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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaUna lettura sincronica dell’offensiva di Hamas, quattro elementi centrali...

Una lettura sincronica dell’offensiva di Hamas, quattro elementi centrali per comprenderne le cause

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L’approccio geopolitico pretende una lettura sincronica degli eventi, concedendosi ad un sistema reticolare che favorisce la diffusione degli effetti di un determinato fenomeno nei diversi quadranti geografici. Così andrebbe articolata l’analisi dell’attuale confronto bellico in Palestina, a dispetto di letture profondamente diacroniche, sì analiticamente importanti, ma che non lasciano spazio alle variabili esogene. In questa analisi si propongono quattro elementi che spiegano il ritorno della guerra in questa area mediorientale.

Per ordine di importanza a livello globale partiamo dalla questione statunitense. A primo impatto quasi insignificante, eppure centrale. Perché il declino dell’egemone comporta riassestamenti regionali, crea vuoti che dovranno essere colmati anche per mezzo della violenza. Soprattutto quando si tratta di un’area caratterizzata da un’endemica instabilità. 

La guerra in Ucraina aveva già dimostrato che l’egemonia americana era sfidabile, seppur con tutte le difficoltà che la Federazione Russa sta incontrando a livello tattico e strategico. La decisione del Congresso americano circa il tetto del debito – che concede una boccata d’ossigeno all’architettura istituzionale, ma congela gli aiuti all’Ucraina – constata che la divisione interna americana si ripercuote in negativo sulla disponibilità a supportare i propri partner, tra cui anche Israele nella lettura strategica di Hamas. Se a livello diplomatico la fermezza riguardo gli aiuti a Kiev era fuori discussione, a livello pratico la decisione del Congresso interrompe il flusso di rifornimenti indispensabili per lo sforzo ucraino, svalutando l’immagine e la deterrenza di Washington. Al di là della contrapposizione democratici/repubblicani, a sconvolgere la linearità dell’azione americana è la complessa operazione di riorientamento strategico verso l’Indo-Pacifico, dopo anni di impegni tra il Mediterraneo e il Golfo persico. Se sono queste le regioni che Washington dovrà abbandonare, nel medio periodo potrebbero essere proprio le stesse ad essere soggette ad una maggiore instabilità. La legge anti-shutdown potrebbe essere stata interpretata dai  Hamas come un segnale di debolezza statunitense, poco inclini a spendersi in aree che non siano dirimenti per il contenimento cinese, circostanza dunque favorevole per una netta presa di posizione in Palestina. 

Secondo. La questione interna israeliana aggrava quanto già detto pocanzi. Se al calare dell’attenzione americana manca una maggiore presa di posizione degli attori direttamente interessati, il rischio di instabilità cresce. Sebbene Israele sia una potenza militare nel quadro mediorientale, gli ultimi sviluppi politici interni ne hanno eroso la solidità, dal punto di vista materiale ed immateriale, colpendone dunque il prestigio. La rielezione di Netanyahu, connessa al tentativo della riforma della giustizia, ha portato l’opposizione nelle piazze, per indisponibilità ad accettare le politiche governative. La spaccatura è talmente profonda che alcuni riservisti comunicarono che avrebbero cessato di partecipare alle esercitazioni come volontari. La profonda divisione, seppur giornalisticamente giustificata attraverso letture leaderistiche, tacciando Netanyahu come principale colpevole, è ben più profonda, ed era stata già anticipata nel 2015 dall’ex Presidente Reuven Rivlin che divideva Israele in quattro distinte tribù: arabi, ebrei laici, religiosi e ultraortodossi. Quasi fossero quattro nazioni all’interno di uno Stato.  Se storicamente la componente sionista-laica era sempre stata la principale, oggi sta perdendo la sua centralità per motivi demografici. Le quattro distinte tribù dunque si avvicinano per grandezza ma non per visione dello Stato, condizione che pone Israele in uno stato di disordine che ne vale la deterrenza. Le questioni domestiche hanno pertanto rivolto l’attenzione dei servizi israeliani verso l’interno, ulteriore fattore per cui non sono riusciti tempestivamente a premunirsi in vista dell’attacco di Hamas.

Terzo. Gli accordi di Abramo. Il tentato avvicinamento tra mondo arabo ed Israele è mossa tattica promossa dagli apparati americani, che dovrebbe sostanziarsi in un cordone sanitario volto al contenimento della Repubblica Islamica. Se il mondo arabo è stato storicamente il principale sostenitore della causa palestinese, il suo avvicinamento ad Israele favorisce una dinamica che marginalizza la suddetta questione. Tuttavia, le monarchie del Golfo sembrano percepire la minaccia proveniente dal territorio iraniano ben più preoccupante, condizione per cui si sono rese disponibili ad avvicinarsi a Gerusalemme. Riyadh mancava all’appello per quanto concerne la normalizzazione dei rapporti, eppure nei giorni precedenti all’attacco sembrava profilarsi la possibilità per un accordo definitivo che avrebbe portato a termine i complessi negoziati tra sauditi ed israeliani. Se dunque le prime due variabili andavano ad aprire una finestra di opportunità per l’azione di Hamas, per via dell’indebolimento della deterrenza israelo-americana, la terza variabile portava alla rapida chiusura della stessa. Una volta conclusa la generale normalizzazione, la causa palestinese avrebbe potuto perdere il sostegno esterno fornito dagli Stati arabi. Agire prima dell’accordo era funzionale a congelare l’intero processo, probabilmente nella speranza che la risposta israeliana sulla Striscia di Gaza susciterà nelle masse arabe un risentimento tale da mettere in discussione gli stessi Accordi di Abramo.

Quarto. La questione iraniana. La Repubblica Islamica sembra in grave difficoltà, dalle proteste dello scorso anno sino alla sconfitta armena nel Nagorno Karabakh, esce da un arco temporale che ne frantuma la solidità interna e la postura geopolitica nel suo estero vicino. Le proteste interne hanno costretto Tehran a rivolgere lo sguardo nella dimensione domestica; nel frattempo al confine settentrionale, Baku prendeva la palla al balzo per portare a compimento la presa sul Nagorno Karabakh. Questo perché i soggetti che avrebbero dovuto sostenere l’Armenia, Mosca e Tehran, erano distratti da altre questioni. L’azione azera è stata sostenuta da Israele attraverso la fornitura di armi, oltre che dalla Turchia. Gerusalemme da tempo utilizza gli azeri per distogliere lo sguardo di Teheran da altri quadranti più insidiosi per lo Stato ebraico, come la Siria, il Libano e la Palestina per l’appunto. Una volta gestita la questione interna, per Tehran era opportuno dare una risposta forte allo Stato ebraico, puntando sulle già menzionate problematiche interne israeliane e sulla volontà di Hamas di farsi unico promotore di una Palestina libera ed indipendente. Alcune indiscrezioni sostengono pertanto che dietro all’attacco di Hamas vi sia il forte sostegno, nell’organizzazione dell’offensiva, di Tehran; quest’ultima avrebbe dato il semaforo verde all’operazione in un incontro a Beirut tenutosi verso i primi di ottobre, dopo che da agosto si portavano avanti i preparativi, attraverso ripetuti incontri tra Hezbollah, Hamas ed Iran, per lo sfondamento del confine della Striscia di Gaza. 

Anche per la Repubblica Islamica gli accordi di Abramo sono visti con forte preoccupazione. L’azione iraniana ha goduto di una certa efficacia nel momento in cui la compagine sunnita si era divisa all’indomani delle Primavere Arabe. Qualora dovesse costituirsi un’unità arabo-sunnita, sommata allo Stato ebraico, aprirebbe ad uno scenario che accentua l’isolamento iraniano e ne riduce spazio di manovra nel quadrante mediorientale.

In definitiva l’azione offensiva di Hamas è stata favorita da un insieme di elementi decisivi per gli equilibri della regione. L’esito del conflitto dunque, proprio come le sue cause, avranno riflessi tanto regionali quanto globali. Dal punto di vista regionale, regolerà i futuri rapporti tra il mondo arabo e lo Stato ebraico, riflettendosi sulla solidità del contenimento iraniano; dal punto di vista globale inciderà sulla capacità statunitense di influenzare le dinamiche mediorientali, con possibili spazi di manovra per i principali competitor come Repubblica Popolare e Federazione Russa.

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