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Un piano per l’Europa

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Sono mesi che si parla di ridurre l’importazione di prodotti russi in Europa, sia come strumento sanzionatorio che per questioni di autonomia strategica. Infatti, con il conflitto russo-ucraino alle porte dell’UE, gli Stati membri si sono rivelati estremamente vulnerabili. Nel 2021 il trade deficit dell’UE con la Russia ammontava a 69 miliardi, nel settore energetico invece era pari a 98 miliardi di euro (Eurostat, 02.2022). Da ciò scaturisce il timore generale di un utilizzo improprio da parte della Russia del suo potere commerciale per esercitare pressioni politiche. 

Nonostante il trade deficit energetico si sia notevolmente abbassato rispetto al passato, l’UE oggi non è nelle condizioni di poter rinunciare facilmente al gas e petrolio russi nell’immediato (Geopolitica.info, 10.03.2022). Dall’inizio dell’invasione ad oggi i pagamenti europei destinati all’acquisto di combustibili fossili russi equivalgono a circa 30 miliardi di euro (Crea). 

Una nuova strategia energetica: il REPowerEU

La Commissione Europea l’8 Marzo ha posto le basi per una Joint European Action in una Comunicazione rivolta alle istituzioni competenti: il Parlamento, il Consiglio Europeo, il Consiglio dell’Unione Europea, il Comitato Economico e Sociale ed il Comitato delle Regioni. Il testo introduce il REPowerEU, un piano che prevede una serie di interventi volti all’ottenimento di un’energia più conveniente, sicura e sostenibile (REPowerEU, 08.03.2022). 

La proposta presentata finora si concentra solo sul gas. L’obiettivo è quello di diversificare le forniture, accelerare l’introduzione di gas rinnovabili, rimpiazzare il gas nei sistemi di riscaldamento e di produzione di energia elettrica. In questo modo, si potrebbe ridurre la dipendenza europea dalla Russia di circa due terzi entro la fine dell’anno. 

Il piano si basa su due pilastri: la diversificazione delle fonti e la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Per fare ciò bisognerà investire sulle proposte esistenti e accelerarne l’adottamento, in particolare si fa riferimento al pacchetto FIT for 55, un insieme di proposte volte a ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 (Consilium). 

Le proposte, sia a breve che a lungo termine, si articolano su tre seguenti fronti: 

  • Diversificazione del gas: accordi con fornitori GNL e utilizzo di gasdotti non russi per un totale di 60 mmc entro il 2022; più gas rinnovabili, come il biometano e l’idrogeno, per raggiungere i 3,5 mmc entro il 2022;
  • Elettrificazione europea: riduzione dei consumi da parte degli utilizzatori finali che può portare ad una diminuzione dei consumi di gas pari a 14 mmc; anticipare l’istallazione di tetti fotovoltaici per un totale di 15TWh entro un anno e sostituzione di 2,5 mmc di gas entro il 2022; facilitare la distribuzione di pompe di calore fino al raggiungimento di 10 milioni di unità nei prossimi 5 anni con una sostituzione di 1,5 mmc nel 2022; anticipazione di capacità eolica e solare con una distribuzione maggiorata del 20% e capacità aggiuntive pari a 80GW per permettere una maggiore produzione di idrogeno rinnovabile e sostituzione di 20 mmc entro il 2022;
  • Trasformazione dell’industria: implementazione dell’Innovation Fund (programma di finanziamento per la dimostrazione di tecnologie innovative a basse emissioni di carbonio) ed estensione ai Carbon Contracts for Difference (CEFIC). 

La quantità di gas sostituita entro il 2022 secondo le stime stilate nella proposta è pari a 101,5 mmc, quasi due terzi dei 155 mmc di gas russo importato annualmente dai paesi dell’UE. 

La Commissione dunque sta lavorando alla proposta di un piano dettagliato da pubblicare entro la fine di maggio. Insieme ai Paesi membri identifica i progetti e le riforme più adatte, privilegiando i piani con una forte dimensione transfrontaliera. 

Misure complementari 

La Dichiarazione di Versailles, pubblicata in occasione della riunione dei leader UE tenutasi in Francia tra il 10 e l’11 marzo, ribadisce la necessità di ridurre la dipendenza energetica degli Stati europei, spinge per una rivalutazione dell’approvvigionamento energetico ed esprime la necessità di un affrancamento dalle importazioni di gas, petrolio e carbone russi (Consilium). 

Sulla base di un accenno iniziale nella Comunicazione dell’8 Marzo e su sollecitazione da parte del Consiglio, la Commissione Europea il 23 marzo ha presentato una proposta legislativa che introduce l’obbligo minimo di stoccaggio pari all’80% entro l’1 novembre 2022 e al 90% per gli anni successivi (EurLex, 23.03.2022). Viene così stabilita una traiettoria di riempimento e una serie di obiettivi intermedi nei mesi di febbraio, maggio, luglio e settembre. La proposta tocca anche altri temi come il monitoraggio mensile degli Stati membri e della Commissione, il burden-sharing tra gli Stati con e senza strutture di stoccaggio e la certificazione per gli operatori di stoccaggio di gas. 

Secondo l’analista di S&P Jake Horslen, quest’anno lo scoglio più impegnativo sarà l’obiettivo intermedio dell’1 agosto secondo cui le riserve dovranno raggiungere il 63%. Secondo Horslen, ciò richiederà un tasso di iniezione maggiore rispetto alla media quinquennale (S&P). Invece, i target di settembre e ottobre, rispettivamente del 68% e del 74%, dovrebbero essere più facilmente raggiungibili. 

Sempre il 23 marzo la Commissione ha adottato una Comunicazione nella quale vengono delineate le opzioni disponibili per calmierare i prezzi dell’energia (EurLex, 23.03.2022). Tuttavia, tutte le opzioni comportano costi e svantaggi e non vi è un’unica risposta data la varietà dei mix energetici, design del mercato e livelli di interconnessione degli Stati membri. Le opzioni di intervento a breve-termine sono divise in due macrocategorie: normative senza compensazione fiscale oppure comprensive di compensazione finanziaria. Le prime consistono nella formulazione di massimali di prezzo che i generatori di carico di base possono addebitare, le seconde invece mirano ad abbassare i prezzi intervenendo direttamente nel settore retail o indirettamente nel mercato all’ingrosso. 

Infine, il 24 e 25 marzo si è tenuta la riunione del Consiglio Europeo dalle cui conclusione si evince un generale allineamento con le proposte della Commissione. Gli interessi dei singoli Stati vengono ribaditi, in particolare in relazione alle diverse capacità di stoccaggio (Consilium, 25.03.2022). Il Consiglio e la Commissione vengono incaricati di verificare con gli stakeholders del settore energetico l’efficacia delle misure a breve-termine presentate nella Comunicazione del 23 marzo. Inoltre, la Commissione Europea viene esortata a presentare delle proposte per far fronte all’aumento dei prezzi, preservando al contempo l’integrità del mercato unico, la sicurezza di approvvigionamento, mantenendo gli incentivi per la transizione ed evitando spese di bilancio sproporzionate.

Verso un embargo? 

Tra tutte le Istituzioni, il  Parlamento Europeo si è distinto per la posizione netta a favore di un embargo dei prodotti energetici russi espresso nel voto del 7 aprile riguardante una risoluzione (513 voti a favore, 22 contrari e 19 astenuti) (EP). Il voto ha sorpreso in quanto molti partiti nazionali fino a quel momento non si erano pronunciati o addirittura hanno smentito l’appoggio a tale volo nei giorni successivi (in Italia). 

Ad ogni modo, ciò che emerge dal discorso pubblico delle ultime settimane è che gli orrori testimoniati in Ucraina, come quanto successo a Bucha, hanno portato esponenti politici e leader europei a valutare l’embargo. Ciò che ha spinto la formulazione del REPowerEU è la necessità di autonomia strategica dell’UE in ambito energetico in caso di un’interruzione delle forniture da parte della Russia. Dopo quasi sei settimane sembra essersi diffusa una maggiore consapevolezza del finanziamento indiretto europeo alla Russia, che di fatto permette alla sua economia di non collassare (Bruegel, 05.04.2022). Il presidente Ucraino Zelensky invoca da tempo sanzioni sul gas e petrolio, sapendo che avrebbero conseguenze molto più drastiche di tutti i pacchetti adottati fino ad ora (Twitter, 08.04.2022). In queste settimane, Stati membri come la Lituania, Estonia e Lettonia hanno smesso di importare combustibili fossili russi (Montel, 04.04.2022), in altri invece se ne comincia a discutere più apertamente e gli schieramenti politici a favore diventano più ampi. 

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