Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio

Il flebile cessate-il-fuoco stabilito in Libia previa mediazione turca (con al-Sarraj) e russa (con Haftar) in funzione dei colloqui di Mosca mette in evidenza l’ormai scarso peso italiano nella regione.

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio - GEOPOLITICA.info A Libyan rebel who is part of the forces against Libyan leader Moammar Gadhafi sits next to a pre-Gadhafi flag as he guards outside the refinery in Ras Lanuf, eastern Libya, Monday, March 7, 2011. (AP Photo/Kevin Frayer)

La soddisfazione per la tregua espressa dalla Farnesina non si discosta di molto dalla fallimentare idea di azione unitaria dell’UE – mai stata così lontana dall’avere peso nel teatro libico – e dal pacifismo ideologico di Roma che è, specie quando si affrontano scenari di crisi, una palla al piede. Il governo italiano continua ad augurarsi che da Bruxelles si parli con una voce sola ma ormai gli europei, persino quelli che sembravano protagonisti indiscussi della crisi libica come francesi e britannici, hanno perso mordente e terreno dinanzi alla ingombrante presenza turca e russa.

Da attore principale della crisi libica l’Italia si è trasformata in una delle tante voci del coro, anche poco ascoltata – ed i giri di valzer targati Di Maio e Conte mostrano proprio questo – rispetto ai turco-russi che al contrario sanno bene quali carte giocare assieme pur essendo schierati su fronti opposti in questa vicenda. Un appoggio concreto ad al-Sarraj, privo delle macchiettistiche operazioni di “marketing” ( si vedano i “corsi gender” ideati dalla Trenta per gli ufficiali libici) e degli scrupoli ideologici (no alla vendita di armi al governo di Tripoli e no al supporto militare nonostante l’alleato libico fosse assediato), avrebbe permesso a Roma di evitare lo scivolamento di Tripoli verso Ankara: con questo non si vuole dire che non esistesse già un “legame speciale” tra Erdogan ed il governo tripolino in cui tanta parte ha la Fratellanza Musulmana, ma l’Italia aveva comunque una voce importante in capitolo e nulla si è fatto per mettere a frutto questo potenziale in termini politici.

Avendo lasciato uno spazio vuoto era chiaro che qualche altra Potenza avrebbe tentato di occuparlo; l’acuirsi della crisi militare ha consentito alla Turchia di giocare la carta muscolare inviando armi e truppe a Tripoli proprio nel momento in cui l’Italia scartava un’eventualità del genere. I “boots on the ground” – per quanto esigui siano al momento – hanno permesso alla Turchia di intavolare trattative con la Russia spostando di fatto il baricentro del conflitto dal campo di battaglia ai corridoi delle cancellerie, aprendo alla fase delle “trattative armate”. Quel che l’Italia poteva fare e che colpevolmente non ha fatto ha consentito ad una Potenza rivale – che per modus operandi e scelte strategiche sta assumendo lo stesso ruolo della Francia nel 2011, cioè quello di un formale alleato anti-italiano nella prassi – di allargare il proprio spazio di manovra fagocitando il nostro.

Il governo italiano sta approntando un nuovo decreto missioni per aprire alla possibilità di rafforzare la presenza militare in Libia cercando quindi di parare il colpo dei turchi e dei russi, proponendosi come un partner affidabile a cui richiedere uno sforzo per approntare un contingente che funga da “cuscinetto” tra Tripoli e Bengasi in vista dei colloqui di pace. Sarebbe un modo per tornare in ballo ma sempre da comparse e non da protagonisti; il dato di fatto è che Roma ha incoscientemente perso tempo e non è intervenuta massicciamente quando avrebbe potuto farlo, aggrappandosi invece alle norme internazionali, le quali sono valide in periodi tranquilli ma che durante le crisi valgono meno di zero.

Diceva Carl Schmitt che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Si potrebbe benissimo adattare questo concetto anche alla politica estera evidenziando che “siede al tavolo chi decide sullo stato d’eccezione” e non si fa quindi spaventare dalle crisi politico-militari e che ne vede, anzi, le opportunità per incidere ed ampliare il proprio spazio d’influenza, in altre parole, per attuare – nell’ambito delle proprie possibilità, che non sono poche al di là della sempre negativa autopercezione – una politica di potenza. L’Italia ancora una volta si è comportata da “italietta” mettendo in luce, sia tra la classe dirigente che nell’opinione pubblica, i suoi mali endemici. Non è tanto questione di interpretazioni sbagliate dell’atlantismo ma di pavidità e della totale mancanza di volontà d’accettare e confrontarsi con il peso ed i costi del rischio.

Questo ragionamento vale a prescindere da quelli che saranno i risultati dei colloqui moscoviti e, della eventuale, Conferenza di pace a Berlino.