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27/03/2025
Europa

La politica estera ungherese al bivio? Prospettive di cambiamento tra l’ascesa di Magyar e la radicata eredità orbaniana

di Anna Calabrese

Negli ultimi anni l’Ungheria guidata da Viktor Orban è stata protagonista di una politica estera imperniata su vacillanti equilibrismi tra l’Unione Europea, Russia e Cina. La strategia ungherese ispirata alla sovranità nazionale e all'iper pragmatismo ha contribuito a spingere Budapest ai margini dell’asse euro-atlantico, rendendolo un attore controverso e poco affidabile agli occhi dell’Unione e della scorsa amministrazione Biden. Tuttavia, l’ascesa politica di Peter Magyar dopo le elezioni europee del 2024 come realistica alternativa alla longeva oligarchia orbaniana potrebbe significare una svolta per il futuro della politica estera magiara, così come per gli equilibri interni.


Negli ultimi anni l’Ungheria guidata da Viktor Orban è stata protagonista di una politica estera imperniata su vacillanti equilibrismi tra l’Unione Europea, Russia e Cina. La strategia ungherese ispirata alla sovranità nazionale e all’iper pragmatismo ha contribuito a spingere Budapest ai margini dell’asse euro-atlantico, rendendolo un attore controverso e poco affidabile agli occhi dell’Unione e della scorsa amministrazione Biden. Tuttavia, l’ascesa politica di Peter Magyar dopo le elezioni europee del 2024 come realistica alternativa alla longeva oligarchia orbaniana potrebbe significare una svolta per il futuro della politica estera magiara, così come per gli equilibri interni.

La postura in politica estera che caratterizza la leadership governativa di Viktor Orbán, ormai ininterrotta sin dalla schiacciante vittoria del suo partito Fidesz alle elezioni parlamentari del 2010, è considerata una delle più pragmatiche e iper-realiste nell’Europa contemporanea.

Per comprendere a fondo le motivazioni di un simile approccio che negli ultimi anni ha garantito all’Ungheria l’appellativo di “pecora nera dell’UE”, occorre tuttavia superare la classica dicotomia tra il paradigma idealista e quello realista e accogliere l’alternativo “principled pragmatism” o “pragmatismo basato su principi”. Esso fa riferimento ad un approccio che combina elementi di realismo ed idealismo, bilanciando cautamente interessi nazionali e valori condivisi e risultando in un orientamento flessibile e variabile a seconda del contesto e delle sfide a cui far fronte. 

Sebbene dal 2011 non sia stata pubblicata alcuna strategia ufficiale di politica estera, i passi intrapresi dal governo Orban forniscono un quadro chiaro e coerente circa gli obiettivi e le motivazioni magiare nell’arena internazionale ed europea. La promessa di Orban di rendere l’Ungheria una media potenza regionale sarebbe ostacolata da una forte “frammentazione dell’ordine internazionale” con il disaccoppiamento tra Occidente, Cina e Russia. Sarebbe proprio questo ritorno ad un assetto globale a scontrarsi con le priorità di Budapest, che rischierebbe così l’emarginazione periferica, oltre che la perdita di autonomia strategica data dalle interferenze esterne.

In un contesto in cui l’Ungheria naviga “sotto una bandiera occidentale, anche se sull’economia mondiale soffia un vento orientale”, l’imperativo ungherese è dunque assicurare la connettività con i partner mondiali ed in particolare Washington, Pechino e Mosca, senza dover schierarsi in modo significativo nella competizione militare, ideologica ed economica, acuitasi con il conflitto in Ucraina. Questa “strategia di copertura” mira a mantenere relazioni positive attraverso un attento bilanciamento tra cooperazione e resistenza. 

L’ambiguità strategica di Budapest tra Mosca, Pechino e Washington

Sintomo di questo approccio alla “connettività” è l’ambiguità delle relazioni che Orban intrattiene con Mosca. Il dialogo tra Ungheria e Russia si è non solo consolidato ma anche approfondito, spingendo Budapest nell’orbita del  Cremlino e destando dissapori e preoccupazione con gli alleati occidentali. L’economia magiara è poi fortemente dipendente in campo energetico dalle importazioni russe ricevendo circa l’80 % del gas. I legami personalistici tra Orban e Putin si riflettono anche nell’ennesimo blocco alle sanzioni europee alla Russia all’inizio dell’anno. A fine gennaio, infatti, Viktor Orban ha nuovamente adottato una linea critica in seno al Consiglio dell’UE circa il rinnovo semestrale alle sanzioni per il Cremlino che necessita il voto favorevole all’unanimità. Il leader ungherese ha infatti minacciato di apporre il proprio veto, avanzando la richiesta di garanzie circa la ripresa del transito di gas russo attraverso il territorio ucraino, sospeso il 1° gennaio 2025 da parte di Kiev. Il 27 gennaio, infine, dopo il compromesso raggiunto circa la garanzia del transito di gas azero attraverso l’Ucraina, Orban ha fatto marcia indietro e ha dato il via libera al rinnovo delle sanzioni, confermando un approccio volto prima di tutto agli interessi nazionali in settori strategici.

Manifestazione del paradigma machiavellico orbaniano in politica estera è anche la relazione con Pechino. La visita del maggio 2024 di Xi Jinping in Ungheria ha sancito l’apice della partnership strategica con la Cina, approfondendo la cooperazione economica e culturale con una serie di accordi e memorandum d’intesa in diversi settori strategici. Una più marcata apertura ad Est è riconducibile alla crisi economica e finanziaria globale, con l’inaugurazione nel 2012 di una “politica di apertura orientale” volta a “evadere” dalla “trappola del reddito medio” e assicurarsi lo sviluppo economico. In questo senso, i rapporti con la Cina apportano benefici a Budapest attraverso crescenti afflussi di capitale e progetti infrastrutturali targati Pechino. Degno di nota è il progetto di ammodernamento della linea ferroviaria Budapest-Belgrado, di competenza della joint venture sino-magiara Kínai-Magyar Vasúti Nonprofit Zrt. Il carattere fortemente manifatturiero del tessuto economico ungherese, inoltre,  rende il Paese un efficace “cavallo di Troia” per le ambizioni economiche cinesi sull’Europa. Gli investimenti di aziende cinesi nell’industria automobilistica e in particolare lungo la filiera del valore dei veicoli elettrici sono infatti in aumento e interessano l’Ungheria come primo destinatario europeo, con circa il 44% del totale degli IDE cinesi in UE. 

Per ciò che concerne le relazioni tra Budapest e Washington e le prospettive con la nuova presidenza Trump, l’Ungheria nutre realistiche speranze circa l’inaugurazione di “un’epoca d’Oro” per i rapporti con gli Stati Uniti. L’entusiasmo del governo magiaro per l’insediamento del Tycoon alla Casa Bianca si spiega non solo con un allineamento di valori, interessi e visioni in politica estera delle due amministrazioni, ma anche e soprattutto osservando il passato delle relazioni bilaterali sotto i Democratici, che hanno spesso adottato una linea dura e poco dialogante con Budapest. 

L’ottimismo ungherese va però ridimensionato. Peter Rada, responsabile dei Rapporti col Congresso presso l’Ambasciata ungherese negli Stati Uniti dal 2015 al 2017, ha spiegato come con i Repubblicani si avrà il ritorno ad una “normalità della diplomazia”, con la riapertura di porte e canali di dialogo prima inibiti e che costituiscono una “norma” in politica estera e non necessitano, almeno in ottica diplomatica tradizionale, di simile entusiasmo. Inoltre, le prime dichiarazioni e mosse della presidenza Trump, nonché alcune delle sue priorità strategiche risultano essere potenzialmente sfavorevoli per Budapest, soprattutto in politica interna. Ad inizio febbraio, infatti, il Segretario di Stato Marco Rubio ha avvertito che la Cina, importante partner strategico e commerciale ungherese, “rappresenta la minaccia  più grande per l’America”. E’ dunque realistico che gli USA aumenteranno le pressioni sull’UE affinché si sganci da Pechino e questo potrebbe comportare serie conseguenze a Budapest, che affida il successo della transizione verde alla cooperazione con la Cina in risposta alla crisi di sicurezza energetica. La chiave di volta potrebbe essere allora guardare all’Europa e affrontare i rischi delle politiche protezionistiche di Trump collettivamente, riattivando un dialogo costruttivo. Il candidato all’opposizione di Viktor Orban, Peter Magyar, potrebbe rappresentare allora un’alternativa interessante per l’Ungheria e per l’UE.

L’ascesa di Magyar 

Politico ungherese in precedenza membro di Fidesz fino al 2024 e membro del Parlamento Europeo con il PPE, il 43enne Peter Magyar ha scosso le fondamenta del longevo governo Orban alle ultime elezioni europee ottenendo col suo partito “del Rispetto e della Libertà” (Tisza in ungherese) il 29,60% di voti contro il 44,6% della consolidata maggioranza di Fidesz. Sebbene egli non sia il prodotto di una efferata e radicale opposizione bensì di un cosciente allontanamento dalla politica oligarchica orbaniana, il suo dirompente successo ha nutrito nuove speranze circa un’alternativa alla stagnante scena ungherese. La sua ascesa sembra essere stata favorita da un clima nazionale di forte malcontento, frustrazione e disillusione che sta allontanando la società dall’arena politica. Quanto però sia realistico che questo successo si tramuti in un effettivo risultato alle elezioni del prossimo anno è una questione che va analizzata considerando le peculiarità elettorali del paese anche e soprattutto in relazione ai caratteri demografici e alle dinamiche puramente istituzionali. 

Se si presta attenzione alla ripartizione regionale dei voti, si nota come il range di voti per contea varia di poco per Tisza, dal 24,43 % nelle regioni rurali fino al 32,81% nella contea della capitale. Il rapporto tra i voti ottenuti da Fidesz e da Tisza nelle varie contee del Paese mostra come il successo del partito di Orban sia ancora forte e consolidato nelle aree rurali, come le contee di Nógrád, Szabolcs-Szatmár-Bereg e Tolna, caratterizzate da economie poco sviluppate e basate sul settore primario oltre che un HDI inferiore rispetto alla media nazionale. Al contrario, la differenza di voti è quasi nulla per la contea di Budapest, dove Magyar sembra aver sottratto voti al partito conservatore in carica, il quale sta perdendo la presa sulle grandi città e soprattutto sulle giovani generazioni. 

Quest’ultimo elemento caratterizzante il successo del partito emergente solleva l’annosa questione della partecipazione politica dei giovani ungheresi: la generazione “apatica” dei giovani sotto i 35 anni hanno conosciuto solo vittorie del pachidermico Fidesz, disaffezionandosi, come dimostrano i sondaggi, dalle questioni politiche e perdendo fiducia nei processi elettorali. Con il 60% circa dell’ elettorato over 50, Fidesz non sembra più esser capace di comunicare e rispondere alle esigenze delle nuove generazioni. In questo contesto di immobilismo Tisza è allora emerso come opportunità di cambiamento ed è riuscito a reclutare la frustrazione politica giovanile attraverso uno stile di campagna elettorale fresco e lontano dalla retorica populista, imperniato sì sull’uso dei social media ma coinvolgente, brillante e che non semplifica il messaggio.

Nonostante l’ottimismo, occorre inserire queste dinamiche di ascesa in un contesto istituzionale ma anche informale più complesso, che ha garantito a Fidesz un primato ineguagliabile. Esso si fonda su una rete di connessioni personali e di controllo dell’accesso alle risorse e ai ruoli chiave della politica, con un forte accentramento dei poteri nelle mani del Primo Ministro ed una certa ipertrofia del potere esecutivo. Se Magyar riuscirà a ribaltare la macchina oligarchica orbaniana dipenderà, almeno sul fronte interno, dalla sua capacità nel diversificare la sua campagna per rivolgersi e conquistare consensi al di fuori della centrale e progressista Budapest, poco rappresentativa delle tendenze politico-culturali che caratterizzano invece l’Ungheria rurale e conservatrice. 

Prospettive di alternativa in politica estera con Magyar: un ritorno in UE? 

Il programma elettorale di Magyar ha preso forma più nitida in ragione dei recenti e preoccupanti sviluppi dei rapporti con l’UE con il congelamento dei fondi europei a inizio 2025. L’ultima mossa della Commissione contro l’inadempienza orbaniana ha infatti riguardato il ritiro di circa 1,04 miliardi di euro di aiuti destinati alla politica di coesione grazie al cosiddetto meccanismo di condizionalità dello stato di diritto. Negligente per diversi anni nell’applicare queste restrizioni, l’Unione sembra aver adottato un cambio di passo, con una linea più severa nei confronti delle derive autoritarie al suo interno, sanzionando comportamenti repressivi, clientelari, corrotti e antidemocratici, come l’introduzione del “Sovereignty act”. Approvata nel 2023, questa legge sulla protezione della sovranità nazionale consentirebbe alle autorità di indagare e perseguire persone ed organizzazioni accusate di minare la sovranità del Paese e influenzare il dibattito pubblico con le loro attività, specialmente se beneficiarie di finanziamenti esterni. 
E’ proprio sulla ripresa del deteriorato rapporto Ungheria-UE che Magyar sembra puntare per la sua campagna, affermando l’impegno di un suo eventuale governo per “scongelare” gli essenziali fondi europei e ristabilire un dialogo con l’Europa in ottica costruttiva, che non significa tuttavia acritica. Accanto a questa postura aperta e collaborativa in campo europeo, l’emergente leader di Tisza promette un deciso impegno per l’Alleanza Atlantica, bilanciato però da un approccio pragmatico con la Russia. Sul fronte ucraino, Peter Magyar si dice cauto nell’invio di armi a Kiev, non tanto per una reale vicinanza tra Mosca e Budapest quanto per la presenza di una minoranza ungherese di circa 75mila persone nella regione di Zakarpattia, in Ucraina occidentale. Per ciò che concerne i legami con Mosca, Magyar afferma che il legame spesso criticato tra Budapest e il Cremlino dipenda da un’amicizia personale e non politica, esprimendo la necessità di rifondare le alleanze strategiche sui valori e sugli interessi reali. In quest’ottica, l’imperativo ungherese è rafforzare le proprie fondamenta economiche e acquisire resilienza e indipendenza dai prestiti cinesi e dall’influenza russa nel settore energetico e nucleare e questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso un cambio di prospettiva interno e il recupero di una cooperazione costruttiva ed equilibrata in chiave europea. 

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