Una Striscia di sangue: il Jihad Islamico Palestinese

Il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, o semplicemente Jihad Islamico Palestinese (PIJ) è un gruppo militante considerato organizzazione terroristica da numerosi Paesi, compresi gli USA e l’UE. Nonostante non goda né delle risorse economiche né della fama di Hamas o al-Fatah, è ritenuto dalle autorità israeliane uno dei movimenti tra i più radicali e violenti sin dai tempi della Prima Intifada.  

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I prodromi

Il substrato che rese possibile la nascita ed il radicamento del Jihad Islamico Palestinese venne a formarsi nella Striscia di Gaza all’indomani della Guerra dei Sei Giorni (1967), quando il lembo di territorio costiero passò dall’amministrazione militare egiziana alla durezza dell’occupazione israeliana; i tempi però non erano ancora maturi e non lo sarebbero stati per oltre un decennio. Nel frattempo, i futuri fondatori del PIJ – giovani studenti universitari di origine palestinese – si stavano formando nelle università egiziane, influenzati dall’ideologia del fondatore dei Fratelli Musulmani Hasan al-Banna e dal pensiero radicale di Sayidd Qutb, in un contesto – quello mediorientale degli anni ’70 – in cui si incontravano, scontravano e mescolavano numerose ideologie, tra le quali il nazionalismo arabo, il pan-arabismo ed il pan-islamismo. Non stupisce quindi che – per un gruppo di giovani nati nei campi profughi di Gaza – la soluzione più naturale fosse quella di coagulare tali ideologie attorno ad un ideale nazionalistico palestinese.

La fondazione del PIJ

All’interno della comunità palestinese in Egitto emersero ben presto il fisico e medico Fathi al-Shaqaqi e lo sceicco Abd al-Aziz Awda, entrambi affiliati alla Fratellanza Musulmana ma ormai delusi dall’approccio moderato nei confronti della questione palestinese. Dopo aver riscontrato il tradimento della vocazione rivoluzionaria del fondatore al-Banna, al-Shaqaqi e Awda pianificarono la fondazione di un nuovo soggetto politico in grado di restituire centralità alla lotta palestinese, colmando così il vuoto dato dalla mancanza di una vera e propria leadership araba nella regione. Alla base dello strappo con la Fratellanza – in realtà – vi erano anche altre due ragioni: l’assorbimento della dottrina marxista-leninista e maoista e la Rivoluzione Islamica (1979). In particolare, gli eventi di Teheran furono un catalizzatore, poiché non solo si palesavano come un modello replicabile anche in Palestina, ma pure perché gli insegnamenti di Khomeini potevano finalmente fungere da chiave di volta nella futura architettura rivoluzionaria palestinese. Espulsi dall’Egitto a causa delle repressioni seguite all’assassinio di Sadat, una volta tornati a Gaza al-Shaqaqi e Awda fondarono il Jihad Islamico Palestinese (1981) e si avvicinarono ideologicamente e finanziariamente allo sciismo e a Teheran. Altro evento cruciale fu lo smacco per l’OLP di Arafat della fuga da Beirut (1982), che spinse molti militanti insoddisfatti verso il Movimento. Il PIJ andò così strutturandosi ed intessendo legami con le milizie nella regione, tra tutte Hezbollah.

Una lunga scia di sangue

Il nome ufficiale del Movimento per il Jihad Islamico in Palestina comparve per la prima volta nell’agosto del 1987, in seguito ad un attentato che costò la vita ad un capitano della polizia militare israeliana.

Il PIJ ebbe un ruolo pivotale nell’escalation di violenze che sfocerà poi nella I° Intifada (1987-1993). Il rapporto ormai logoro con Arafat e al-Fatah spingerà in seguito il Jihad Islamico a rendersi protagonista di una lunga serie di attentati – come a Netanya e Netzarim nel 1995 (19 e 8 morti) e a Tel Aviv nel 1996 (13 morti) – nel tentativo di far naufragare gli Accordi di Oslo (1993), nei quali l’OLP si era invece spesa per un’apertura verso Israele. Tuttavia – nonostante i negoziati per la pace in corso – un sicario probabilmente del Mossad assassinò a Malta al-Shaqaqi (1995), che lasciò la guida del movimento ad al-Shallah. L’assassinio del leader storico e l’arresto dei vertici indebolirono il PIJ, che proseguì comunque con la strategia terroristica distinguendosi per ferocia anche nella II° Intifada (2000-2005). Tra gli attacchi più sanguinosi, l’attentato suicida al ristorante Maxim ad Haifa nel 2003, che costò la vita a 21 persone. Dai primi anni ’00 ad oggi la strategia del Movimento è rimasta invariata: in numerose occasioni il PIJ ha esploso razzi contro Israele – uccidendo decine tra civili e militari – innescando più volte la risposta muscolare di Tel Aviv (es. Operazione Protective Edge, 2014).

Il manifesto del PIJ

Nello Statuto, il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina viene definito come “movimento rivoluzionario jihadista che abbraccia l’Islam come religione e Stato”. La Jihad è dunque vista come “la soluzione per liberare la Palestina e rovesciare i regimi infedeli”. Si staglia nettissima la critica alla Fratellanza Musulmana nella sezione dedicata ai principi, quando si sottolinea come “la Palestina è parte dell’ideologia islamica, e che la rinuncia a qualsiasi sua parte è una rinuncia all’ideologia”. Il cuore del pensiero del PIJ si trova enucleato nei dogmi politici, dove si delinea il trinomio di miscredenza e oppressione – Occidente, regimi arabi e Israele – verso il quale orientare la lotta, così come emerge intransigente “il rifiuto di qualsiasi soluzione pacifica per la causa palestinese e l’affermazione della soluzione jihadista e del martirio come unica opzione per la liberazione”. La via della violenza politica è una vera e propria ragion d’essere del PIJ, che “rifiuta di prendere parte alle istituzioni dell’OLP fino a quando questa non abbraccerà esplicitamente la Soluzione Islamica”. Per quanto concerne invece gli obiettivi generali, svettano il “modellamento di un’identità palestinese in forma islamica” e la “realizzazione di uno Stato da una rivoluzione popolare” che passi ovviamente dalla “liberazione della Terra Santa dall’occupazione sionista”.

La strategia per realizzare tali obiettivi generali si serve dell’“induzione di uno stato di terrore, instabilità e panico nell’anima dei sionisti – specialmente dei colonizzatori – per costringerli a lasciare le loro abitazioni” e nella creazione di una “barriera psicologica tra gli ebrei ed i musulmani”, grazie al “convincimento che la coesistenza sia impossibile”. Infine, si intende compensare l’asimmetria delle forze in campo con l’adozione della “guerriglia come strategia bellica”.

Jihad Islamico Palestinese ed Hamas

Come anticipato, il Jihad Islamico Palestinese – pur non contando sugli stessi effettivi e sulla stessa esposizione mediatica di Hamas – è riuscito in parte a colmare il gap, grazie alla sua ferocia e al supporto di Teheran, che fornisce ai miliziani i fondi e l’addestramento di cui necessitano, anche se i razzi a lungo raggio in grado di raggiungere l’area urbana di Tel Aviv sono realizzati dai jihadisti stessi. Volendo quindi porre a confronto Hamas ed il Jihad Islamico, giova partire dai punti di contatto.

È senza dubbio lecito affermare che entrambe le formazioni sono da considerarsi estremistiche, inoltre – in quanto a schieramento – né l’una né l’altra fanno parte dell’OLP, che anzi hanno boicottato e combattuto. Sia Hamas che il PIJ hanno poi come obiettivo ultimo la distruzione di Israele e l’istituzione di uno Stato palestinese. Ciò detto, i due gruppi presentano anche interessanti divergenze. Com’è noto, dopo la battaglia di Gaza (2007) Hamas ha preso il controllo della Striscia ma dopo numerose contrapposizioni è stata costretta a siglare una tregua con Israele. Dal canto suo invece, il Jihad Islamico ha cercato più volte di far saltare il cessate-il-fuoco sparando razzi contro gli insediamenti israeliani, mettendo quindi Hamas nella difficile ed inedita posizione di dover dissuadere i jihadisti dagli attacchi cercando al contempo di non perdere il consenso popolare. Altra differenza tra le due è la vocazione sociale; laddove Hamas si spende in programmi di welfare, il Jihad Islamico ha mantenuto una connotazione puramente militare, marginalizzata in Hamas dalle responsabilità di governo della Striscia.  Nel novembre 2019 infatti – in seguito all’assassinio di un suo leader (Baha Abu al-Ata) – il PIJ ha scatenato la sua potenza di fuoco sparando circa 50 razzi in una sola notte contro lo Stato ebraico, incassando stavolta anche la solidarietà di Hamas.