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TematicheAmbiente, Infrastrutture ed EnergiaUranio, il nuovo driver del mercato energetico

Uranio, il nuovo driver del mercato energetico

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I prezzi delle materie prime hanno subito rialzi inauditi a seguito della pandemia del 2020, problema al quale si è aggiunta la crescita dell’inflazione prima, e un’inaspettata guerra in Europa poi, situazione che pone la maggior parte dei governi occidentali – in primis quelli europei – dinanzi una questione di approvvigionamento energetico che cambierà molti equilibri nel mondo. 

Nonostante quasi tutte le materie prime siano cresciute molto, con percentuali d’incremento anche maggiori, tra tutte ce n’è una che non accenna a fermarsi: l’uranio, elemento cardine per la produzione di energia nelle centrali nucleari, che fino ad oggi ha occupato una parte residuale nell’interscambio delle materie prime.

Il prezzo dell’uranio è letteralmente schizzato a partire dal 15 Agosto 2021, quando dai 30$ per IBS (l’unità di misura dei prezzi dell’uranio), si è arrivati ai 64,5$/IBS circa di metà aprile, con un rialzo di oltre il 100% in qualche mese. Le cause sono molteplici e andando ad analizzarle possiamo capire meglio cosa sta accadendo a livello internazionale.

L’UE vede “green” l’energia nucleare

Sembrerebbe che siamo vicini a un punto di svolta nell’UE, dove una legge che classifica come “green” l’energia nucleare potrebbe non essere più un’utopia. Le attenzioni della Commissione hanno riguardato principalmente la costruzione d’impianti nucleari di nuova generazione che permettano di generare elettricità utilizzando tecnologie all’avanguardia. Si è fatto riferimento, inoltre, all’estensione delle licenze per gli impianti attualmente in funzione, qualora le caratteristiche tecniche degli stessi ne consentano una gestione in totale sicurezza. Tra pandemia, guerra e inflazione, l’ultima cosa di cui aveva bisogno l’Occidente sono prezzi dell’energia così alti. 

Nel programma elettorale di Macron, non è passato inosservato il progetto di costruzione di ben sei nuovi reattori Epr2, che stanno alimentando il dibattito sia da parte di quanti si ritengono contrari, sia di chi invece sostiene che non se ne possa più fare a meno. In un’ottica di raggiungimento della maggior autosufficienza energetica possibile per la Francia sul lungo periodo, questa scelta contribuirà inevitabilmente ad incrementare la domanda futura di uranio per il paese. Con la riconferma di Macron all’Eliseo, vedremo se si concretizzeranno le promesse da lui fatte. Una scelta di tale calibro porterà probabilmente i paesi limitrofi a riconsiderare la propria posizione inerentemente al nucleare. Macron ha promesso che ci sarà una consultazione pubblica nel secondo semestre dell’anno, in cui i cittadini francesi saranno chiamati a decidere a riguardo, che sarà seguita da un successivo dibattito parlamentare così da permettere, in caso di vittoria del referendum, l’inizio dei lavori per la costruzione delle nuove centrali nel 2028, e la messa in funzione del primo reattore per il 2035, così da arrivare ad un totale di 25GW entro il 2050. Tempi lunghi, sì, ma ora più che mai è necessario muoversi per superare questa crisi. 

Prospettive globali di aumento dei reattori in funzione

Eppure, per far fronte a questo problema, sembrerebbe che anche altri paesi si stiano adoperando per ridurre le proprie dipendenze di approvvigionamenti energetici dall’estero. Nei prossimi anni, infatti, si stima che al reattore nucleare presente negli Emirati Arabi Uniti, se ne aggiungeranno altri tre, che dovrebbero entrare in funzione nell’arco dei prossimi due anni. Anche l’Arabia Saudita nel corso del recente Future Minerals Forum ha esplicitato le proprie intenzioni, attraverso le parole del ministro dell’Energia saudita, il Principe Abdulaziz bin Salman, che ha affermato: “Nel nostro Paese abbiamo un’enorme quantità di risorse di uranio che vorremmo sfruttare”.

Cause geopolitiche dell’aumento dei prezzi

I progetti di costruzione di così tanti nuovi reattori nel mondo hanno spinto notevolmente al rialzo i prezzi dell’uranio, la cui domanda andrà inevitabilmente crescendo. A ciò si aggiungono altri due fattori di rilievo da analizzare.

Il primo riguarda una difficoltà già presente a livello dell’offerta: come possiamo vedere dalla tabella sottostante, l’estrazione di uranio a livello globale è andata gradualmente diminuendo nel corso degli ultimi anni, fino a scendere alle 47,731U del 2020. La diminuzione dell’offerta, anche dovuta agli elevati costi di estrazione per le miniere, non più convenienti a causa del basso prezzo di vendita dell’uranio sul mercato negli ultimi anni, hanno portato a un deficit di offerta.

Tabella 1 – Produzione dalle miniere (tonnellate U)

Year 2016 2017 2018 2019 2020
Total Word 63,207 60,514 54,154 54,742 47,731

FONTE: elaborazione Riccardo Collini su dati World Nuclear Association 

Il secondo invece, riguarda le sanzioni alla Russia, che, colpendo anche la Rosatom Corp, hanno contribuito notevolmente alla crescita dei prezzi, poiché l’azienda con le sue numerose miniere e società controllate rappresenta circa il 35% dell’arricchimento globale dell’uranio, con accordi di fornitura di combustibile nucleare fondamentali a livello internazionale, in particolar modo per gli USA. Seppur ciò non comporterebbe problemi operativi immediati, in quanto le centrali nucleari hanno scorte per il funzionamento degli impianti per circa 24 mesi, probabilmente si verificherà egualmente una crescita dei prezzi dell’energia nucleare, a causa dell’aumento dei costi di funzionamento per i reattori. Non dimentichiamo, infine, che nonostante la Russia detenga soltanto l’8% delle risorse mondiali di uranio estraibili, è comunque il più grande fornitore unico di arricchimento, superando Germania, Francia e UK messi insieme.

Le mosse a livello internazionale

La situazione attuale sta portando anche a radicali cambiamenti nelle agende dei leader europei, che mai avrebbero pensato qualche mese fa di trovarsi dinanzi una situazione di tale carenza di risorse, in termini di materie prime e di energia. Mentre Draghi vola in Algeria, e cerca di arginare come può la mancanza di gas cui dobbiamo far fronte, i nostri vicini d’oltralpe pensano invece a una soluzione più radicale sul lungo periodo, che potrebbe risolvere una volta per tutte la crisi energetica in corso. La Francia potrebbe, infatti, sbloccare la situazione d’impasse sul nucleare.che non trova ancora pieno consenso in Europa (secondo cui questo tipo di produzione di energia è costoso, pericoloso, e richiede tempi lunghi per la realizzazione delle infrastrutture).

I nostri vicini in Europa stanno già ampiamente adoperandosi a riguardo, così come la Cina e molti paesi del Medio-Oriente, che sono favorevoli ad incentivare in questo modo quell’autosufficienza energetica che oggi più che mai è sinonimo di leadership geopolitica. Basti pensare a come sia cambiata la politica estera degli stessi USA una volta che nel 2019, per la prima volta dopo decenni, siano riusciti a raggiungere un livello di estrazione di barili di petrolio superiore alla domanda interna al paese. Nonostante ciò, l’apertura di Biden a Teheran di questi giorni – con buona pace dell’alleato israeliano – ci da l’idea di quanto sia difficoltoso anche per gli USA mantenere il livello di autosufficienza energetica necessario, e come ciò possa far cambiare velocemente gli equilibri internazionali, anche se ciò significa tornare a trattare con paesi come l’Iran.

In Italia, nonostante i rincari energetici comporteranno inevitabilmente una riduzione sulle stime di crescita del PIL almeno per un altro trimestre, e nonostante ciò ci renda ora più che mai dipendenti dalle risorse energetiche russe, si fa fatica ad aprire un dibattito costruttivo sulla possibilità di compensare il deficit energetico cui stiamo facendo fronte con il ritorno all’energia nucleare. Il referendum del 1987 è stato chiaro in merito, eppure trentacinque anni dopo possiamo fare affidamento su una nuova generazione di reattori nucleari molto più moderni, sicuri, ed economici.

Chi ha l’energia, si sa, non deve comprarla, e l’ultimo conflitto in Europa ci ha fatto capire quanto questo sia problematico per un paese come il nostro, così come per il resto dell’UE. 

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