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#USA2024“Uncommitted”: molto più di un semplice slogan. Il movimento...

“Uncommitted”: molto più di un semplice slogan. Il movimento di protesta contro Biden

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Lo scorso 12 marzo, grazie alle vittorie in Georgia e in Mississippi, l’attuale Presidente ha superato la soglia minima di delegati necessari per ottenere la nomination alla Convention, diventando ufficialmente il candidato del Partito Democratico alle presidenziali. Joe Biden, di conseguenza, sfiderà nuovamente Donald Trump, il quale si è assicurato, a sua volta, la nomina per il GOP a seguito della vittoria alle primarie di Washington. Ad oggi è difficile, se non impossibile, prevedere l’esito delle elezioni, tuttavia alcuni sondaggi, tra cui quello elaborato da The Economist, evidenziano un agguerrito testa a testa con il Presidente di poco in vantaggio. Allo scopo di consolidare questo margine, Biden e il suo staff, oltre a dover curare nei minimi dettagli la campagna elettorale e l’aspetto comunicativo, dovranno fronteggiare le divisioni interne al proprio elettorato, palesate dal recente movimento “uncommitted”. Vista l’attualità del tema e le sue possibili conseguenze in vista dell’election day, in questo articolo cercheremo di fare chiarezza in merito a questa particolare forma di protesta.

Cos’è il movimento “Uncommitted”?

Innanzitutto, bisogna sapere che il termine uncommitted non è affatto un semplice slogan, bensì si riferisce ad una precisa opzione sulle schede elettorali delle primarie: gli elettori, marchiando tale alternativa, scelgono di non supportare alcun candidato, inviando, quindi, alla Convention del Partito un delegato che potrà supportare un qualunque concorrente a sua scelta, agendo quasi come un “Super delegato”. Come facilmente intuibile, l’omonimo movimento di protesta mira a convincere più persone possibili a schierarsi contro Biden, votando uncommitted o per un candidato minore, allo scopo ultimo di arrecare un danno di immagine al Presidente.

Lo Stato che ha dato inizio alle proteste è il Michigan, forse uno dei più importanti in ottica delle presidenziali, visto che da sempre viene considerato uno dei blue states per eccellenza; Tuttavia, bisogna ricordare che proprio nel Mitten State, nel 2016, Trump ha sconfitto a sorpresa Hilary Clinton, mettendo in evidenza, quindi, un notevole cambiamento sociale, ancor prima che elettorale. Infatti, alle primarie di quest’anno del Michigan oltre centomila persone hanno preso parte all’iniziativa uncommitted: un numero molto preoccupante considerando il già citato episodio del 2016 e tenendo conto che nelle elezioni del 2020, Biden ha ottenuto una vittoria risicata in questo Stato. La protesta, poi, si è diffusa con successo in quasi tutto il Paese, palesando prima di tutto un forte appoggio popolare anche al di fuori degli Stati tendenzialmente più a sinistra e, in secondo luogo, evidenziando anche un discreto supporto a livello politico.

Facciamo chiarezza su questo aspetto: la modalità di voto uncommitted è consentita dalla legge; tuttavia, in alcuni Stati, per apportare tale modifica ai ballots, la decisione finale spetta al Democratic Party’s executive committee di competenza, il quale nella maggior parte dei casi, come quanto accaduto in Colorado, non ha mai ostacolato l’iniziativa. Insomma, è anche grazie alla rilevanza politica del movimento di protesta se in molti sono gli Stati federati in cui le persone hanno avuto la possibilità di votare per un delegato non impegnato

Per adesso, i risultati ottenuti dal movimento di protesta sono più che soddisfacenti, infatti sono 26 i rappresentanti non impegnati che parteciperanno alla Convention: 2 eletti dal Michigan, 7 dalle Hawaii, 1 dal Massachusetts, 2 da Washington, 3 dal Missouri e 11 dal Minnesota. 

Per citare un paio di numeri circa l’efficacia di tale iniziativa, finora, si stima che in media circa un elettore democratico su dieci abbia votato uncommitted negli Stati in cui tale opzione era consentita; forse però il dato che più preoccupa Biden è il seguente: il 13% dell’elettorato blue ha deciso di non supportarlo, in alcuni casi votando per i candidati minori Dean Philips e Marianne Williamson pur di danneggiare l’attuale Presidente.

Perché è nato il movimento e da chi è supportato?

A questo punto, dopo aver inquadrato il contesto generale, sorge spontanea una domanda: perché è presente un tale malcontento tra gli elettori blue tanto da spingere centinaia di migliaia di persone a partecipare ad un’iniziativa di protesta mirata a screditare l’attuale Presidente?

Non sempre è immediato rispondere a questo tipo di domande; tuttavia, in questo caso, la motivazione principale del malcontento tra le fila degli elettori democratici è facilmente riconducibile ad un tema: il conflitto Israele-Hamas. Non a caso, in Michigan, che ricordiamo essere il promotore dell’iniziativa, è presente una larga e influente comunità musulmana, composta da oltre 240.000 persone, molte delle quali a febbraio criticavano la posizione degli USA fin troppo accondiscendente nei confronti di Israele.

Prima delle primarie nel Mitten State il numero accertato delle vittime a Gaza era già salito a 30.000, al contempo gli sforzi di Biden per ripristinare la pace non erano stati convincenti (basti pensare al veto USA sul cessate il fuoco dello scorso 20 febbraio) agli occhi della popolazione arabo-americana; pertanto una parte di essa, oltre a continuare ad organizzare manifestazioni e far sentire la propria vicinanza al popolo palestinese, ha deciso di manifestare il proprio dissenso alle urne, consapevole di poter fare pressione al Governo e al Partito Democratico.

Inoltre, come riporta il New York Times, una buona fetta di partecipanti alle proteste è composta da giovani; infatti, Michigan e Minnesota, Stati in cui la protesta ha avuto più successo, sono caratterizzati da un numero elevato di giovani elettori. A dimostrazione di quanto detto, secondo il Pew Research Center, il 46% degli americani dai 18 ai 29 anni pensa che la risposta militare di Israele all’attacco dell’8 ottobre sia inaccettabile e il 60% supporta il popolo palestinese.

Sempre dal sondaggio emergono altri dati importanti, come il fatto che la maggior parte delle persone che condannano Israele siano affiliate o registrate al Partito democratico, e che le persone di etnia non bianca siano più inclini a sostenere lo Stato della Palestina.

Questa relazione non è affatto da sottovalutare: in Texas, infatti, nelle contee a maggioranza ispanica della lower Rio Grande Valley, il supporto a Biden si è rivelato minore del 65%. Seppur i dati forniti siano pur sempre una generalizzazione di un fenomeno molto più complesso, ciò che è certo è che il conflitto in Medio Oriente rappresenta un tema alquanto divisivo in America. Se ciò non fosse, il voto uncommitted si sarebbe limitato ai soli Stati liberal, cioè quelli tendenzialmente più a sinistra; invece abbiamo precedentemente osservato che gli elettori coinvolti presentano caratteristiche differenti e si collocano in contesti sociali altrettanto eterogenei.

Questa eterogeneità non ha indebolito il movimento di protesta, anzi, lo ha reso una minaccia tangibile per Joe Biden e tutto il Partito, con quest’ultimo preoccupato di perdere consensi in varie zone cruciali d’America e in specifici “target” di elettorato, come tra i giovani. Forse, anche a causa delle forti pressioni interne, gli Stati Uniti non hanno posto il veto alla risoluzione ONU per fermare il conflitto a Gaza, la quale è stata approvata da tutti gli altri 14 membri del Consiglio di Sicurezza lo scorso 25 marzo; e, in aggiunta, Washington ha da poco dato inizio alle operazioni volte a garantire aiuti umanitari nella striscia di Gaza con la possibilità di aprire un corridoio marittimo per la consegna di grandi quantità di aiuti.

Quali sono le possibili conseguenze in ottica delle presidenziali?

Senza dubbio il movimento uncommitted sta influenzando la strategia politica di Biden e con essa la sua campagna elettorale, tuttavia, a distanza di oltre sei mesi dall’election day, è troppo presto per giudicare il reale impatto di questa iniziativa. In quest’ultimo periodo, i media statunitensi, soprattutto quelli più vicini al GOP, si sono concentrati molto sulle proteste e hanno così distolto l’attenzione da altri temi allo scopo di indirizzare il dibattito politico dalla parte opposta a quella del Presidente; quindi al fine di valutare in modo oggettivo questo fenomeno occorre considerare anche altri aspetti. 

In primo luogo, in termini assoluti, la quota di elettori fedeli a Biden è estremamente più elevata rispetto agli uncommitted voters: Biden ha racimolato 2.597 delegati, mentre quelli non impegnati sono solamente 26.

È pur vero che anche questa volta, come nel 2020, la sfida Biden-Trump sembra essere equilibrata; ciò significa che in certi Stati anche una quantità esigua di voti può fare la differenza e assegnare ad un candidato quella manciata di grandi elettori tali da assicurargli la vittoria.

Ma anche se così fosse, non è affatto certo che tutti i manifestanti esprimino il loro dissenso verso i democrats votando per un candidato minore e indipendente (Cornel West, Robert Francis Kennedy…) alle presidenziali, in quanto ben consapevoli delle possibili conseguenze: se Trump diventasse Presidente, sfruttando proprio questa crepa nell’elettorato blue, il supporto a Netanyahu potrebbe solo che aumentare.

Visto il recente cambio di posizione nei confronti di Israele, dopo mesi di supporto incondizionato, è plausibile pensare che molti cittadini, soprattutto quelli più moderati e che comunque condannano l’attacco di Hamas, siano propensi a votare Biden; ovviamente questo ragionamento non si può applicare alla comunità musulmana, per ovvie ragioni molto vicina alla causa palestinese, tuttavia la percentuale di questo ipotetico gruppo non supererebbe l’1,1%.

Sarà fondamentale capire come si evolverà il conflitto a Gaza e quale sarà il ruolo e la posizione degli Stati Uniti, poiché una possibile escalation indebolirebbe Biden, permettendo a Trump di prendere il sopravvento, come solo lui sa fare, mettendo in cattiva luce, per usare un eufemismo, il Presidente agli occhi degli americani.

Vediamo, quindi, che questa volta più che mai le sorti delle elezioni americane dipendono anche da questioni di politica estera, le quali, in una superpotenza come gli USA, diventano quasi di politica interna.

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