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All’Italia del G7 urge un “Piano Mattei” (anche) per lo spazio, o forse meglio dire: un “Piano Broglio” – parte 2

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In questo 2024, oltre alla Presidenza del G7, l’Italia sarà il “centro mondiale” dei più importanti appuntamenti in campo aerospaziale. Il prossimo settembre, a Firenze, sarà la volta del 34° Congresso del Concilio Internazionale delle Scienze Aeronautiche (ICAS), mentre ad ottobre, a Milano, sarà ospitato l’evento astronautico più importante a livello mondiale: il Congresso Astronautico Internazionale (IAC-2024); quest’anno alla sua 75° edizione, già ora ribattezzata come “edizione dei record” per il più alto numero di adesioni mai ricevute da tutto il mondo. Nella storia di questi due massimi appuntamenti -centrali anche dal punto di vista geopolitico-, l’Italia sarà la seconda nazione di sempre, dopo l’Australia nel 1998, ad avere l’onere e l’onore di ospitare sul territorio nazionale entrambi gli eventi, nello stesso anno. Un anno più unico che raro per le aspirazioni geopolitiche di Roma che, tuttavia, continua ad esprimere una storica assenza di una strategia nazionale in campo spaziale. In virtù del successo italiano di aver saputo portare entrambi questi eventi sul territorio nazionale, urge definire quali siano (se ci sono) gli obiettivi che Roma intende perseguire nel sempre più congestionato e competitivo (anche dal punto di vista militare) «dominio spaziale».

Il dilemma strategico italiano: diventare o no “Potenza spaziale”?

L’Italia non è una potenza spaziale. È invece un importante e competitivo fornitore (o produttore) di assetti spaziali. Differenza apparentemente sottile, invece estremamente sostanziale. Dopo “l’esperienza Broglio” (che più di tutte avvicinò l’Italia ad essere concretamente una vera potenza spaziale), Roma decise di appoggiare una “visione europea” che culminò poi nella creazione dell’attuale Agenzia Spaziale Europea (ESA), di cui appunto l’Italia è Paese fondatore e storico terzo contributore in termini investimenti dopo Francia e Germania. 

In questo contesto, nella ricerca di un proprio posizionamento, il dilemma strategico italiano in campo spaziale è rimasto pressoché immutato. Dal lontano 1996, dopo il risanamento dei conti di bilancio dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) -precedentemente commissariata, ennesimo disastro della classe dirigente- furono tre i pilastri eretti sui quali poggiare e sui quali si poggia tutt’oggi il posizionamento industriale (non politico) spaziale italiano. Al fine di dare impulso e favorire lo sviluppo scientifico e tecnologico nazionale, il primo pilastro portante venne individuato nella partecipazione alla realizzazione della «Stazione Spaziale Internazionale» (ISS) per cui, nell’ordine, l’Italia ha prima progettato e realizzato tre moduli pressurizzati di rifornimento Multi Purpose Logistic Modules (MPLM) denominati Leonardo, Donatello e Raffaello con il primo poi diventato parte integrante permanente della ISS stessa) e poi, sotto il cappello del “contributo europeo”, quindi per il tramite dell’ESA, ha fornito: il Nodo-2 «Harmony», il Nodo-3 «Tranquility», il laboratorio spaziale europeo «Columbus» e l’ancor più famosa «Cupola»: la finestra sul mondo della Stazione Spaziale. Il tutto, per un totale di circa il 50% dell’intero volume abitabile della ISS (altro che internazionale, fortemente italiana).

Sulla scia di questo successo (ed affidabilità), le stesse capacità tecnologiche italiane sono oggi concentrate sulla realizzazione del «Gateway»: la futura nuova Stazione Spaziale che orbiterà intorno alla Luna, per la quale l’Italia fornirà: agli Stati Uniti il modulo spaziale americano “HALO” commissionato dalla «Northrop Grumman», per l’Europa invece (quindi sotto il solito cappello dell’ESA) il principale modulo abitativo chiamato «Lunar I-HAB» ed il modulo «Lunar view», con quest’ultimo che farà anche da “nuova finestra” della Stazione questa volta rivolta verso la Luna e, soprattutto, anche verso lo spazio più profondo. A tutto questo, sempre a Torino, si aggiunge la produzione dei moduli pressurizzati «Cygnus» (utilizzati per rifornire proprio la ISS) ed i futuri moduli (il primo almeno) della prima futura stazione spaziale privata americana di «Axiom Space» in “orbita-bassa” (LEO), nonché la realizzazione del “modulo di servizio” (l’European Service Module, ESM) che alimenta la navicella spaziale americana «ORION» adibita proprio al trasporto di astronauti americani (poi si vedrà se di altre nazioni) in prossimità della Luna, sul «Gateway» appunto. 

Il secondo pilastro del successo tecnologico spaziale italiano poggia invece sulla progettazione e produzione di piattaforme satellitari, in particolare di satelliti per l’osservazione della Terra (Earth Observation, EO) sia ottici che radar (SAR, soprattutto). In questo settore l’Italia vanta una propria costellazione nazionale all’avanguardia chiamata «Cosmo-SkyMed», oggi giunta alla sua nuova seconda generazione. Sulla scia di tali competenze, l’Italia ha prodotto parte dei satelliti chiamati «Sentinella» che costituiscono l’analoga costellazione «COPERNICUS» proprietà dell’Unione europea, anch’essa dedicata all’osservazione della superficie terrestre in qualsiasi condizione meteorologica. Competenze e tecnologie che, per il tramite dell’assegnazione di fondi derivanti dal PNRR e pari a (circa) 1 miliardo e 100 milioni di euro, l’Italia ha deciso di estendere dotandosi di una seconda costellazione satellitare “nazionale” chiamata «IRIDE», la quale è previsto sia composta da ben «36 satelliti» (almeno).  Quest’ultima, in realtà, è in “condivisione” con l’ESA; dopo la firma del «Trattato del Quirinale», secondo grande esempio di “antisistema” nazionale prodotto dell’allora governo Draghi (Ministro Colao, in particolare), che ha assegnato il contratto di gestione e supervisione del progetto della costellazione italiana non all’ASI bensì all’ESA, un ente terzo (non nazionale) fortemente eterogeneo, episodio a cui andrebbe dedicato una intera trattazione per capire le vere, amare, ragioni. Tutti i satelliti della costellazione «IRIDE» è previsto siano inseriti nelle rispettive orbite operative mediante l’utilizzo del lanciatore di concezione e produzione nazionale «VEGA-C», e sue eventuali future versioni. 

Nel campo invece delle telecomunicazioni, l’Italia esprime gli importantissimi satelliti nazionali della Difesa «SICRAL», acronimo di “Sistema Italiano per Comunicazioni Riservate ed Allarmi” (oggi solo il satellite «SICRAL-2» ed il recente «SICRAL-1B» sono operativi), ed il satellite «Athena-Fidus» in “condivisione” con Parigi.

Essere capaci di progettare e costruire satelliti è sì fondamentale, ma non sufficiente se poi non si è dotati di alcuno strumento che sia in grado di trasportarli in orbita affinché diventino operativi. Ecco, quindi, il terzo (ed ultimo) pilastro portante, il più critico: la progettazione e costruzione del lanciatore «VEGA-C» e sue successive versioni. Ad oggi, è in fase di progettazione la versione «VEGA-E» (Evolution?) capace di assicurare un maggiore capacità di “carico utile” in orbita bassa (LEO) rispetto all’attuale versione operativa “C” di «Consolidation». 

Sempre in ambito ESA, in particolare nell’iniziativa denominata Space Transportation System (STS), con un budget di 185 milioni di euro, è stato finanziato lo sviluppo di una versione “small” del lanciatore «VEGA», a due stadi propulsivi, e che potrebbe essere di interesse nazionale qualora il progetto «S.I.M.O.N.A.», in coordinamento con la Marina Militare -in generale con il Ministero della Difesa-, diventi realtà. Se così fosse, l’Italia recupererebbe quello slancio necessario che le ridarebbe reali capacità di accesso autonomo allo spazio esterno, ed avvicinarsi sì ad essere una “potenza spaziale, esattamente come succedeva ai tempi di Luigi Broglio. Ad oggi, in Europa, la soluzione di lanci da piattaforme marine (anche mobili, ovvero navi) è percorsa per ora dalla sola Germania: il governo tedesco ha infatti stanziato 2 milioni di euro per il finanziamento di studi di fattibilità per il lancio dei propri vettori di produzione nazionale da piattaforme marine. L’idea però, anche qui, non è tedesca bensì italiana! Fu infatti una intuizione di Luigi Broglio che regalò all’Italia la tutt’oggi esistente base di Malindi, in Kenya; altro asset italiano da rivalorizzare soprattutto vista la posizione strategica per lanci anche verso le orbite geostazionarie. 

È tuttavia importante sottolineare come la totalità delle attività missilistiche spaziali italiane siano, tutt’oggi, sviluppate in ambito ESA e non in ambito nazionale. Questo è tutt’altro che un dettaglio trascurabile. Oltre alle reali limitazioni geografiche di effettuare lanci dal territorio italiano (superabili appunto con la base di Malindi o progetti del calibro di S.I.M.O.N.A), ufficialmente il razionale viene fatto risalire (per certi versi in maniera corretta) al trattato di Pace del 1947 che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tra le mille cose, vieta(va) al nostro Paese la costruzione ed anche solo la sperimentazione di missili autopropulsivi e/o guidati. Situazione che, in realtà, è oggi in fase di stallo per due motivi ben precisi ed esterni alla storia passata: l’assenza di una legge nazionale che regoli le attività spaziali sul territorio nazionale in conformità con i Trattati internazionali a cui l’Italia aderisce (proprio in virtù dell’assenza di una regolamentazione nazionale, l’Italia risulta essere disallineata rispetto ad essi), e la mancanza di una strategia nazionale

Mancando questo necessario ed irrinunciabile substrato (sul quale allora poi sì poter saldamente poggiare tutti i fondamentali pilastri), se vuole rimanere  “al passo” nel campo della missilistica (non solo spaziale), l’Italia è letteralmente costretta a rifugiarsi all’interno di programmi internazionali, in ambito ESA per quel che riguarda il lanciatore «VEGA-C» (e derivati), in ambito «NATO»  per tutto ciò che riguarda invece la missilistica più “tradizionale” di utilizzo prevalentemente aeronautico e/o navale. Tutt’altro che un profilo di una “potenza spaziale”. 

Roma ha molti (troppi) punti di attrito con Parigi, a cominciare proprio dalla gestione del lanciatore «VEGA-C». È tuttavia preoccupante come non si conosca nulla della strategia nazionale di utilizzo e commercializzazione del vettore dopo che Roma, al recente Space Summit di Siviglia, ha voluto ed ottenuto la piena commercializzazione del lanciatore “italiano”, ora non più sotto la gestione della francese «Arianespace» ma sotto responsabilità di «AVIO»: nuovo “Launch Service Provider” e “Launch Service Operator” di «VEGA-C». Un risultato estremamente rimarchevole, del tutto impensabile anche solo due anni fa. Una decisione strategica, quella italiana, che va proprio in direzione dell’interesse nazionale, ovvero quello di separare l’attività del lanciatore italiano dalla gestione della francese «Arianespace», invece fortemente concentrata nella commercializzazione del nuovo lanciatore pesante «Ariane-6», di concezione francese appunto. Lanciatore che, peraltro, dipende proprio da quello “italiano” in quanto da esso eredita proprio il primo stadio di propulsione, chiamato «P120-C+». Una interdipendenza tra i due (non casuale) troppo spesso sbilanciata in favore proprio del vettore francese. L’esempio lampante è rappresentato dalla commessa ottenuta da «Arianespace» per la costruzione della costellazione satellitare di «Amazon» chiamata «Kuiper». Questo contratto è la più grande commessa che «Arianespace» abbia mai ricevuto nella sua storia. Sono infatti ben diciotto i lanci commissionati da «Amazon» ad «Arianespace»: diciotto lanciatori Ariane-6, sedici dei quali è previsto siano nella versione montante “quattro boosters laterali” («Ariane-6/4»): quattro «P120-C+» per singolo «Ariane-6/4». Conti alla mano quindi, un totale di ben settantadue P120-C+ (settantadue primi stadi di VEGA-C) dovranno quindi essere forniti. Ci si è quindi chiesto come questo non possa non avere impatti sull’operatività del lanciatore italiano, con una produzione industriale potenzialmente saturata per il soddisfacimento delle commesse del vettore francese «Ariane-6/4». 

Rimane comunque un importante asso nella manica a Parigi. Il «VEGA-C», e le sue future versioni, è previsto decollino dal sito di lancio di «Kourou» nella Guiana francese, da territorio francese e quindi soggetto alle leggi della Repubblica Francese. Un aspetto non trascurabile (ed irrisolto) per l’Italia, in quanto resta da capire se e come il sito di lancio di «Kourou» possa sostenere le previste future intense attività di lancio di «Ariane-6» e «VEGA-C», e di farlo magari in parallelo. In questo senso, quindi, sarebbe da prendere a riferimento il cosiddetto “strappo tedesco”: sviluppo di lanciatori nazionali (non europei), operati da spazioporti continentali, limitatamente internazionali.

“Diversificazione” quella messa in atto da Berlino atta a garantirsi -per quanto possibile- adeguati livelli di autonomia di accesso allo spazio esterno, senza più passare da Parigi. Obiettivo che ha fatto andare su tutte le furie l’Eliseo, estremamente irritato nel vedere iniziare a venir meno la sua (prossimamente non più totale) sovranità sull’accesso allo spazio esterno dell’intero continente europeo. “Strappo tedesco” che è ora motivazione in più per Parigi per “aggredire” il mercato dei lanciatori europei, al fine anche di evitare che l’Italia -l’unica nazione europea oltre alla Germania in possesso di avanzate tecnologie e competenze missilistiche- segua proprio l’esempio tedesco. Il «Trattato del Quirinale» è in questo senso uno strumento aggiuntivo determinante per Parigi per esercitare il controllo sulla filiera industriale spaziale italiana. Una scelta giusta quella italiana quindi, ma totalmente zoppa vista la successiva incapacità di rendere pienamente indipendente l’utilizzo del vettore “nazionale” «VEGA-C» che dovrà sempre e comunque essere operato da territorio francese, e sempre e comunque sotto il cappello dell’Agenzia Spaziale Europea, non Italiana.

Ripartire da una visione come fu quella di Luigi Broglio che a soli diciannove anni dalla fine del secondo conflitto mondiale ci posizionò tra i “grandi dello spazio”, subito dietro Stati Uniti ed allora Unione Sovietica, è certamente stimolante ma allo stesso tempo destinata a fallire (ancora ed ancora) in mancanza di un opportuno ordinamento giuridico in materia spaziale che sia capace di supportare una altrettanto necessaria quanto urgente individuazione di una chiara strategia spaziale nazionale. Lo scoppio della guerra in Ucraina, a quanto pare, ha ricordato ma non ancora riportato le istituzioni ad un senso di “Realpolitik”. È tempo di scelte difficili. Un chiaro riordinamento e deciso indirizzamento delle politiche ed attività spaziali nazionali, in sincronia con il mutato e sempre più complesso scenario internazionale, non è più una questione rinviabile per l’Italia.

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