Una mappa geopolitica dei #Mondiali2018

Le tre dimensioni principali del soft power sono state tradizionalmente individuate nella cultura, nel modello politico e nella politica estera di uno Stato. Tuttavia, anche i successi in ambito sportivo sono considerati uno strumento ottimale per veicolare l’immagine di un Paese e ne accrescono la capacità di “fascinazione” nei confronti dei suoi interlocutori.

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Non solo. Attraverso lo sport un Paese può lanciare segnali significativi agli altri attori della politica internazionale. Gli eventi sportivi incentivano lo spirito di identificazione tra il singolo cittadino e la comunità nazionale, rafforzandone al tempo stesso la coesione interna di quest’ultima. Affermano la perseveranza di un Paese nel superamento degli ostacoli e nel raggiungimento degli obiettivi prefissati. Dimostrano l’efficienza di un modello politico economico e sociale nel conseguire vittorie in qualsiasi campo e nel generare “esempi” da imitare sia all’interno dei propri confini nazionali che all’estero.

Pertanto, al di là dell’esito finale di Russia 2018, è interessante analizzare rapidamente la presenza, così come l’assenza, delle principali potenze politiche dal torneo che sta per iniziare. L’impatto mediatico dei mondiali, d’altronde, è secondo solo a quello delle Olimpiadi. Lo sanno bene al Cremlino, dove l’evento contribuisce a spezzare l’isolamento politico da parte occidentale, ma anche in Qatar, un Paese sempre più attivo sullo scacchiere internazionale che ospiterà l’edizione 2022.

Balza subito agli occhi l’assenza della superpotenza americana, che storicamente non si trova troppo a suo agio sul rettangolo verde. Proprio di queste ore, tuttavia, è la notizia che il torneo del 2026 sarà organizzato da Stati Uniti, Canada (non qualificata a Russia 2018) e Messico (qualificato). Questa formula sembra contraddire la volontà di Trump di rivedere le basi del North American Free Trade Agreement, che dal 1994 lega i tre Paesi. A completare il quadro delle nazionali che sbarcano in Russia dal “cortile di casa” americano: Brasile, Argentina, Costa Rica, Colombia, Uruguay e Panama (alla prima qualificazione).

Passando alle due grandi potenze revisioniste, così come definite dall’Amministrazione Trump nella NSS 2017, la Russia è qualificata quale Paese organizzatore mentre la Cina è fuori dalla competizione. Al contrario sono in gioco Australia, Giappone e Corea del Sud, la “corona di perle” americana nel quadrante Indo-Pacifico. Viceversa, non risultano qualificate né India né Pakistan, che nonostante l’importante ruolo politico non hanno mai avuto una tradizione calcistica. Il gruppo B vede la presenza dell’Iran, il principale sfidante degli interessi americani in Medio Oriente, bilanciata da quella dell’Arabia Saudita, l’alleato ritrovato degli Stati Uniti nell’area insieme a Israele (non qualificato). Dal continente africano giungono in Russia tre squadre nordafricane e due dell’area sub-sahariana. L’Egitto sempre più allineato alla Russia, la Tunisia giudicata da qualche anno come l’unica democrazia funzionante del mondo arabo e il Marocco da sempre vicino alle posizioni occidentali. A completare il quadro, la Nigeria e il Senegal. La rappresentanza del continente europeo vede solo tre squadre non-NATO: la neutrale Svizzera, la Svezia dove si sta parlando della possibilità di un ingresso nel Patto Atlantico e della reintroduzione della leva obbligatoria in funzione anti-russa e la Serbia storicamente vicina a Mosca. Tra le squadre dei Paesi-UE, invece, è netta la prevalenza di quelli entrati prima del 2004. Solo l’Ungheria e la Croazia figurano tra i Paesi post-comunisti e ora membri dell’UE presenti a Russia 2018. Tra le escluse di rilievo figura anche la Turchia di Erdogan.

Infine, tre grandi assenze. La prima è quella della Turchia di Erdogan, sempre più attiva e rilevante per gli equilibri politici mondiali ma non dotata di altrettanta “effettività” sul campo di calcio. Più dolorosa la mancata qualificazione dell’Italia, insieme ai Paesi Bassi. Si tratta dei due Stati che si sono alternati nel biennio 2017-2018 nel seggio condiviso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un suggerimento per Roma: in virtù del nostro sostegno al budget ONU e della presenza assicurata alle missioni dei caschi blu se non riuscissimo a ottenere nei prossimi anni un seggio al CdS del Palazzo di Vetro, facciamoci almeno assicurare un posto a Qatar 2022!

Nel frattempo speriamo che i #Mondiali2018 ci regalino tanti momenti di bel calcio!

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