finale ci permette di avere un quadro dei dossier più importanti nella relazione strategica tra Cina e Stati Uniti.

Al termine del secondo summit il discorso di Mike Pompeo ha sottolineato quali siano i dossier più importanti nella relazione tra Cina e Stati Uniti. In ordine:

  • Mar Cinese Meridionale (MCM)
  • Taiwan
  • Xinjiang

In merito al MCM, Pompeo chiede alla Cina di rispettare gli accordi ed interromperne la militarizzazione. Nell’area nelle ultime settimane, la tensione è andata crescendo dopo una serie di esercitazioni congiunte di Regno Unito e Giappone, il volo di B-52 degli USA, il passaggio di una nave da guerra della Corea del Sud ed una nuova Freedom of Navigation Operation (FONOP) degli Stati Uniti nella zona (durante la quale si sarebbe rischiata collisione tra una nave americana e una cinese). Rispetto al precedente incontro, i riferimenti alla situazione nel MCM si sono moltiplicati.

Riguardo Taiwan, rimasta fuori dalla conferenza stampa del primo round del Dialogue, gli USA non avrebbero «cambiato politica» ma sono preoccupati del tentativo cinese di restringere lo «spazio internazionale» di Taiwan. Infine, Pompeo si è detto preoccupato della repressione religiosa di centinaia di migliaia di cristiani, musulmani e buddhisti con particolare riferimento allo Xinjiang (pur senza menzionarlo).

È da notare come il tema dominante della conferenza stampa del primo round del Dialogue era stata la Corea del Nord e poco spazio era stato dato agli altri dossier. In poco più di un anno, le priorità sembrano essere cambiate radicalmente.

A seguire, l’intervento di Jiang è iniziato proprio da Taiwan, accusata di essere la principale minaccia alla stabilità nello stretto. In merito all’isola, ha chiesto a Washington di non uscire dal solco tracciato della “One China policy” e muoversi cautamente. Interessante come Jiang abbia, poi, giustificato la militarizzazione delle isole nel MCM: pur riconoscendo lo scopo militare di alcune installazioni (novità rilevante), esse servirebbero a difendersi dalle minacce di chi conduce FONOP nell’area. In merito alla questione dei diritti umani, Jiang non ammette alcuna interferenza sostenendo che la Cina rispetta e protegge i diritti umani dei suoi cittadini.

Il discorso di James Mattis ha aggiunto una serie di dettagli alla posizione statunitense. Il Segretario alla Difesa ha sottolineato come la National Security Strategy 2017 riconosca una dinamica di competizione tra Cina e USA ma non si arrende all’inevitabilità del conflitto tra le due potenze. In merito al MCM, Mattis ha menzionato anche la Guardia Costiera e la Milizia Marittima, due soggetti para-militari che negli ultimi anni hanno guadagnato crescente attenzione, dimostrando la rilevanza strategica che hanno assunto. Secondo l’analista militare Andrew Erickson, infatti, la Milizia costituirebbe una vera e propria terza forza marittima, nominalmente irregolare ma controllata dall’Esercito Popolare di Liberazione, con la missione di incalzare le navi straniere all’interno del Mar Cinese Meridionale.

Pur evidenziando la completa divergenza di vedute tra i due paesi in merito ai dossier elencati, entrambe le parti sembrano aver raggiunto un minimo di consenso sulla necessità di stabilire un sistema di prevenzione dell’escalation attraverso contatti militari-militari più frequenti e un rafforzamento delle Confidence Building Measures. Un simile meccanismo potrebbe fare la differenza se la tensione dovesse crescere ulteriormente.

L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a margine del G-20 in Argentina del 30 novembre-1° dicembre aggiungerà un tassello importante agli sforzi per ridurre gli attriti tra i due paesi.

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