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L’UE al banco di prova della tassonomia e del fronte Orientale

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Sull’energia si concentra buona parte delle proiezioni, speranze e soprattutto delle fobie europee. A dispetto del corso verificatosi dopo gli anni Ottanta e della spinta monetarista è nell’energia che l’attuale Unione Europea vide la sua genesi ed è in essa che si racchiude il suo destino. Le origini giuridiche, ideali e formali dell’Unione europea risalgono all’istituzione della Comunità europea dell’energia atomica che vide luce contemporaneamente alla CEE, con i trattati di Roma del 1957. Lo scopo – oltre a quello di dirimere i rapporti tra Francia e Germania e dare agli altri Paesi sconfitti nella Seconda guerra mondiale – era quello di coordinare i programmi di ricerca degli stati membri relativi all’energia nucleare ed assicurare un uso pacifico della stessa. A decenni di distanza l’Unione europea si trova dinanzi un nuovo bivio energetico, che al tempo stesso è strategico ed economico. 

Per oltre due decenni il dibattito europeo si è concentrato su esauste formule, indifferenti ai cambiamenti di assetti e propensi globali, che hanno rinviato il dibattito di cosa e come fare a essere un unicum energetico competitivo, ma soprattutto indipendente. Entro pochi giorni la Commissione europea attende un feedback dagli esperti coinvolti dalla stessa su alcuni piani energetici considerati divisivi con il fine di consentire a gas naturale ed energia nucleare di essere etichettati come investimenti sostenibili. Ciò che discende dalla sostenibilità è a oggi materia di investimento, dibattito e come dimostrato dal documento programmatico sull’Artico il leitmotiv delle aspirazioni globali dell’Unione europea. Recentemente la Commissione europea – che ipotizzava la sostenibilità come un prodotto per i mercati finanziari e gli investimenti sul territorio in risposta alla pandemia – ha redatto un piano per aggiungere alcuni investimenti nel gas e nel nucleare alla “tassonomia” dell’Unione europea, il suo libro di regole per definire quali investimenti possono essere etichettati come rispettosi del clima nell’UE. Eppure, è nel groviglio di regole e norme che costituiscono il gigante normativo dedicato agli investimenti sul clima che si sono celate le miopie e la scarsa strategicità esterna dell’Unione europea. Le insidie sono rappresentate dall’inflazione – il cui controllo è posto come primario obiettivo da parte dei Trattati che regolano l’Unione europea – e la dipendenza energetica da Paesi terzi, spesso avversari. 

Se l’opportunità economica spinge il commissario Breton sul nucleare, l’ideologia dell’attuale governo tedesco frena sull’ipotesi di un investimento pari a 500 miliardi in tre decenni sull’atomo. Sembrerebbe un dato squisitamente economico, ma in realtà esso rivela la natura delle aspirazioni e delle prospettive di player globali e regionali di Francia e Germania. Alla prima si deve il più importante e unico esercito dell’Unione europea a possedere l’arma atomica che dall’Africa al Pacifico cerca di far valere ancora le sue ragioni. Alla Germania si deve una stabilità economica, monetaria e che pone tutta l’attenzione della geografia economica politica sulle regioni di Berlino. A ciò si è aggiunta l’Italia, nazione che più che per meriti politici negli ultimi decenni deve la sua centralità alla geografia e al suo esercito, che recentemente – in un nuovo corso più atlantista del passato – ha rinsaldato con la Francia un partenariato con il Trattato del Quirinale. Se il Trattato del Quirinale fa calare le possibilità di una prossima guida della NATO per un italiano a livello europeo pone le premesse per una riduzione della presa geoeconomica germanica sul Vecchio Continente. La Germania è consapevole che la sua alleanza con Parigi e Roma è priva di afflato strategico ed è energeticamente opposta ai desiderata e alle necessità dei Paesi mediterranei. Berlino nel persistere con il rifiuto di pensare in modo strategico sta condannando non solamente la Germania a subire e non esser parte degli eventi, ma l’Europa tutta. Che sia il confronto Cina-America o le avanzate richieste di una nuova e certa divisione di aree d’influenza da parte della Russia si pone oltre al problema strategico anche uno energetico.

Le fibrillazioni sul fronte orientale dell’Alleanza Atlantica e della stessa Unione europea hanno dimostrato tutta la vacuità nell’esser potenza senza strategia. Il mix di inflazione, crollo della supply chain e la scarsità energetica hanno fatto crollare il castello di carte che vedeva nella sola stabilità economica il fine d’essere dell’Unione europea.
Faith Barol – capo dell’AIE – ha esplicitamente accusato la Russia di aver strozzato le forniture di gas all’Europa in un momento “di forti tensioni geopolitiche”. Se nelle rivolte di Piazza Majdan Berlino si faceva portavoce ora è travolta insieme a tutto il vecchio continente dalla dipendenza energetica nei confronti della Federazione Russa.  A condannare l’intera Unione europea è il livello di produzione di energia prodotta interamente che è pari al 39% del proprio fabbisogno energetico, mentre le importazioni rappresentando il restante 61%. Il problema contingente e storico per Bruxelles è la quota detenuta da Mosca che rappresenta il 41% delle importazioni di gas dell’Unione europea. Con Mosca sarebbe utile parlare non di una semplice dipendenza, ma probabilmente di una interdipendenza. Oltre il 20% del Pil russo dipende dall’esportazioni verso l’Unione europea, ma nel breve termine la crisi di input per l’industria e i costi sociali potrebbero portare a un’instabilità generalizzata per tutte le cancellerie europee. Indubbiamente è vero che la transizione ecologica potrebbe portare, così come sancito dal RTE-E ove il Consiglio e il Parlamento hanno recentemente raggiungono un accordo provvisorio sulle nuove norme relative ai progetti transfrontalieri nel settore dell’energia – a un livello di interdipendenza minore dalla Russia. Dietro la transizione però vi sono molti costi nascosti delle energie rinnovabili man mano che vengono a galla spaventano la popolazione e impongono grandi pensieri sulla convenienza a produrre più nel Vecchio continente. La Russia a oggi un Piano B e corrisponde a quello orientale, dove si trovano le imponenti riserve che consentirebbero a Mosca di divenire il fornitore ufficiale dei mercati asiatici. Mosca è sempre più spinta verso Pechino e nel medio termine ciò potrebbe sfavorirla come attore globale e di conseguenza recedere il carattere di interdipendenza con l’Unione europea per divenirne solo un gigante posto sul fronte est di NATO ed Europa. L’Unione europea a oggi non ha un “Piano B” e nel contenimento russo la RAF, che per sostenere con armi trasporta decine di missili anti-carro e forze speciali in Ucraina, ha evitato di sorvolare la Germania. Berlino, pur sostenendo Kiev, ha visto il cancelliere Olaf Scholz concordare con i propri esteri un urgente visita al Cremlino. Appare evidente come il blocco della certificazione del North Stream 2 abbia aiutato a una sola legittimazione agli occhi di Washington di Annalena Baerbock, ma non la Germania che trema al solo pensiero di dover rinunciare al gas di Putin. Il vertice degli esteri tedeschi crede nella “diplomazia del clima” e Annalena Baerbock ha offerto a Kiev un piano per le rinnovabili e un sostegno in caso di difficoltà nell’approvvigionamento energetico. Si annota però di come il recente tentativo tedesco di riesumare il cosiddetto formato Normandia con la Francia e di avviare un complesso percorso di riappacificazione appare superato dalla frequenza con cui Lavrov si rivolge esclusivamente alla NATO nel trattare i Paesi europei e dal forte attivismo militare britannico. 

Oggi persiste nello sconvolgimento pandemico un urgente corsa alle materie prime e materie rare. In questo contesto si inseriscono le mosse USA nel sostenere gli alleati europei attraverso l’invio di navi cisterna con GNL e secondo Reuters attraverso colloqui con diverse compagnie energetiche per valutare possibili forniture di gas naturale all’Europa se il conflitto dovesse interrompere quelle in arrivo dalla Russia. Resta il problema gravissimo per l’Unione europea nel suo complesso che vede l’assenza di un numero sufficiente di gassificatori che possano processare il GNL in arrivo dagli Usa al fine di rimpiazzare l’eventuale blocco dei flussi. Jonathan Stern dell’Oxford Institute for Energy Studies in una recente lettera ha messo in luce le colpe europee ben maggiori di quelle imputabili a Gazprom. 

Nello sciogliere i nodi sulla tassonomia l’Unione europea ha da guardare al proprio futuro non come istituzione continentale, ma come player regionale in sé. La geografia e la storia non attendono deboli pensieri e indecisioni su cosa essere. Le proiezioni di Berlino si dovranno necessariamente chiarire se essa vuol rimanere unita a Parigi, Roma e ai Paesi scandinavi. Nel mentre Bruxelles si concede ulteriore tempo nel mezzo di una pandemia e della più grande crisi di materie prime e supply chain della storia recente, la Global Britain è tornata e Mosca per comunicare sull’Ucraina si rivolge esclusivamente a NATO e USA. 

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